PordenoneLegge 2015 – Fight Reading – Racconto #3

Terzo atto conclusivo del Fight Reading a PordenoneLegge del 2015, dove Marco Peano, Enrico Macioci e il sottoscritto ci siamo sfidati a colpi di racconti.

Sogno

Paolo Zardi

Dimenticati che tutto quello che scrivi deve essere
assolutamente vero. Nei romanzi basta che sia possibile.

(non mi ricordo di chi è la frase! uno svedese, di questo sono sicuro…)

Aveva trentanove anni, un marito spesso ubriaco, un figlio di sei anni e un cancro alle ossa per il quale i dottori non le avevano dato più di due mesi di vita. La malattia non era arrivata del tutto inaspettata: qualche anno prima le era stato trovato un tumore al colon. Dopo la rimozione chirurgica, fu sottoposta a trattamento chemioterapico che però lei, dopo qualche settimana, si era rifiutata di continuare per i devastanti effetti collaterali, confidando, un po’ ingenuamente, nelle proprie naturali capacità di recupero.
In una rivista che aveva trovato poco prima dell’intervento, aveva letto che i tumori nascono per un eccesso di zelo di alcune cellule che, convinte di riparare un danno, si impegnano a ricostruire senza sosta nuovi tessuti. Nello stesso articolo spiegavano che il cancro era la risposta sbagliata del corpo a un danno reale o immaginario; la vera cura consisteva allora nell’individuare i punti dolenti – infiammazioni fisiche o psichiche – e guarirli puntualmente. Ora che il cancro era tornato, ripresentandosi con una violenza devastante, si domandava cosa avesse trascurato, in quegli anni: quale minaccia non avesse considerato in modo adeguato. Provò a ricostruire la sua vita a ritroso – il figlio che pareva non darle mai ascolto, il marito brusco, a tratti manesco, spesso impegolato in situazioni al limite della legalità, i continui contrasti con i vicini di casa per i due metri quadrati di giardino che condividevano – ma non trovava nulla che giustificasse l’enormità della pena che le sue cellule le stavano infliggendo.
Non era tanto la paura per la morte, sulla quale non aveva fatto ancora in tempo a farsi un’opinione, e neppure quella per il dolore, che la morfina combatteva con risultati sempre più scarsi: il centro dei suoi pensieri, quando riusciva a formularli, era il bambino che avrebbe abbandonato. Le persone che si suicidano, quelle veramente motivate, non lasciano lettere per chi rimane: nei loro piani, la morte serve a spegnere il mondo per sempre. Lei, invece, aveva ancora un legame intimo e indissolubile con il futuro – aveva piani per il 2016, immaginava il diciottesimo compleanno di suo figlio, il tempo dolce della pensione… Non era pronta per morire.
Qualche sera fa, mentre il dolore la straziava, si è rivolta per la prima volta a me. Aveva la voce impastata per la morfina, e si interrompeva spesso, per gestire gli assalti improvvisi del male, ma era chiaro quello che mi stava dicendo: Paolo, sussurrava, perché mi stai facendo tutto questo? Fino a che punto vuoi spingere il tuo racconto?
E’ la tua vita, le ho detto, non la sto inventando io. Le cose vanno in questo modo: ci si ammala, e poi si muore. Non hai sentito cosa hanno detto i dottori? Al massimo due mesi.
Sei proprio una brutta carogna, ha detto sottovoce. Questo non è il mondo reale: questo lo stai costruendo tu. Salvami.
La tua guarigione sarebbe una bugia, le ho risposto.
Una bugia? Chi ha detto che tutto quello che scrivi deve essere per forza vero? Nei romanzi basta che sia possibile. Fammi stare bene. Donami una vita più lunga.
Ma come faccio? le ho chiesto. Come?
Inventati una nuova cura, mi ha detto. Fai sottintendere che la diagnosi era sbagliata… Ma lascia che io possa tirare su mio figlio, racconta la storia della mia morte quando lui sarà già grande.
Non è semplice, ho pensato. Il realismo magico non mi è mai piaciuto, il fantasy mi fa orrore e il tempo delle favole è finito da un pezzo. Cos’altro mi rimaneva? In un racconto di Kafka, trasformata in uno scarafaggio sarebbe comunque morta.
Allora, cosa hai deciso? mi ha sussurrato in un rantolo.
Fantascienza, le ho risposto. Ho preso in prestito una pecora elettrica da un libro di Dick, e l’ho fatta sognare; e in uno di quei sogni c’eri anche tu, avevi il cancro, ma posso assicurarti che alla fine ti sei salvata. Allora lei ha chiuso gli occhi e ha sorriso. Sapeva che ora esisteva un mondo in cui avrebbe visto suo figlio crescere.

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3 risposte a "PordenoneLegge 2015 – Fight Reading – Racconto #3"

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  1. Sì, molto bello. In particolare il nitore e il ritmo leggero e dolcemente incalzante. L’idea del dialogo fra narratore e personaggio è simpaticamente stravagante e cambia registro, aprendo a qualsiasi epilogo. La chiusura è concentrica e efficace. La potenza del sogno. Al primo momento ho pensato che Paolo fosse il nome del figlio, non dell’autore. Sarebbe stata un’altra storia, più banale, se vuoi, ma di certo non ti avrebbe dato l’opportunità, una volta tanto, di far felice un personaggio. Complimenti.

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