La sospensione

Ho aperto il  mio primo blog il 5 gennaio del 2006. Quache mese fa, nel telefono mi ero impostato un promemoria per ricordarmi di celebrare i dieci anni di quel giorno, che per me è stato particolarmente significativo, ma per un motivo che non so la sveglia è suonata il 5 dicembre del 2015, con un mese di anticipo, e quando è arrivato il giorno giusto me ne ero già dimenticato.
In questi dieci anni ho scritto, scritto e scritto. Non mi sono mai fermato. Prima post, poi racconti, poi romanzi, ma sempre e comunque post. Finito un progetto, ne iniziavo subito un altro; e se non partiva subito, allora ci davo sotto con il blog – recensioni, spunti, e tutto quello che mi passava per la mente. Sentivo di avere sempre qualcosa da dire, e di avere sempre la voglia di farlo.

Negli ultimi mesi questa spinta, questa pulsione costante, si è esaurita. La causa contingente è stato il lavoro, che mi ha costretto a fare avanti e indietro da Roma per seguire un progetto che si è rivelato molto più complicato del previsto, sia dal punto di vista tecnico che da quello psicologico. Tra settembre e ottobre sono crollato, e questo crollo si è trascinato fino a dicembre. Non credo di essere mai stato così male. E infatti, ho smesso di scrivere. Non credo che la scrittura sia terapeutica; penso, invece, che aiuti a rielaborare il proprio passato una volta che questo è finito. In altre parole, se stai male, se stai male veramente, non scrivi: ti limiti a stare male veramente. Per la prima volta, ho dovuto prendere medicine in grado di modificare il mio stato d’animo. E’ stato come mettere la testa e il cuore sotto un cuscino – un’esperienza orribile che spero di non dover mai più fare. Ho avuto paura di cedere fisicamente, e forse in certi momenti ho sperato che succedesse. Ho pensato alla morte come liberazione, fino al punto che mi chiedevo cosa avrei fatto se avessi avuto un fucile sotto il letto (Kurt Cobain, finalmente ti ho capito). Un’amica mi ha parlato di quali sono le leve che muovono il nostro umore – la colpa, il senso di inadeguatezza in negativo, e la sensazione di essere grati al mondo per quello che si ha in positivo. Ciascuna di queste leve può essere mossa da un composto chimico – ricordo solo l’ultimo, il Prozac. Io mi sentivo in colpa, e del tutto inadeguato, e avevo paura di perdere le cose belle che avevo. Ho capito, a 45 anni, in cosa consista il fallimento, come ti possa piegare, segnare, colpire, umiliare. Ho tremato di paura. Ho passato lunghe terribili notti insonni. Per mesi, non sono mai riuscito a smettere di pensare, nemmeno per un istante, a quello che stava succedendo: ero sul divano, con la mia famiglia, o al cinema, o in treno, o a Venezia, o a letto, o in bici, e io pensavo a quello. Un venerdì sera, al lavoro, a Milano, sono scoppiato a piangere. Mi hanno portato in stazione in macchina, e mi guardavano con terrore, come se fossi un folle. Alla Feltrinelli ho comprato “Ritorno al futuro” e l’ho guardato in lingua originale mentre tornavo a casa; ora di quel film ho un ricordo stravolto, come uno di quegli incubi che si fanno quando si è ammalati. Sono stato male come non avrei mai creduto si potesse stare.

Poi è cambiato qualcosa. Prima il Natale, poi le giornate che hanno preso ad allungarsi. L’idea che il progetto in qualche modo stava finendo. E sotto, una pulsione vitale e insopprimibile che mi diceva: torna a vivere, Paolo, torna a vivere! Ho ridotto la chimica, fino a riuscire a farne a meno, e un po’ alla volta ho ripreso a dormire con una certa regolarità. Sono tornato a commuovermi per un film, per un tramonto, per un bacio. E ho ripreso a scrivere. Con fatica, come quando un uomo, bloccato a letto per un incidente, si rialza in piedi e prova a camminare; ma anche con quella stessa gioia, pervaso dalla sensazione di essermi rimesso in contatto con una parte di me che era scomparsa. La scrittura è un termometro che misura il proprio benessere psicologico; e ora è finito il periodo dell’azoto liquido.

Il blog, però, continuerà a essere trascurato come in questi ultimi mesi. Sto guarendo, ma ci vorrà del tempo per tornare alla vitalità degli anni scorsi. Ci sono ancora questioni importanti da risolvere, sul fronte della vita pratica – dubbi sul futuro, decisioni importanti da prendere. Ma il fiume è stato guadato, il deserto attraversato, e altre simili metafore bibliche… Ne esco triturato, malconcio, ferito; eppure tutto questo non conta. Ne esco più umano.

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10 thoughts on “La sospensione

  1. Ti capisco Paolo, e non puoi immaginare quanto, o forse sì, visto che facciamo un lavoro simile. Queste parole avrei potuto scriverle io, e alcuno le ho anche pronunciate, sarebbero state diverse, le mie, ma avrebbero avuto lo stesso sapore, lo stesso significato.
    Esco, sto uscendo, ma ne sono ancora invischiato, da un progetto che è andato male, e mi trovo a prendere decisioni che non riguardano solo me, anzi, riguardano soprattutto la mia famiglia, e non è facile, non avendo nessuna idea di cosa può riservarmi il futuro. Non sono ancora arrivato al fondo, almeno credo, ma temo quel momento.
    Grazie per queste parole.
    Davide.

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  2. Buon ritorno, Paolo. Quando vorrai condividere con noi, saremo qui. Intanto, in bocca al lupo per la strada che ancora devi compiere. E grazie della preziosa testimonianza di vita.

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  3. Beh… Ti aspettiamo. Prenditi il tempo che ti serve e goditelo. La vita è breve e non ci sono ragioni al mondo per abbreviarla ancor di più con questi stati di ansia.
    Simona

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  4. Hai letto Un’oscurità trasparente di William Styron? E’ un libro breve, smilzo ma denso. Ti stupirà, scoprirai la stupefacente coincidenza tra le parole che ci hai regalato e quelle del tuo collega americano. Che questo libriccino sia per te un prezioso e salvifico talismano. Ti abbraccio

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  5. A volte incroci delle persone, le saluti di corsa con un sorriso, non c’è tempo per fermarsi a scambiare una parola, a bere un caffè al bar all’angolo. Un saluto al volo, sguardi che si incrociano per una frazione di secondo: troppo poco per scrutare negli occhi e cogliere un disagio, la fatica di tirare avanti, un dramma esistenziale. Eppure basterebbe poco per sfondare quel muro invisibile che ci rende quasi estranei, sfuggenti, apparentemente indifferenti. Basterebbe rallentare il passo, salutare con il tuo stesso sorriso di sempre, fermarsi a chiedere “come stai? Tutto bene?”, parlare del più e del meno, dei figli, del lavoro, dei propri progetti, delle piccole e grandi cose del quotidiano. E allora forse potrebbe scattare la magia di aver trovato una persona che ti ascolta davvero, che condivide il tuo dolore e che magari ti porta a rielaborarlo facendotelo vedere con occhi e cuore diversi. Basterebbe sbarazzarsi della propria corazza, uscire dal proprio guscio, andare incontro all’altro. Andare incontro alla vita.

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  6. Mi piace questo articolo. Non per quello che hai passato, ovviamente, ma per il coraggio che hai trovato nel pubbicarlo mettendoti a nudo. E così mi sento un pò più umano e un pò più nudo anch’io.

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