Grafemi

Segni, parole, significato.

Per gioco

Inizio, da oggi, la riesumazione del mio primo blog al quale ho dedicato anima e corpo pe almeno tre anni, e che è stato cancellato dalla faccia della terra – della terra virtuale, ovviamente – perché l’azienda tedesca che lo gestiva ha finito i soldi.
Questo post era uno degli ultimi, pubblicato il 17 settembre del 2009, e raccontava della mia esperienza in un’azienda di Padova. Mi colpisce l’autostima che avevo allora (evaporata) e l’andamento particolarmente mosso dello stile, che mi fa capire che allora mi divertivo un po’ più di adesso nello scrivere.

 

Attraverso un vetro marrone – è marrone, inutile cercare giri di parole – attraverso il vetro marrone di questa piccola saletta, appoggiato ad un tavolo di legno chiaro dal quale sbuca una tubo per le spine e i cavi di rete, separato da una riunione ancora in corso tramite un sottile separé grigio che lascia passare le voci attutite, ma non i corpi, non i loro profili, da qui, durante l’ora del pranzo, guardo la strada che sta sotto, guardo un parcheggio molto ampio tutto esaurito, l’alta colonna della Telecom, la struttura vuota del palazzo che i Pompieri usano per le loro esercitazioni, il retro di Mediaworld; guardo un cielo che presenta almeno due tipologie diverse di nuvole: quelle chiare, piene di sbuffi, che ho visto in tutti i quadri di Botticelli, e quelle scure, un po’ parigine – nel senso di atlantiche – che minacciano tempesta, poi tirano indietro il braccio e non piovono, rimandando a chissà quali altri momenti migliori la loro liquida morte.

Lungo i marciapiedi, qua sotto ogni tanto passa qualche donna con tacchi traballanti, borsetta bianca, completo nero comprato due taglie fa, una silhouette da anfora, occhiali matrimoniali; passa un operaio con in capelli gialli e crespi, un paio di pantaloni corti, cinquant’anni sulle spalle, il peso che si sposta da un piede all’altro mentre aspetta che qualcuno gli risponda al citofono del magazzino; e passa un gigante in gessato, sigaretta, camicia bianca, cravatta nera, occhiali senza montatura, il cranio rasato, il passo sicuro. Dove vanno. Da dove vengono. Cosa fanno.

I miei figli, quando sono a casa (quando sono a casa loro, quando sono a casa io), giocano con camion e macchinine: poggiano la mano sulle loro capotte e li spingono lungo il corridoio di legno chiaro, sul doussié rossiccio del salotto, sul marmo veneziano dell’entrata. Con la bocca, fanno il rumore del motore, cambiano marcia, spiegano sirene. Si scontrano, ridono, ripartono. Non si stancano mai. Quando gioco con loro, mi accorgo di quale enorme sforzo sia necessario per capire cosa stanno vedendo, con i loro occhi: questa è una casa, questo è un coccodrillo, quello è un vestito con il mantello. Il grande mi chiede: ti piace questa mia nuova corona invisibile? La vuoi mettere in testa?

Giocare è una prerogativa dei cuccioli degli animali evoluti. E più sono carnivori, e più giocano. I vitellini si scalciano per un po’, si rincorrono, ma poi tornano a ciucciare le tette della mamma. Non sanno bene che fare, del tempo libero. I maschi iniziano presto ad importunare le femmine. Le femmine sono da subito riottose. I leoncini, invece, continuano a mordersi le orecchie l’un l’altro per giorni, mesi, anni; tendono agguati alle farfalle, inseguono coccodrilli inventati, si mordono la coda – la propria, quella degli altri. Si preparano al loro futuro di cacciatori. Allenamento. L’uomo è un animale evoluto, un carnivoro che ha smesso di cacciare. A cosa ci preparano, i nostri giochi?

Ieri, in autostrada, mi stava davanti un camion pieno di ruggine, ricoperto da scritte in cirillico, che trasportava non so cosa. Accanto a noi, attorno a me e a quel trabiccolo, c’era il Veneto, la sua pianura, i suoi campi, le sue case basse, le colline vicine a Vicenza. Quando l’ho superato, ho guardato nello specchietto che faccia avesse quel russo: era un biondino con i capelli corti, lo sguardo ancora adolescente, le ossa strette, e guardava dritto la strada. Dieci o quindici anni fa, a che gioco giocava, con i suoi fratellini?

Uno scrittore diceva che il gioco di un bimbo rappresenta il modo con il quale, quando sarà grande, affronterà la vita. Io, da piccolo, ero tutto storie inventate. Spesso, c’era qualcuno da salvare; c’erano famiglie da conservare, giustizie da far trionfare. Qualche volta pure si giocava a lavorare: ero poliziotto, regista, soldato. Non ho mai giocato a fare il consulente; non abbiamo mai fatto finte riunioni, finte strette di mano, finte scalate lungo la ripida gerarchia aziendale. Si faceva altro: navi da assaltare, zattere da spingere a riva, casette da ricostruire in mezzo ad un’isola. Tutti i giochi, però, finivano per esaurirsi. Dopo aver sperimentato ogni combinazione narrativa di quelle storie – salvati i buoni, premiati gli eroi, sconfitti i cattivi – si doveva per forza passare ad altro. Si consumavano, quei divertimenti. Ciò che contava non era che il gioco fosse bello o brutto. Che fosse nuovo: questo contava. Scoperti i meccanismi che stavano sotto l’avventura, ci si spingeva ad esplorare nuovi paesaggi.

In garage ho due scaffali pieni di libri di informatica: saranno cinquanta, e ciascuno ha almeno cinquecento pagine. Ogni tanto controllo che la muffa non li abbia attaccati. Le pagine iniziano ad avere la pesantezza che ha la carta bagnata – quel gonfiore che è sicuro presagio di un futuro disfacimento. Credo di averli letti tutti, quei libri. In treno, a casa, in ufficio. Una volta pure in piscina, alla Plebiscito, sul prato d’erba – era giugno del 1998. A Grado, sotto l’ombrellone. (Questo spiega molte cose). Il gioco dei miei trent’anni.
Ora no. Ora la sveglia suona alle sette, allungo la mano per farle fare tre snooze, preparo il caffè per tutti mentre scarico la posta con il portatile, mi faccio la doccia, la barba, mi vesto, esco, passo accanto ad un giardino per cani che puzza sempre della loro cacca, prendo l’autobus, e vengo qui a fare il mio dovere (oggi, vicino alla Stazione, ho incrociato un camion per l’espurgo dei pozzi neri: a che gioco giocavano, quegli operai, da bambini?). Qui, poi, incontro persone tutte come me: qualcuno ancora sta giocando a fare l’informatico, altri sono diventati adulti, e tentano di mantenere la stessa dignità che cerco di mantenere io. Alla mancanza di entusiasmo, si supplisce con le qualità tipiche dei fuoriclasse: sono un Platini in mezzo al campo che dispensa palloni, e cerco di muovermi il meno possibile. Certo, da buon veneto non vengo mai meno al mio dovere, e ancora non ho abbandonato l’etica di Weber. Il risultato? Sono apprezzato, perciò direi che sono ancora dalla parte delle persone per bene. Ma non leggo più libri di informatica, non ne compro più. Io, anche ora che il sole sta tramontando dietro Padova, oltre la zona industriale e i suoi vapori operosi, io continuo a guardare fuori, guardo il cielo, la strada, seguo la betoniera verde e arancione che passa qui sotto e che fa rotolare i sassi dentro alla sua pancia, fisso gli aerei che ci vedono dall’alto e spargono le loro scie nel cielo che si è fatto finalmente azzurro, e penso: chissà quando arriva il mio prossimo gioco.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

3 commenti su “Per gioco

  1. Michele
    04/03/2016

    Le crepe si intravedono: le benedette crepe da cui scaturisce la creazione di un nuovo gioco, lo scrittore, lo scrittore vero, quello che sta per essere sbattuto dal tormento e palleggia con le parole : “facci un bell’assist, Paolo, quelli che sai fare tu, quelli che uno sogna di farne uno uguale!”

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  2. marinasangiorgi
    04/03/2016

    be’, niente da dire, scrivevi già bene…

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  3. bello ed universalmente vero soprattutto: “Sono apprezzato, perciò direi che sono ancora dalla parte delle persone per bene” (quasi una massima psicanalitica)

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Questa voce è stata pubblicata il 01/03/2016 da in Blog, Lavoro, Ricordi con tag .

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