Grafemi

Segni, parole, significato.

Entropia

Buon Natale a tutti!

Il condominio era stato costruito nei primi anni sessanta, durante il boom edilizio che aveva accompagnato la migrazione in massa dalle campagne circostanti verso la città: tre piani sopra minuscoli garage progettati prima che fossero inventati i SUV, terrazzini davanti le cucine per sbattere le tovaglie, un piccolo giardino di ghiaia tutto intorno, e due alberi di alloro appoggiati tra loro come una vecchia coppia di amanti ormai esausti. Alle riunioni condominiali, che si tenevano una volta all’anno in una sala del vicino oratorio, l’amministratore tirava fuori l’enorme registro che aveva accompagnato quegli incontri fin dalla prima volta; sfogliandolo, era possibile leggere la storia di quell’edificio, delle famiglie che ci avevano abitato, dei problemi contingenti che si erano via via presentati – il tetto da rifare (1975), gli schiamazzi dei bambini nel primo pomeriggio (1978), le tubature delle fogne che spandevano (1981), il distacco dell’intonaco dal muro rivolto a settentrione (2002). Ora di bambini non ce n’erano più: di quegli anni rimaneva solo una donna ormai centenaria sempre sul punto di morire e che i parenti cercavano inutilmente di mettere in un ospizio; le famiglie, invece, erano state via via sostituite da coppie che non si potevano permettere il lusso dei figli e poi da un turbinio di single – single per scelta, e single per forza – che durante i traslochi si trascinavano dietro la loro dote di chitarre acustiche, stereo con casse Bose, frigoriferi in stile anni cinquanta e letti futon inspiegabilmente matrimoniali. Al primo piano, ad esempio, c’era Enrico, un bel quarantenne, giovanile, ben proporzionato, spesso per conto suo, e piaceva a Francesca, che viveva al secondo, anche lei sola – si era trasferita là dopo essere stata lasciata dal fidanzato a un mese dalla data fissata per il loro matrimonio: un trauma dal quale cercava, con grande fatica, di riprendersi. Sopra di lei, nel piccolo appartamento confinante con quello della vecchia, c’era Marco, che usciva da una storia mai decollata sul serio, ma i cui strascichi inaspettati continuavano a tormentarlo. La donna di cui si era invaghito, infatti, e che solo dopo un estenuante assedio era riuscito a portarsi a letto, l’aveva mollato il giorno di Natale, e di questo lui non si era stupito più di tanto – di fatto, l’unica cosa che li aveva tenuti insieme in quei pochi mesi in cui si erano frequentati in modo disordinato, era l’ostinazione di lui nel credere che potessero formare una davvero bella coppia, un pensiero che, lo ammetteva anche lui, non aveva alcun fondamento. Aveva incassato bene, tanto che un’amica di lei, incontrata per caso in una specie di discoteca un mese dopo, gli aveva confidato che erano rimasti tutti stupiti dalla compostezza della sua reazione.
Ho rispettato la sua decisione. Non è così che si fa?”
Sì, in teoria sì, ma sai quanti uomini tormentano le ex per mesi e mesi? Tu sei diverso”.
Ti ringrazio. Lei come sta?”
Bene… Ora forse ha trovato l’uomo giusto”.
Mi fa piacere” e lo disse anche se non era vero: l’amore no, ma l’orgoglio gli era rimasto.

Qualche giorno dopo scoprì che l’uomo giusto era uno che lui conosceva bene – molto più intimamente di quanto chiunque potesse sospettare. Da bambino viveva in un quartiere molto ordinato, abitato da famiglie borghesi – dentisti, architetti, colonnelli – piene di figli. Aveva passato intere estati a giocare con i suoi amici a nascondino, a calcio, a mosca cieca, e lunghi inverni a tirarsi palle di neve, a fare i compiti nelle cucine dei compagni di classe mentre fuori c’era la nebbia e le finestre si appannavano per le minestre che le mamme preparavano per cena. Erano cresciuti tutti insieme, un giorno dopo l’altro, immersi in un incanto che non conosceva crepe. Poi, intorno ai dodici anni, era arrivato il sesso, nella sua tipica forma onanistica; e poco dopo iniziò la pratica adolescenziale della masturbazione in compagnia. A distanza di anni, non riusciva a ricordare chi aveva cominciato, chi l’aveva proposto per primo – gli pareva che tutti, prima di lui, lo facessero, e che lui si fosse limitato a seguire un’usanza ormai consolidata. Si scendeva a giocare a calcio, e quando si era stanchi si tornava a casa, e se si tornava a casa con un amico, e a casa non c’era nessuno, capitava abbastanza spesso che ci si tirasse giù i pantaloni, ognuno i propri, e in due o tre minuti si arrivasse all’orgasmo, ognuno per conto proprio. Erano esperimenti, prove per il futuro, una naturale curiosità che cercava le proprie risposte.
Un pomeriggio di primavera, anche se pioveva e giù non c’era nessuno, era comunque sceso con il pallone sotto braccio a cercare qualcuno con cui fare due tiri. Trovò solo Andrea, un ragazzo di due o tre anni più grande di lui, uno che aveva passato l’infanzia a prenderlo in giro e verso il quale si era sempre sentito in soggezione. Era basso, tozzo, con gli occhiali spessi, una vaga aria da secchione da scienziato. Parlarono un po’ – di calcio, gli sembrava di ricordare – e poi lui gli chiese se voleva andare nel suo garage, dove con il fratello aveva costruito il plastico di una stazione dei treni. Lo seguì.

Quando entrarono, non c’era nulla: il plastico era in alto, sollevato fino al soffitto e attraverso un complesso sistema di carrucole e cavi era possibile farlo scendere quasi fino a terra. Una volta abbassato, sembrava un presepe, con gli alberi, le casette, le lucine, il passaggio a livello, e omini con la barba e donnine con le tette e bambini con cappellini in testa dentro le macchine in fila, tutti sorridenti. C’era odore di benzina, di colla, di acetone.
Ti piace?” gli aveva chiesto, e intanto si era abbassato i pantaloni e le mutande. Aveva un cazzo enorme, circonciso, già duro, e se lo teneva in mano, con un viso concentrato. “Ti piace?” gli chiese un’altra volta. Non sapeva cosa rispondere. Il ragazzo si avvicinò a lui, gli prese la mano, la portò sul suo sesso e facendo forza sul suo avambraccio che teneva stretto, lo fece andare su e giù. Poi, gli passò una mano dietro la nuca e gli abbassò la testa… Lui si sentì soffocare, ma non ebbe il coraggio di divincolarsi, di scappare: arrivò fino alla fine. Poi Andrea si ricompose, come se non fosse successo nulla. Gli fece vedere come si montavano le staccionate, gli fece toccare il materiale con il quale si costruivano i tetti delle case, e lui non sapeva cosa dire, come comportarsi. Dopo mezz’ora tirarono su il plastico. Quando tornò a casa, andò in bagno e si masturbò, e venne quasi subito, senza capire perché. Si sentiva confuso: era diventato omosessuale? La parola aveva un suono tremendo. Nei mesi successivi le masturbazioni in compagnia si diradarono. Ogni tanto incrociava Andrea, e non si dicevano niente: solo un ciao, di sfuggita. E anni dopo, quel ragazzo con il cazzo enorme che lo aveva costretto a prenderglielo in bocca a tredici anni, era diventato l’uomo giusto per la sua ex fidanzata: in quel turn over c’era in gioco qualcosa di più serio del suo semplice orgoglio. Avrebbe voluto dirglielo, chiamarla per raccontare quell’episodio accaduto quasi trent’anni prima, ma si tratteneva, per pudore, per vergogna; quel cazzo enorme lo umiliava, ma non c’era solo questo. Per quanto si sforzasse di negarlo, il ricordo di quell’episodio di tanti anni prima lo veniva a trovare, durante il sonno, e a volte era lui stesso a cercarlo; e ora non gli era chiaro se fosse geloso di Maria, o invidioso perché lei, e non lui, era l’oggetto del desiderio… Ogni tanto si confidava con Francesca, la donna che viveva al secondo piano: le raccontava di come si era innamorato di Maria – di come aveva creduto, in realtà, di esserne innamorato – e delle enormi differenze che li tenevano distanti, lei tutta presa dalla musica, dai concerti, dalle serate nei locali, lui dal lavoro, dai libri che leggeva, dal volontariato, e poi di come non avesse sofferto per la fine scontata del loro rapporto, e di come la sofferenza fosse iniziata tempo dopo, per la presenza di un altro che, temeva, era migliore di lui… Tralasciava però il dettaglio di quello che era successo nel garage; temeva di essere frainteso. Francesca, in cambio, arrivò a spiegargli l’ultimo anno che aveva passato con il suo fidanzato, prima che la lasciasse a un mese dalla data del matrimonio.

Ci siamo messi insieme quando eravamo ancora piccoli, a quindici anni, senza nessuna esperienza – eravamo timidi, alle prime armi. Dopo un mese, abbiamo comprato una torta gelato da quattro porzioni, quelle della Algida, per festeggiare: eravamo increduli. Accanto a noi, a scuola, avevamo ragazzi molto più svegli e maturi di noi, ma a loro però mancava completamente la dimensione affettiva nella quale vivevamo. Facevamo progetti un po’ campati in aria sul lavoro che avremmo fatto da grandi, sui nomi che avremmo dato ai nostri figli, perfino sulla disposizione degli invitati al nostro matrimonio. Non c’era molta differenza tra quelle parole scambiate su una panchina, con i quaderni dei compiti appoggiati sulle gambe, e i giochi che si facevano da bambini, quando ci si inventava un mondo popolato di adulti in miniatura. Applicavamo la nostra immaginazione ancora fanciullesca a una vita che sarebbe potuta diventare vera. Abbiamo continuato così per anni, e poi abbiamo smesso, un po’ alla volta, come un fuoco che diventava brace e poi cenere. Eravamo diventati grandi. Lui, che quando lo avevo conosciuto era un ragazzino magro e timido, aveva iniziato ad andare in palestra, ed era diventato robusto, grosso, nel giro di sei mesi e dopo un anno era un colosso. Si era rasato a zero, e gli amici che frequentava parlavano di cose che non mi riguardavano più. Ma abbiamo continuato, come se stare insieme fosse una specie di lavoro con un contratto a tempo indeterminato, qualcosa che non richiedeva troppe domande, o continue conferme. E’ stato quando ho iniziato a parlare di matrimonio che qualcosa è cambiato. Non mi interessava la fede da portare al dito, la cerimonia con la marcia nuziale e il bacio, la torta: pensavo ai bambini che volevo avere. Lui non ha detto di no, ma nel giro di qualche mese… è imbarazzante da dire, ma… non riusciva più a venire quando facevamo l’amore. Non lo faceva apposta, lo vedevo come si incaponiva per riuscirci. Non era impotente, per niente. Ma non arrivava mai alla fine. Come si chiama? Non è impotentia coeundi… era un’opposizione inconscia alla paternità, un blocco a generare. Qualcosa, dentro di lui, gli diceva che non voleva avere figli da me: il suo gene egoista non voleva mischiarsi al mio. La macchina del matrimonio, però, si era già messa in moto. Gli inviti, la chiesa prenotata con un anno di anticipo, il ristorante, la casa… Eravamo come un treno senza freni che uno scambio sbagliato aveva dirottato su un binario morto, e non volevo ammetterlo. Pensavo che quel problema si sarebbe sistemato, che finito lo stress di quei preparativi le cose sarebbero tornate a posto. Un mese prima del giorno fissato è venuto da me, con la faccia mogia, e mi ha detto che dovevamo parlare, che c’era un problema. E’ stato dolce – vedere tutti quei muscoli che piangevano mi stringeva il cuore… Ho cercato di convincerlo a cambiare, idea, almeno a provarci, e vedevo che lui avrebbe voluto farlo, ma ogni volta che stava per cedere, che stava per dirmi di sì, scuoteva la testa e tornava all’intenzione iniziale. Non voleva sposarsi, non voleva avere figli, non era più innamorato di me. Gli ho chiesto se c’era un’altra e lui ha negato. Un mese dopo, il giorno prima del nostro matrimonio fallito, l’ho visto passare in un autobus con una ragazza. Sorridevano. Avrei voluto seguirli e invece ho fermato la macchina e ho pianto. Non riuscivo a fermarmi. Ora è sposato, ha un figlio, un maschietto, vive in una bifamiliare che divide con il fratello di lei, ha un’altalena in giardino, ha una famiglia. Quando racconto questa storia, mi viene sempre in mente una scena di Harry, ti presento Sally, quella in cui Meg Ryan piange perché il suo ex si è sposato. Quello, però, era un film, era fiction. Questa, invece, è la mia vita, quella che vivo ogni giorno. Ho provato a ripartire, ma ho paura, paura che possa succedere di nuovo. E l’orologio biologico continua ad avanzare, e questo gli uomini lo sentono, lo capiscono – se iniziano a credere che io li voglia per farmi mettere incinta scappano. Ai figli ci penso, certo. Ne vorrei avere almeno uno, penso di poter essere una brava mamma. Ma prima vorrei trovare un uomo da amare, un uomo che mi amasse… Senti, sabato faccio una festicciola per i tre anni che vivo qui. Hai voglia di venire anche tu?”. Marco accettò l’invito. Ricordava quando era lei entrata in casa, qualche autunno prima: aveva invitato degli amici a fare il warming day, il nome che gli inglesi danno all’inaugurazione di un appartamento, il giorno in cui si scalda la casa – mentre dormicchiava nel divano, aveva sentito salire un brusio mescolato alla musica degli U2, dei Coldplay e dei Radiohead. Intorno alle cinque del pomeriggio Francesca era passata a suonare il campanello a tutti i vicini, chiedendo se volevano prendere una tazza di tè. Era prima che lui conoscesse Maria, che venisse lasciato, che la sua vita tornasse a incrociare quella del ragazzo con il cazzo enorme… Si era dato una sistemata veloce ed era sceso in ciabatte tutto spettinato. Gli amici erano simpatici, e si capiva che erano là per proteggere Francesca, per difenderla dal trauma che aveva subito. Spostandosi per le stanze, prendendo in mano gli oggetti disseminati tra librerie e tavolini, chiedendo informazioni su una bandiera della Soka Gakkai esposta tra due mobili, osservando le foto appese al muro – l’hobby di Francesca – non smettevano mai di parlare, di dire quanto era bella quella casa, come fosse accogliente, quanto buon gusto ci fosse in ogni scelta. Lei continuava a preparare tè, tirare fuori biscottini, rispondere al telefono, e abbracciava forte tutti quelli che le capitavano vicini. Ogni tanto ci si commuoveva. Era come in un di quei rinfreschi americani che si tengono quando muore qualcuno.

Dopo tre anni, il clima sembrava diverso. Gli amici erano ancora gentili ma sembravano interessati ad altro. Una di loro era stata lasciata, ed era il suo turno di essere consolata. Anche Francesca sembrava meno convinta di aver bisogno di loro: si era fatta più forte, e anche se rimanevano le cicatrici, aveva ripreso a sorridere. A un certo punto era scesa a invitare anche Enrico ma dal suo appartamento al primo piano non era arrivata alcuna risposta. In effetti, era raro che lui rimanesse a casa, durante il weekend. Quel giorno era andato a trovare sua madre, che abitava a una cinquantina di chilometri da là e aveva passato il pomeriggio con lei. Tornando, si era fermato in un locale che frequentava spesso: aveva preso una birra, ballato un po’ sulla piccola pista, scambiato qualche occhiata interlocutoria, e poi qualche occhiata un po’ più complice, ma si sentiva svuotato. Al bancone lo aveva avvicinato un ragazzo poco più giovane di lui, abbronzato, muscoloso, e avevano parlato un po’ e mentre quello parlava, lui pensava a sua madre che non stava bene ormai da mesi, e al lavoro in cui non credeva più. Uscirono a fumare una sigaretta. Gli faceva male la gola, aveva freddo, forse si stava ammalando. Voleva andare a casa, ma non sapeva come liberarsi di quel ragazzo che gli stava sempre più vicino. In un momento di stanchezza lo invitò a casa sua. Partirono con due macchine. Durante il viaggio ascoltò un vecchio CD degli Smiths. Fendendo lentamente la nebbia che nel frattempo si era alzata, si sentiva come una barca in mezzo al mare, lontano mille miglia da ogni costa.

Iniziarono a baciarsi appena varcata la soglia dell’appartamento; spogliandosi a vicenda, e senza mai smettere di baciarsi, si spostarono verso la camera. Nel letto, in quella amorosa arena, si impegnarono in una lotta estenuante: entrambi cercavano di penetrare l’altro e nessuno dei due aveva intenzione di essere penetrato. Era una situazione di stallo che ogni tanto si presentava, in quei frettolosi amplessi occasionali, ma in un modo o nell’altro si trovava un compromesso; quella sera no: insistevano, entrambi spinti da una stupida ostinazione che nascondeva una qualche forma di risentimento. Alla fine rinunciarono. Si masturbarono uno accanto all’altro, arrabbiati come due bambini, e vennero a pochi secondi di distanza. Il ragazzo si alzò quasi subito, andò in bagno, si vestì in silenzio e se ne andò senza salutare. Enrico rimase nel letto, nudo. Si sentiva un animale ferito. Dal piano di sopra arrivavano le risate di quella che poteva essere una piccola festa casalinga. A volte aveva l’impressione che la vita fosse altrove – a New York, a Parigi, o in uno degli appartamenti del condominio in cui viveva da anni senza conoscere veramente nessuno. La donna che abitava sopra di lui ogni tanto lo fermava sulle scale per scambiare due chiacchiere, ed era simpatica, espansiva; eppure non era ancora riuscito a imparare il suo nome. Sul viso aveva l’ombra di un dolore trattenuto.

Dopo mezz’ora sentì i saluti davanti alla porta, il rumore dei baci sulle guance, il fruscio degli abbracci, le promesse di sentirsi presto, i ringraziamenti e poi i passi delle persone che scendevano le scale, la luce che si spegneva, la ricerca dell’interruttore, qualche risata. Appena rimasta sola, l’inquilina del piano di sopra cambiò CD – tolse i Coldplay che si ripetevano da tutta la serata e mise su qualcosa che a lui ricordò una vacanza a Lisbona di tanti anni prima: una donna cantava il fado e quello struggimento, che gli arrivava attraversando i sottili muri del condominio, gli faceva male perché parlava di un tempo in cui lui si sentiva felice. L’amore e il desiderio pervadevano ogni cosa, ma il mancato accordo dei sentimenti, le imperfezioni nelle corrispondenze, li erodevano, li logoravano, lasciando uno strascico di rimpianti e occasioni perdute. Era quella, l’entropia, la forza che incessantemente spingeva l’universo dall’ordine verso il caos? Iniziò a tremare per il freddo. Mentre andava in salotto a recuperare i vestiti, tese le orecchie: la donna del piano di sopra non era rimasta sola. Ora gli pareva di riconoscere il ritmo dei passi di due persone che stavano ballando insieme, che dondolavano abbracciati sulle note di quel fado; e poi sentì delle risate intime e affettuose, e gli sembrò di riconoscere la voce di Marco. Come quella donna, avrebbe voluto anche lui un uomo da amare, un uomo che lo amasse, e forse era solo questione di tempo, di avere ancora un po’ di pazienza, e prima poi sarebbe arrivato; allora anche lui, in una sera come quelle, avrebbe ballato sulle note malinconiche di una vecchia canzone, mentre una teiera borbottava sul fuoco e l’autunno avvolgeva nella nebbia un condominio dove dolore e tenerezza si mescolavano in un silenzioso abbraccio.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

5 commenti su “Entropia

  1. Rino
    22/12/2015

    Ciao Paolo, auguro anche a te gli auguri di BUONE FESTE. Rino

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  2. amanda
    23/12/2015

    grazie per il regalo Paolo, passa da me che trovi il tuo. Buone feste
    Amanda

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  3. tommasoaramaico
    31/12/2015

    Non so se e, nel caso, in che misura lo avevi presente, ma dopo aver letto questo tuo racconto-dono (quale racconto non lo è, del resto?), sono andato a riprendere “Entropia” di Pynchon. Le corrispondenze, pur nella differenza, sono molte ed interessanti. Bello, inoltre, come rendi la tensione fra (tentativo di mantenere un) ordine e (la necessità del) caos, esemplificato (se ho ben capito), in un finale dove tale tensione viene mantenuta nell’opposizione fra i vapori di una teiera e quelli della nebbia che avvolge il “condominio” lì dove, fino all’ultimo, si rifugia chi tenta di salvare il salvabile.

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  4. Paolo
    02/01/2016

    Una lettura scorrevole, molto piacevole e coinvolgente. Un bel racconto, che affonda le radici nel profondo del ricordo dell’infanzia. Così quotidiano, così vero, così nostro. Anche mio, sì. Mi ritrovo nel punto di vista del narratore, nel senso che ne condivido in qualche modo l’altezza anagrafica, nell’accumulo esperienziale ed esistenziale. Single fra i single, condomino, che spesso si ritrova a ascoltare i rumori, i battiti, le fisiologiche manifestazioni delle cellule confinanti. Parte di un corpo multiforme e cangiante, da un anno con l’altro, da una stagione all’altra, nella giostra caotica e casuale, verrebbe da dire, dei sentimenti, degli incontri, delle vicende e degli epiloghi. Fiera perversa, crudele, a volte. Espiatoria e redentrice, altre. Quest’entropia d’anime in cerca di legami e unioni, germinanti, vitali, è in fondo l’occasione che origina e muove il tutto.

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  5. Paolo
    02/01/2016

    PS. Definirei “entropica” – e in questo risiede, a mio avviso, l’aspetto più interessante e, credo, originale del racconto – l’origine stessa della pulsione e dell’aspirazione sessuale. E’ un tema tutt’altro che banale e di semplice trattazione, che tuttavia viene toccato e “narrato” con grande naturalezza e sensibilità, in un’accezione prettamente maschile, cionondimeno accurata.

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Questa voce è stata pubblicata il 22/12/2015 da in Racconti, racconto con tag .

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