Un giudizio universale a ogni passo – Marina Sangiorgi

Di Marina Sangiorgi ho parlato diverse volte, qui, su Grafemi, e in più di un’occasione mi sono sbilanciato nel dire che, per i miei gusti personali, è tra le più bravi autrici (ma così sembra riduttivo: tra i più bravi autori di qualsiasi sesso) di racconti in Italia. Recentemente mi ha concesso l’onore di far parte degli apocalittici, cioè dei ventuno autori che hanno partecipato alla raccolta di racconti “L’amore ai tempi dell’apocalisse“, uscita pochi giorni fa per Galaad edizioni. Qui, un assaggio del suo racconto.

Un giudizio universale a ogni passo
Marina Sangiorgi

Non ho guardato le foglie di luce, le lame di luce in via Lame, non ho abbastanza ammirato i platani dei viali e il cielo sui tetti e le nuvole e il sole e sentito l’aria sulla faccia.
Dalla mia camera si vede la cupola, uno scorcio di cupola, uno squarcio di Santa Maria della Vita, ma adesso i soccorritori ci hanno detto: «Sprangate le finestre alle due del pomeriggio, tenetele chiuse». La mattina davanti ai vetri guardo fuori: la città è silenziosa, grigissima, più grigia che mai, come avesse cambiato colore. Non vedo persone, solo piccioni volare tra i tetti e i davanzali. È ottobre, non fa ancora molto freddo. Forse riusciremo ad accendere il riscaldamento; la luce, il frigo, la lavatrice: funziona ancora tutto. Siamo chiusi qui da due settimane, mi sembrano secoli. Sono chiusa in casa con Guido e sua moglie. Mi scappa da ridere, ogni tanto mi scappa da ridere, vado in bagno per ridere e poi scoppio a piangere. I soccorritori passano ogni due giorni. Hanno una tuta bianca, il volto coperto. Non li riconosco, non so se sono gli stessi o cambiano. Portano da mangiare: tonno, pasta, biscotti, acqua minerale solo nella prima settimana. Chiediamo: «Cos’è successo, l’acqua è potabile, quando potremo uscire? Per favore, diteci, cos’è successo?». Non ci rispondono.
Guido dorme sul divano, io nella mia camera, sua moglie nell’altra. All’inizio ho pensato: potrà scegliere, ci raggiungerà la notte, una notte per una. Che ridere, pensavo. Ma Guido la notte dorme. Mi alzo, giro per casa. Sua moglie tiene chiusa la porta, Guido si rigira nel sonno. Dorme veramente, e non so come ci riesce: sento il suo respiro pesante, a tratti il suo russare. Mi piaceva guardarlo dormire, prima, quando stava da me e diceva alla moglie che era fuori città per lavoro.
Con Guido ci siamo incontrati a una festa. Mi invitò una collega in una villa sui colli.
«Come fai a conoscere questa gente?» chiesi.
«Compagni di università.»
Ah, i miei compagni di università: fuori sede squattrinati, accampati in dieci per appartamento, a fare i camerieri, o le baby sitter, per pagare l’affitto. Anni di allegria. Tiravo la cinghia, l’anno della tesi non sono mai uscita la sera, non avevo i soldi neanche per una pizza. Una pizza a metà.

[Il resto del racconto lo si trova nell’antologia “L’amore ai tempi dell’apocalisse”, Galaad Edizioni]

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