Grafemi

Segni, parole, significato.

L’indolo dello scrittore

Quest’estate ho letto un bellissimo libro di statistica che contiene, al suo interno, materiale in grado di ispirare almeno un romanzo, un racconto e un post – i numeri possono essere una fonte inesauribile di ispirazione, per chi li sa apprezzare. Tra le altre cose interessanti che ho trovato dentro a Dataclisma di Christian Rudder c’è una brevissima osservazione legata alle curve di apprezzamento degli utenti su un sito di incontri online fondato e gestito dall’autore del libro stesso: in pratica si osserva che le persone di maggior successo, da un punto di vista di relazioni nate sul sito, non sono quelle che mediamente piacciono abbastanza a tutti, ma quelle che dividono nettamente il giudizio degli altri utenti. Con voti che vanno da 0 a 5, e presi due utenti con la stessa media pari a 2.5, riesce a instaurare molte più relazioni quello con mille zeri e mille cinque di quello con duemila “due e mezzo”. A margine di questa osservazione, abbastanza tecnica, Rudder dice, in due righe, che nel profumo del geranio e dei fiori di arancio è presente, con una percentuale intorno al 3%, anche una sostanza chiamata “indòlo”, che viene utilizzata spesso in profumeria. L’indòlo, o 2,3-benzopirrolo, è un composto eterociclico, sottoprodotto della digestione dell’amminoacido tripofano, ed è il principale responsabile, assieme allo scatolo (anch’esso usato in profumeria), dell’odore assai caratteristico delle feci. Perché viene aggiunto ai profumi? Perché una spruzzatina di cacca li rende più buoni?

In Morte a credito, il grandissimo scrittore Céline prova a raccontare la propria vita, e in particolare la sua infanzia agrodolce. La madre, una donna piuttosto modesta, aveva un piccolo negozio di chincaglierie, al quale affiancava la realizzazione, o la compravendita, di merletti. A causa di questa attività, in casa Destouches (vero cognome dello scrittore) erano stati banditi gli odori: l’unico cibo che poteva essere cucinato, e quindi mangiato, era un piatto di tagliatelle in bianco. Da vecchio Céline raccontava che questa assenza di odori lo aveva reso così sensibile alla puzza, che compare, con così tanta frequenza, nei suoi libri. In Viaggio al termine della notte, ad esempio, un ragazzo, Jean Voireuse con il quale aveva lavorato come commesso in un negozio è caratterizzato dal terribile odore dei suoi piedi: in un altro punto, parlando di una cittadella “panciuta, così nobile e fronzuta di alberi” dice che “puzzava dannatamente d’omnibus per i corridoi, odore oggi e per sempre di certo scomparso, un misto di piedi, paglia e lampade a petrolio”.  In America, mentre aspetta di essere assunto alla Ford, annusa i poveracci che gli fanno compagnia: “dalla loro massa saliva un odore di mutande pisciate come all’ospedale. Quando ti parlavano evitavi la loro bocca perché il dentro dei poveri puzza già di morte”. C’è un pezzo che è davvero meraviglioso, e che va riportato necessariamente per intero:

D’estate anche tutto puzzava. Non c’era più aria nel cortile, soltanto odori. E’ quello del cavolfiore che la vince facile su tutti gli altri. Un cavolfiore vale dieci gabinetti, anche traboccanti. Si sa. Quelli del secondo piano rigurgitavano spesso. La portinaia dell’8, mamma Cézanne, se ne arrivava allora con la sua canna per rovistare. La guardavo mentre si dava da fare. E’ così che abbiamo finito per fare conversazione. [..]. Anche a sturare i gabinetti, doveva spesso rinunciare mamma Cézanne tanto era difficile. “So mica cosa ci mettono dentro, ma bisogna innanzitutto che non secchi!… So bene… Ti avvertono sempre troppo tardi!… Lo fanno apposta per cominciare!… Dov’ero prima abbiamo dovuto perfino far fondere il tubo tanto era duro!…  So mica cosa possono ingurgitare quelli! Roba rinforzata!…”

Ancora: “Man mano che resti in un posto, le cose e le persone si sbracano, marciscono e si mettono a puzzare appositamente per te”. Più avanti: “Era sempre gremita di comari, la portineria, le intime, e quindi puzzava molto di sottovesti e di pipì di coniglio”.
Molte pagine dopo, in un’osteria dove una ragazza fa un po’ la cameriera e un po’ la puttana:

“Ti sei tagliata i capelli corti, Sévérine? osservai io.
“Per forza, è la moda. E poi i capelli lunghi con la cucina di qui, prendono tutti gli odori.”
“Il tuo culo puzza anche peggio!” disturbato nei suoi conteggi dalle nostre chiacchiere la interruppe Martrodin “eppure questo non li ferma, i tuoi clienti”
“Sì, ma non è la stessa cosa” si rivoltò Sévérine, seccatissima. “Ci sono odori da tutte le parti”

Anche in Morte a credito, Céline è sempre seguito dalla puzza: da quello del suo culo, che si pulisce male e di fretta, a quello della povertà che sempre lo attanaglia.

Mi sono chiesto, in questi giorni, specialmente dopo che il mio ereader si è fulminato mentre ero in un’isola della Croazia, con “Il capitale del XXI secolo” di Thomas Piketty come unica lettura, e con il tempo che di certo non mi mancava, mi sono chiesto perché mettano l’indolo e l’ancora più fetente scatolo nei profumi più raffinati… e ho pensato a Céline, e poi ad altri autori che mi sono piaciuti meno, ai loro libri un po’ asettici, e ho iniziato a credere che il mondo, quello vero, quello che gli scrittori cercano di riprodurre sulla pagina, e che le persone, quelle che amiamo, quelle che abbracciamo, e baciamo, e lecchiamo, hanno un odore umano, che ci piace in modo viscerale. I cani annusano il culo degli altri cani, e noi mettiamo l’indolo nei profumi. C’è qualcosa che unisce queste due azioni, e non credo sia casuale. La natura – la nostra natura – ci piace più di quanto siamo disposti ad ammettere. Non siamo attratti da un profumo che “sa” solo di buono: ci serve qualcosa che contenga tracce dell’intimità odorosa che unisce i corpi mentre si amano.
Gli scrittori che lasciano l’idea della cacca fuori dalle loro storie, che dimenticano che le anime dei loro personaggi vivono in corpi che hanno un odore animale, vengono surclassati da quelli che, come Céline, registrano, con infinita fantasia, la puzza della povertà, il tanfo delle portinerie – cavolo e cessi mescolati insieme – e la polvere, il formaggio, il piscio… Sembrano in 3D, i libri di Céline: c’è una dimensione in più che possiamo percepire con il naso. Non c’è partita: da una parte, solo profumo sintetico; dall’altra, l’odore irresistibile della vita.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

7 commenti su “L’indolo dello scrittore

  1. Pavolo
    23/08/2015

    Grazie, mi hai fatto venire voglia di Celine. 🙂

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  2. Simone
    23/08/2015

    mi sfugge il nesso fra il passo sulla statistica di Rudder e la faccenda dei profumi in Celine (che amo), in ogni caso io stesso amo annusare il mio ombelico presente dallo sfregamento sul mio mignolo destro o il retro del padiglione auricolare dopo una lunga giornata di lavoro e di questo non mi vergogno che lo scriva o meno

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    • Paolo Zardi
      23/08/2015

      Hai ragione, me ne ero accorto mentre scrivevo ma ero di corsa e non sono riuscito a sistemare…. 😉 Nel libro Dataclisma il legame era: persone prive di difetti evidenti, con bellezze asettiche, si posizionano nella parte centrale della media; quelle con difetti “originali”, prendevano voti bassissimi o altissimi, e nelle relazioni avevano successo. Secondo Durren, le bellezze al centro della distribuzione sono prive di “indolo”, che invece è presente, metaforicamente, in quelle che scatenano giudizi contrastanti; queste ultime sono come quei profumi completi, che presentano invitanti tracce di odori organici. I libri asettici (mi viene in mente “La fortuna dei Wise” di cui avevo parlato un po’ di tempo fa) non scontentano e non entusiasmano nessuno: quelli che invece affondano le mani nell’umanità, nell’organico, sono criticati, ma poi rimangono per sempre. Grazie per il commento e a presto! Paolo

      Paolo

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  3. Giacomo
    23/08/2015

    Mi viene in mente la riflessione di Kundera sul kitsch nell’Insostenibile leggerezza dell’essere: il kitsch sarebbe l’assoluta negazione della merda.
    https://en.wikiquote.org/wiki/Milan_Kundera#Part_Six:_The_Grand_March

    Liked by 1 persona

    • Paolo Zardi
      02/11/2015

      Kundera è uno dei miei autori preferiti, e questa osservazione, che tu riporti alla luce, mi riempie di gioia! grazie!

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  4. amanda
    24/08/2015

    se con il tempo possiamo perdere l’intonazione della voce di una persona cara scomparsa, i tratti del suo viso si possono confondere, quello che spesso ci rimane di più nel tempo è il suo odore, il suo profumo, a distanza di anni dall’ultima volta che l’abbiamo annusato , ancoraci accompagna, un motivo ci sarà, la parte più animale di noi rivendica i suoi diritti

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  5. Sabrina Biagioli
    29/12/2015

    Hai così ovviamente ragione! È un po’ come il teatro, questa storia della “grande autenticità”: un attore non è (o è ) “bravo” , accezione che riguarda la sfera del soggettivo. Un attore è (o meno) “credibile”, quando dona al pubblico una verità che puzza di umano e che chi guarda accetta di credere nonostante abbia pagato un biglietto e sappia bene che in quel momento la vicenda non si sta consumando davvero. Un attore credibile, così come una storia credibile, sono le uniche cose che chi siede in platea o legge un libro, chiede. Noi in teatro lo chiamamo “il grande patto”: io ti credo, a patto che tu (attore, autore) sia il primo a crederci”.
    E a mio avviso, ci crede davvero solo colui che sceglie di portare la verità, in tutti i suoi mille odori.
    Bravo, mi piacciono i tuoi articoli.

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Questa voce è stata pubblicata il 23/08/2015 da in Recensioni, Romanzo, Scrittura con tag , .

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