Grafemi

Segni, parole, significato.

La vita, l’universo e altre fantasie

Non è stato facile ammetterlo, ma dopo aver opposto ogni genere di resistenza – la religione, l’idealismo, gli innegabili risultati della scienza, la forza dell’amore che sento scintillare dentro di me e che intravedo nei cuori degli altri – ho dovuto cedere: il genere umano è una specie ampiamente sopravvalutata. Sopravvalutata da noi stessi, evidentemente, perché, a parte il caso piuttosto imbarazzante dei cani, che abbiamo selezionato per diecimila anni fino a trasformare un lupo in una specie di maggiordomo immerso in una perenne, e inquietante, adorazione per il suo padrone, chiunque esso sia, nessun’altra specie prova la benché minima simpatia per noi umani: non le mucche, trasformate in centrali del latte, non i maiali né le galline, né i leoni né, tanto meno, i delfini. Ne ho visto uno, di delfino, nell’acquario di Genova, questa estate. Costretto in una vasca di sei o sette ordini di grandezza più piccola rispetto al mare, si masturbava con un cilindro in gomma, un galleggiante, che presentava una forma e un buco nel mezzo tali che poteva strusciarci sopra, dentro, il suo pene rossiccio eretto. Dall’altra parte del vetro, c’erano diversi esseri umani che guardavano questa scena: un animale dalla notevole intelligenza che si masturba in una cella nella quale, per motivi che probabilmente gli sono ignoti, è stato incarcerato. Ma non è questo il motivo per cui sono convinto che il genere umano si sopravvaluti: è un esempio, uno dei tanti, ma non il più importante.

il genere umano?

il genere umano?

Non so se il principio antropico sia una nostra specialità o se anche le altre specie possiedano qualcosa di analogo, un principio bovinico, o felinico, o formichico. Nella sua forma più comprensibile, più semplificata, il principio antropico sostiene che l’unico universo conoscibile deve possedere necessariamente quelle particolari caratteristiche fisiche (in termini di costanti, massa, leggi, ecc) che consentono la nascita di una vita che la possa osservare e capire, cioè la presenza dell’essere umano. Se l’universo esiste, quindi, è perché esiste l’uomo. Sto semplificando e forse sto anche un po’ travisando, ma il senso è più o meno questo. E’ quella cosa che sta alla base dello stupore di chi, andando a ritroso da oggi verso il big bang, non fa altro che meravigliarsi di quanta precisione sia servita all’universo per arrivare a costruirci: non ha sbagliato nulla in quindici miliardi di anni! Questo ragionamento assomiglia a quello che accomuna tutti i neo fidanzati quando ricostruiscono la storia del loro incontro, e delle fortuite circostanze che l’hanno provocato. L’errore è sempre lo stesso: si considera la fine come un risultato “necessario”, l’unico possibile, e poi ci si meraviglia per la complessità del destino: se quel giorno di quindici anni fa non avessi scritto una mail, se quell’autobus non fosse arrivato in ritardo, ed esattamente di sette minuti… Sono argomenti molto romantici, questi: piacciono anche a me. Ma finiscono per consolidare l’idea, priva di qualsiasi fondamento, che la realtà in cui ci troviamo – sentimentale, o biologica, o galattica – abbia un valore superiore a qualsiasi altra realtà che avrebbe potuto realizzarsi, o a tutte le realtà che ci sono state prima e a quelle che in futuro forse ci saranno. Punta tutto su una presunta “specialità” del presente, del qui, del me.

Ma la vita è poco più di un’effervescenza del carbonio sulla crosta terrestre. Da un punto di vista dell’universo, della galassia in cui ci troviamo, del sole che ci illumina, della luna che gira attorno a noi a poco più di quattrocentomila chilometri di distanza, è una cosa del tutto irrilevante. Gli unici soggetti in grado di apprezzare la vita sono, guarda caso, gli esseri viventi, e solo una minima parte di loro. E’ lo stesso abbaglio che prendiamo con la nostra intelligenza, che valutiamo, guarda caso, con la nostra stessa intelligenza. Le grandi scoperte scientifiche, le sinfonie, i romanzi, hanno senso solo per chi le ha fatte, per chi le ha composte, per chi li ha scritti e li può leggere. I problemi che risolviamo sono i problemi che noi stessi ci poniamo. Probabilmente anche un topolino si sente molto intelligente quando trova il modo di entrare in una cantina piena di formaggio. Ma avete mai provato a leggere Proust a un gatto, a spiegare la teoria della relatività ristretta a una pianta o a suonare Mozart a un granchio? Chiedete a un bambino di tre anni cosa pensa delle proprie capacità cognitive: al di là del fatto che dovrete formulare la domanda in una forma così semplice da farvi dubitare che stiate parlando della stessa cosa, la sua risposta sarà comunque qualcosa tipo “fantastica”. La sopravvalutazione della vita (e della morte, un fenomeno che da un punto di vista chimico non presenta alcun aspetto drammatico) ha generato le religioni; la sopravvalutazione dell’intelligenza ha dato vita alla presunzione della scienza.

La Materia

La Materia

Tuttavia, questa autoreferenzialità, questa coincidenza tra osservatore e osservato, non è l’unica causa della sopravvalutazione. Anche da un punto di vista oggettivo, tutto il nostro sforzo di spiegare il mondo può essere riassunto in poche parole: stiamo cercando di descrivere l’universo attraverso metafore che rimandano al nostro minuscolo mondo quotidiano; e dopo averle trovate, ci pare di aver spiegato o capito qualcosa. Ma sono travisamenti, mistificazioni, semplificazioni grossolane. Non sappiamo nulla delle cause primitive, ammesso che esistano davvero. Quando parliamo di salti quantici, di buchi neri, di confini dello spazio, di collasso gravitazionale, stiamo ridicolmente semplificando la realtà: la stiamo raccontando come se fosse qualcosa che succede nel cortile dietro casa, e invece, per quanto possa risultare doloroso riconoscerlo, la distanza tra la nostra rappresentazione interna di ciò che ci circonda e quella che Kant chiamava “idea in sé” è talmente grande che non possiamo neppure immaginarla. Stiamo parlando dell’universo secondo l’effetto che fa su di noi, e siamo convinti che tutto questo sia oggettivo. La materia è un’invenzione dell’uomo: in proporzione alla loro grandezza, gli atomi che compongono un pezzo di ferro distano tra loro decine di chilometri. Allora cosa vediamo? Vediamo una luce che non passa attraverso i legami chimici che tengono insieme le molecole, e percepiamo la nostra incapacità di romperli con un dito, di passarci attraverso. E dopo aver constatato questi effetti, e aver creduto che siano qualcosa che esiste di per sé, con un piccolo passettino arriviamo a formulare una teoria dello spazio, del tempo, dell’universo. Ma quando guardiamo il cielo non facciamo altro che osservare la proiezione del nostro cervello – delle nostre categorie mentali, dell’esperienza contingente che si è formata sull’interazione tra ottanta chili di materiale organico con il minuscolo ambiente che lo circonda – la proiezione del nostro cervello, si diceva, sullo spazio che ci sta intorno. Come accade anche con tutte le divinità, l’universo che immaginiamo assomiglia molto di più a noi che all’universo stesso: l’abbiamo creato a nostra immagine e somiglianza.

Alla base di tutto, comunque, c’è questo sentimento fortissimo, e innegabile, che ciascuno prova per se stesso, un misto di empatia, amore, paura per il proprio destino, sensazione di essere al centro del mondo. Quest’ultimo sentimento, se così si può chiamare, è del tutto naturale: trascorriamo tutta la nostra esistenza – ogni singolo minuto – con noi stessi. Possiamo provare a immaginare cosa sono le altre persone; possiamo perfino spingerci a pensare, per un attimo, alle persone che vivono dall’altra parte del mondo, e fare finta che siano come noi; ma non c’è alcun buon motivo per continuare a farlo per più di cinque o sei secondi. Attraverso i buchi dei nostri unici due occhi, vediamo il mondo sempre e solo dalla stessa angolazione. Non abbiamo nessuna possibilità di verificare le nostre teorie. Il blu: che ne sappiamo se davvero tutti vedono la stessa cosa, quando guardano qualcosa di blu? Valuto la qualità della mia interpretazione del mondo attraverso la stessa mente che ha prodotto quell’interpretazione: è naturale che mi sembri corretta!

frasi personaggi platoneIn realtà, almeno per quanto mi riguarda, l’universo non esiste come non esistono il tempo, lo spazio, i sentimenti, l’amore, la vita, il passato, la storia, le grandi narrazioni – non esistono se non come cose che sembrano a me. Ci sono cose che accadono – spostamenti di atomi organizzati in strutture abbastanza complesse (più di quanto una mente come la nostra possa realmente comprendere), braccia che si toccano, liquidi che intossicano il nostro sistema nervoso – e poi ci sono io che le strutturo dando loro un significato: usando nomi cumulativi per insiemi di cose che non hanno nessun legame tra loro, inventandomi oggetti come le città, gli organi, le nuvole, un popolo, i giorni della settimana, una montagna. Ci piacciono le parole con la lettera maiuscola – le idee di Platone! – ma sono solo un prodotto tipico, e specifico, della mente. Il mio gatto, ad esempio, non sa dell’esistenza della via lattea per il semplice fatto che la via lattea l’abbiamo inventata noi, e sarei davvero curioso di sapere che razza di mondo vede lui attraverso quel naso così sensibile, quelle orecchie sempre in movimento – chissà fino a che punto ha sviluppato un’idea generale delle persone che gli danno da mangiare. E non esiste neppure un Io che possa essere in qualche modo capito, o descritto, e tanto meno un Tu che possa essere compreso da me. E’ tutto infinitamente meno organizzato, meno finalistico, meno astratto, di quanto amiamo pensare. Siamo qui, e siamo adesso, per caso; qui, e adesso, sperimentiamo il mondo, e ce lo inventiamo con i mezzi a nostra disposizione. Non è una cosa brutta: assomiglia un po’ alle parole di Imagine di quel paraculo di John Lennon. Dare meno importanza alle nostre fantasie, e molta di più al poco tempo che abbiamo a disposizione, questo sarebbe una bella cosa: la vita, a ben guardare, non è altro che quel periodo di tempo in cui c’eravamo anche noi.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

22 commenti su “La vita, l’universo e altre fantasie

  1. stravagaria
    27/08/2015

    Molto vero, molto ansiogeno. L’ultima frase è la conclusione perfetta di una beffa di cui non conosciamo l’ideatore.

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  2. Renato
    28/08/2015

    Già.

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  3. Zio Scriba
    28/08/2015

    Non so se commentare o se applaudire. E comunque, il fatto che una mente umana possa produrre pensieri e parole così è qualcosa che continuo a trovare più (misteriosamente) consolatorio di quanto non lo trovi ansiogeno. Tutto in questo pezzo è perfetto, dalla battuta su Volo all’illusorietà dei nostri sopravvalutati “voli”, fino alla frase finale, che mi pare un invito a essere Signori del nostro (poco) Tempo, cioè liberi e intelligenti e gaudenti, per quel che possono contare la libertà, l’intelligenza e il godimento di quei polverosi e presuntuosi atomi di scorreggia cosmica che in fondo siamo. 🙂
    (E che ogni pezzetto di merda continui pure a credere in un “principio stronzico”, se questo lo aiuta a illudersi di puzzare di meno…)

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    • Paolo Zardi
      28/08/2015

      Grazie Nicola, il principio sronzico è un colpo di genio! 🙂
      Un abbraccio!

      ps la battuta su Platone e Volo non è mia: cliccando sull’immagine si arriva al sito dove l’ho trovata

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  4. Giacomo Brunoro
    28/08/2015

    Però alla fin fine ci si diverte dai. Sembra incredibile vero?

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  5. Grilloz
    28/08/2015

    Ma alla fine non finisci col sopravvalutarlo ancora una volta l’uomo, considerandolo da creatura a creatore, anche se solo in modo conoscitivo? Se l’universo, per quanto un universo limitato ed egocentrico, esiste solo in quanto è l’uomo a dare un nome a tutto, non si finisce col dargli troppa importanza?

    Tra le altre cose mi ha ricordato questo versetto:
    “Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche”

    P.S. era un po’ che non divagavo in pensieri filosofici, grazie 😉

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    • Paolo Zardi
      28/08/2015

      Eh eh… no, non c’è nessun merito o valore nel creare il mondo dal punto di vista conoscitivo: anche un ragno interagisce con lo spazio che lo circonda e lo organizza secondo i propri schemi mentali… Solo che il nostro modo di interpretare il mondo ci sembra, per la presunzione che ci contraddistingue, qualcosa di elettrizzante – come se avessimo avuto la capacità di trovare una qualche forma di verità inoppugnabile, e valida al di là del nostrro particolare sistema sensoriale e delle nostre categorie a priori…
      Il verso che citi è centrale, nel mio modo di vedere le cose: l’uomo tende ad assegnare nomi, cioè a creare astrazioni; quindi passa all’elaborazione delle stesse. E’ una bella esperienza, non c’è dubbio, ma, come dice Nicola Pezzoli qui sopra, stiamo comunque parlando delle scoreggine atomiche di un universo immenso.
      Grazie per essere passato, a presto!

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  6. mayfair61
    28/08/2015

    L’ometto è talmente autoreferenziale che si è pure costruito un dio a sua immagine e somiglianza (non viceversa) che si suppone lo ami alla follia e abbia creato un universo intero con solo la piccolissima Terra abitata dai suoi figli fortunelli.
    Post splendido, Paolo.

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  7. Ossidiana
    28/08/2015

    Credo nelle coincidenze. Poco fa sono capitata sul tuo blog e nello stesso momento ho acceso la radio e a Fahrenhait discorrevi del tuo “XXI secolo”, perciò non potevo esimermi dai complimenti. In bocca al lupo per il tuo libro!

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    • Paolo Zardi
      01/09/2015

      Ma che bello! Peccato che io sia tutto fuorché radiofonico – mi sono segnato nella mia agendina “mai più in radio”! 😉
      Grazie per essere passata!

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  8. Marina
    31/08/2015

    Ti sei spiegato in modo sublime….cose che anche io penso ma non so bene esprimere! Ciao, buona settimana!

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  9. MauGandolfi
    31/08/2015

    Non c’è niente da fare: l’uomo chiama un incrocio “località quattro strade”, anche se le strade che si incrociano in effetti sono due.

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  10. Isa Thid
    01/09/2015

    Un modo di pensare che genera meraviglia (molto aristotelico).

    Ma non capisci quanto sia assurdo che questo pianeta abbia un’atmosfera, che da microscopici microrganismi si sia evoluta la specie umana e che sia dotata di materia grigia, è completamente illogico che noi due, ora, ci troviamo qui insieme e siamo vivi e abbiamo la possibilità completamente irrazionale di amarci. Ma i rigiri eccentrici dell’universo ci hanno portato qui, nonostante le infinite probabilità a sfavore… Tanto vale amarsi, no?
    (che dici, lo convinco?) XD

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    • Paolo Zardi
      01/09/2015

      Eh eh… è assurdo solo se pensiamo che questo risultato fosse necessario fin dall’inizio… ma confermo, è bellissimo esistere, qualsiasi cosa significhi questa esperienza! 😉
      A presto!

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  11. notturnobreve
    06/09/2015

    ho appena visto Detachmen (un film del 2011)… e tra me e me confrontavo il mio il tuo cinismo… il tuo decisamente più costruito più attraente. 🙂

    ciao Pabloz

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  12. Ally
    22/05/2017

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Questa voce è stata pubblicata il 27/08/2015 da in Romanzo con tag , , , .

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