Dopo di te – un racconto di Ilaria Vajngerl

La raccolta “L’amore ai tempi dell’apocalisse”, che ho curato per Galaad Edizioni, si apre con un racconto di Ilaria Vajngerl, che avevamo già conosciuto in questo blog con Crescere,  e Gli sconosciuti.

Il racconto dell’antologia è un dialogo virtuale (potrebbe svolgersi su Whatsapp) e divertente tra due ragazzi che scoprono di essere tra i pochi sopravvissuti dell’apocalisse che ha colpito il mondo: mi piaceva l’idea di far partire un libro per certi versi drammatico (le risate che diversi racconti riescono a strappare sono quasi sempre tragiche) con qualcosa di più lieve.

E ora, chiudiamo in bellezza questo contraddittorio 2015 con “Dopo di te” dove dolore, rimpanto e tenererzza sono sapientemente mescolati.

 

Dopo di te
Ilaria Vajngerl

Se proviamo a ricordarci com’era la vita quando tu non c’eri ci sembra di essere esistiti due volte. Abitavamo in un appartamento con quattro stanze, d’inverno sopra la doccia cresceva la muffa, la toglievamo con l’ammoniaca, ma dopo qualche mese ritornava e il bagno puzzava di cantina. Quando tu non c’eri la domenica non mettevamo la sveglia. Si dormiva fino alle undici, era la fame a svegliarci, così per colazione mangiavamo la pasta al pomodoro o gli avanzi del giorno prima. Facevamo la spesa il sabato, compravamo un mucchio di dolci e le pizze surgelate. Ci fermavamo in piazza e bevevamo una birra in piedi, chiacchierando con la gente che conoscevamo solo di vista. I giorni di lavoro ci vedevamo soltanto la sera ed eravamo felici, si rimaneva seduti in cucina a lungo e ci trovavamo belli anche se era finito il tempo in cui stavamo a prepararci l’uno per l’altra.

Quando proviamo a ricordarci com’era la vita quando tu non c’eri se sentiamo nostalgia ce ne vergogniamo subito e non lo diciamo a nessuno.

Ti abbiamo voluto perché ci amavamo, volevamo provare lo stesso amore per qualcun altro. Abbiamo deciso che ti saresti chiamato Daniele una sera che siamo andati a teatro e l’attore era così bravo che ci sarebbe piaciuto diventassi come lui. Gli abbiamo chiesto l’autografo perché pensavamo ti avrebbe portato fortuna, lui ci ha stretto la mano ed era sudata.

I nostri amici vedendoti non sapevano cosa dirci, così quando sei nato abbiamo scoperto quali erano le persone di cui non avremmo più avuto bisogno. Quelli che sono rimasti ormai li conosci bene. Paola ci ha portato la cena in ospedale tutte le volte che siamo dovuti restare a vegliarti. Agata continua a parlarti anche se le sputi sul maglione quando ti fa troppe domande, lo sa che ti stufi presto, ma sa anche che ti stanchi subito perché l’ascolti sempre.

Adesso che sei qui anche tu la terra ci sembra un posto ostile. Abbiamo affittato un appartamento a pianterreno perché le scale ti sono nemiche, dovevamo portarti in braccio e diventavi sempre più pesante. I bocconi ti andavano di traverso così ci siamo abituati a mangiare la carne frullata, come la pasta col burro o le verdure bollite. Per ridere facciamo finta di avere la dentiera, anche se ci spaventa vedere i capelli diventare ogni giorno più grigi, perché ci ricorda che un giorno ti lasceremo solo.

Quando proviamo a immaginare la tua vita quando noi non ci saremo accendiamo la televisione e alziamo il volume, perché certi pensieri è meglio non ascoltarli. Siamo andati a visitare uno di quei posti in cui stanno quelli come te e abbiamo avuto paura, c’erano troppe specie di dolore mischiate insieme – uno zoo, c’era sembrato uno zoo – siamo andati via ancora più spaventati.

Ci chiediamo spesso cosa capiranno di te gli altri, se al posto di decifrare i tuoi gesti li spegneranno con una puntura. Gli altri hanno fretta. Noi sappiamo che devi andare in bagno quando sbatti i pugni sulle ginocchia, sappiamo che vuoi andare a dormire quando ti levi i calzini, che sei arrabbiato quando ti strappi coi denti i palmi delle mani. Senza di noi sarai un problema per tanti e forse non ci sarà nessuno che vorrà provare a risolverti.

Non sopravviverci. Se saremo noi a restare, accoglieremo la tua morte senza chiasso, come abbiamo fatto il pomeriggio in cui sei venuto al mondo. Di te ci resteranno addosso le abitudini, la notte cercheremo la tua tosse in giro per le stanze e rimarremo svegli senza trovarla. Ci diranno che il peggio è passato, che siamo stati coraggiosi. Diremo di sì per sentirci ancora vivi.

Proveremo a ricordarci com’era la vita quando esistevi ancora, quando eravamo genitori stanchi che ti amavano nonostante tutto.


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Ilaria Vajngerl

Ilaria Vajngerl (Thiene, 1985) scrive racconti, spesso e volentieri. Ha pubblicato con inutile​, GrafemiSoft Revolutioni Sognatori.
Un suo racconto apre l’antologia L’Amore ai tempi dell’Apocalisse​, curata da Paolo Zardi per Galaad Edizioni (2015).
Ha scritto lo spettacolo teatrale ​Il ciclo​, diretto dal regista Lorenzo Maragoni e interpretato dall’attrice Laura Serena.
Il suo blog è Il Pesce Volante

 

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11 thoughts on “Dopo di te – un racconto di Ilaria Vajngerl

  1. Ottimo racconto, complimenti all’autrice!

    In particolare mi ha colpito questo passo:

    “Quando proviamo a immaginare la tua vita quando noi non ci saremo accendiamo la televisione e alziamo il volume, perché certi pensieri è meglio non ascoltarli. Siamo andati a visitare uno di quei posti in cui stanno quelli come te e abbiamo avuto paura, c’erano troppe specie di dolore mischiate insieme – uno zoo, c’era sembrato uno zoo – siamo andati via ancora più spaventati.

    è terribile, crudo, ma davvero autentico (e ben scritto).

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  2. Doloroso un futuro del genere e non credo che il mio pensiero convinto : ” la natura è più umana”. Di fronte alla morte, ci sono passata, la natura sa esattamente cosa sia la cosa migliore per noi. Non so se inviarlo o no ma sono convinta che vostro figlio starebbe molto meglio in un altra macchina nuova di zecca.

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