Come Pinky e Panky – Carlo Vanin

Uno dei giochi che mi piace fare quando ho in ,mano una raccolta di racconti scritta da diversi autori, è stilare una serie di classifiche interne, basate sui criteri più disparati: dal più breve al più lungo, dal più romantico al più cinico, dal più prudente al più coraggioso: dal più “normale” al più folle. Il racconto “Come Pinky e Panky” di Carlo Vanin, del quale avevo recensito La notte della mediarchia“, Panda edizioni (di quel libro dicevo “in un mercato dove tutto viene appiattito verso il basso – dove non solo la cultura è stata trasformata in merce ma questa trasformazione è andata così bene che nessuno si vergogna più di dire che il libro è un prodotto da vendere – in questo mercato, un romanzo così folle è un atto rivoluzionario”), il racconto che Carlo Vanin ha scritto per la raccolta “L’amore ai tempi dell’apocalisse”, uscita una decina di giorni fa per i tipi della Galaad, si piazza sempre a uno dei due estremi di qualsiasi classifica: è il secondo più lungo, decisamente il più cinico, e, senza ombra di dubbio, il più folle. In generale trovo che la follia, in letteratura, sia un modo semplice per riempire pagine e pagine quando non si hanno idee. Ma la follia di Vanin, come ci aveva già mostrato ne “La notte della mediarchia” ha una sua ragione interiore così forte, e così strutturata, da risultare irresistibile.

Nel percorso intrapreso qui su Grafemi verso la scoperta dei racconti che compongono l’antologia, iniziato venerdì con il delicatissimo “Un giudizio universale a ogni passo” di Marina Sangiorgi, si propone ora un breve estratto del racconto di Vanin. Buona lettura!

Come Pinky e Panky
Carlo Vanin

[…]

Quello con gli occhi verdi dev’essere una donna, pensava la creatura, ricordando ciò che gli aveva spiegato la Madre: Gli Esseri non sono come noi, non hanno la vagina e i coglioni assieme. Alcuni hanno solo la vagina, sono le Donne. Altri hanno solo i coglioni e il pene, sono i Maschi. Tu dovrai inseminare una Donna. Ti è chiaro?
Aveva chiesto alla Madre come poter riconoscere una Donna e non aveva ricevuto una risposta precisa: Alcune di loro hanno un campo mentale da Donna, lo riconoscerai quando ti ci troverai avvolto.
Ora la creatura sulla Busney VII, il demone numero 27, aveva capito ciò che sua madre gli aveva spiegato: gli era chiaro da quando il suo occhio, l’unica strada che portava alla sua mente di demone, aveva incrociato i due occhi verdi dell’Essere che l’aveva avvicinato poco prima.
Va bene, disse la Madre nella sua testa, quella è una Donna. Fra poco dovrai inseminarla: avvicinala nel sonno.
Il demone numero 27 sapeva che gli Esseri dormivano solo parte di un loro ciclo e per farlo avevano bisogno di trovarsi in condizioni particolari. Inoltre, gli umani addormentati sospendevano le funzioni vitali volontarie, perdendo il loro già precario controllo sull’Io Sono. L’Io Sono dei demoni, invece, era continuo: la loro mente era sempre attiva.
Questo perché non abbiamo bisogno di sonno? aveva chiesto il demone a sua Madre.
No aveva risposto Ereshkigal, stizzita. Perché noi viviamo nel sonno.
Il demone stava imparando lentamente, dopo miliardi di cicli di esistenza, a conoscere se stesso, la Madre e l’universo. Si domandava se altri demoni all’infuori di lui sapessero le verità che lui aveva sfiorato per un secondo. Si rese conto, seduto su quello sgabello in un artefatto umano che poteva viaggiare nel vuoto, di come il sonno in cui erano immersi i demoni non fosse tutto. C’erano altri modi di essere. Per un momento si chiese perché la madre non avesse insegnato agli abitanti dell’Inferno quelle verità. Per poco non si trovò in disaccordo con la Madre, davanti alla Madre stessa che lo osservava attraverso il suo sonno. Temette il Dolore, per aver pensato che la Madre stesse ingannando i suoi figli. Il Dolore non venne.
Io sono vecchia, disse invece la Madre, sto morendo. Ereshkigal deve pagare il suo unico errore prima che tutto sia finito.
L’errore: quale errore? Forse Baal, Baal l’enorme, Baal il primogenito.
Un Esposto si avvicinò al demone, un orrore con una moltitudine di facce che brulicavano sulla sua gigantesca testa. Una delle sue bocche parlò.
«Sai, ho sentito cosa stai pensando» gli disse l’Esposto.
Il demone non ne fu stupito. Gli Esseri più vicini a lui, i pellegrini, i mostri, possedevano una mente diversa dagli Esseri che aveva incontrato prima. Riuscivano forse tutti a comunicare con la mente?
«È da tanto che non ti fai una donna vera, eh?» domandò verbalmente e telepaticamente l’Essere deforme.
Il demone conosceva il linguaggio degli Esseri, più volte aveva visitato i loro sogni. Si chiese come mai non avesse notato prima la differenza fra uomini e donne: forse perché, come diceva sua Madre, i demoni erano stupidi. Non riuscì a formulare un pensiero coerente per rispondere al suo interlocutore. Questi si stancò ben presto e se ne andò. Il demone sentì che diceva telepaticamente a un cubo marrone: È un demone, sai? Sono loro che ci hanno insegnato i numeri. La parte superiore del cubo si aprì e una piccola testa bianca fece capolino. Era un volto da vecchio, pallidissimo. L’ometto nel cubo guardò il demone, sorridendo. «Ha i coglioni pieni, è qui per zuum-zuuum» fece al compagno. «Beato lui» rispose quello.
Non preoccuparti di loro: hanno tutti pochi cicli di vita. La loro comprensione non serve in un corpo mortale, disse Ereshkigal al figlio.

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