Grafemi

Segni, parole, significato.

Bacio sporco – di Barbara Bedin

E’ un po’ di tempo che mi chiedo quando è stato fissato il primo lunedì. Esisteva già la settimana o l’hanno inventata in quel momento? Assomiglia al problema dell’uovo e della gallina: l’idea della settimana è venuta prima della necessità di decidere da quando partire, e d’altra parte quando è arrivato il momento di decidere era già troppo tardi per cambiare una tradizione consolidata.
Tutto questo per dire che anche se oggi qualcuno dice che è sabato, nulla avrebbe impedito che oggi fosse lunedì. Ecco dunque un racconto di Barbara Bedin, autrice veneta, che mi ha colpito e sorpreso. I racconti, le storie, si valutano con la spina dorsale – lo diceva il solito Nabokov – e qui la pelle d’oca c’è stata!

Bacio sporco
Barbara Bedin

Non tutte le felicità sono uguali.
Cambiano consistenza negli anni. Cambiano come cambia l’amore.
Puoi realizzarlo a colazione, una mattina come tante, e pensare sia normale; oppure può non bastare una vita, di caffè zuccherati male.

 “Ti va?”
Me lo avevi chiesto tenendomi la testa tra le mani, dopo avermi baciata, nei tuoi occhi il riflesso di un lampione migliaia di chilometri più in là. Certo, avrei voluto risponderti, certo che mi va. Ma qualcosa mi aveva trattenuta in superficie, non mi ero immersa; ignoravo che parte di me era annegata già.

 Era passato un mese da quella sera: un mese senza messaggi, senza email, telefonate nessuna. Mi era capitato altre volte, di aver vissuto situazioni ed essermi chiesta, più tardi, se fossero veramente accadute. La fantasia gioca brutti scherzi, sapessi la realtà.
Quando ero arrivata stavi parlando. Mi ero scusata con gli altri per il ritardo e l’interruzione, mi ero seduta sull’ultima sedia libera nel cerchio di dodici: segnavo le otto. Solo allora ti avevo guardato, eri al confine tra il giorno che finiva e quello nuovo che iniziava. Avevo avuto la sensazione di conoscerti, ma non di quella conoscenza superficiale o dell’impressione che diventa pretesto per attaccare bottone. No, a me queste cose non capitavano; io ero occhi bassi, passi in punta di piedi e parole bloccate sul confine di labbra sottili. Pensai fosse un caso, capita di incrociare sguardi conosciuti su occhi estranei; era solo un’impressione e sarebbe svanita prima di lasciare traccia nei ricordi, mi ero detta. Ti avevo ascoltato, osservandoti per le intere due ore di quell’incontro sulla valorizzazione della propria identità; alla fine, credevo di sapere chi avevo davanti. Tra sopravvissuti succede. Ci si annusa anche a distanza e ci si riconosce, perché l’odore di certi dolori rimane: impregna pelle, mani e occhi. Lascia segni invisibili a tutti tranne a chi, quel dolore, l’ha attraversato anche solo per un attimo, e quel tanto è bastato.
Mi avevano sorpreso le tue spalle larghe, le braccia muscolose che risaltavano sul bacino stretto e le gambe magre, o almeno così mi era sembrato sotto i pantaloni larghi. Un busto imponente, appoggiato su un piedistallo precario, questo mi eri sembrato e mi ero chiesta se, sfiorandoti, quel piedistallo sarebbe oscillato.

 Eravamo usciti per ultimi. Avevamo parcheggiato le auto nella stessa direzione e ci eravamo fatti compagnia lungo la strada: trentuno passi, quella era la distanza che avevi impiegato per capire. Da lì in poi ti saresti mosso di conseguenza. Mi avevi chiesto se avrei partecipato agli incontri successivi, qualora non fossero bastati, eri disponibile a vedermi in studio, ti eri premurato di dirmi. Finiti gli incontri ti avevo chiamato e avevamo fissato la prima seduta. Sapevi leggere gli altri con abilità. Decifrare i significati nascosti delle parole, interpretare i silenzi, capire sguardi e movimenti. Su di me si erano fermati a leggere in pochi, il loro libro era sempre più interessante, più urgente, più triste o più felice del mio. E così il mio l’avevo messo in cantina, un piano sotto l’altro, almeno uno per ogni persona per la quale avevo rappresentato qualcosa. E me ne ero dimenticata. Poi ti avevo incontrato e mi avevi ricordato di avere un libro nascosto. Era stato piacevole, come scoprire che quello che ci avevo scritto dentro poteva ancora interessare a qualcuno. Ma in cantina c’era poca luce, bisognava salire per leggere bene, e fare i piani a ritroso sicuramente valeva la pena, man mano che l’intensità della luce aumentava capitava di inciampare di meno. Speravo solo di scoprire, una volta arrivata al piano terra, che le mie pagine non se le fosse divorate la polvere.

 Credevo di essere felice e forse lo ero. Al mio amore avevo tolto le illusioni, cancellato ogni aspettativa: così avrebbe fatto meno male, pensavo. Stronzate. L’ho capito tardi, quando ho scoperto che ero pronta a barattarlo per un bacio: il tuo.
Immagino capiti spesso. Per quelli che fanno il tuo lavoro penso sia normale. Entrando in intimità con le persone che vengono ai tuoi incontri o nel tuo studio capiterà di scoprire e scoprirsi; di entrare in sintonia con qualcuno, di sentire affinità, attrazione. Avevamo fatto otto sedute durante le quali mi avevi mostrato i limiti della mia piscina e illustrato l’immensità del mare. E io, come una bambina, mi ero tuffata. Ridevo della schiuma e correvo avanti sfidando le onde. Una volta arrivata in mare aperto mi ero scoperta senza fiato, l’avevo capito quando, nonostante le bracciate, non trovavo il bordo. Le onde salivano e avevo iniziato ad avere paura, ma era tardi. Mi avevi spogliato con le parole, avevamo fatto l’amore senza toccarci, mi avevi leccato l’anima. Ti avevo detto tutto di me, di te sapevo ben poco e questa è stata la mia salvezza. L’ho scoperto dopo, è stato più facile dimenticare avendo poche cose da ricordare.
Mi sono solo chiesta perché hai deciso di non sprecare neanche due parole alla fine, tu che eri così generoso nel distribuirle. Non mi sarebbe servito altro, le avrei usate per nuotare fino a riva e tornare alla mia piscina. Non tutti sono fatti per il mare aperto; ricordatelo, la prossima volta. La prossima volta che darai un bacio sporco illudendo qualcuno di essere più di quello che è.


Barbara Bedin è nata nel 1969 a Monselice (PD).
Vive nella nebbia, con la sua famiglia, due pesci rossi e lavora nell’Ufficio Commerciale di un’azienda cosmetica italiana. È arrivata seconda alla IV edizione del concorso “Il Porco Delle Nebbie” e un suo racconto è stato selezionato per il per il nr. 37 della Rivista Vinile de La Luna di Traverso.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

Un commento su “Bacio sporco – di Barbara Bedin

  1. amanda
    20/03/2016

    bella scriitura, dritta all’essenziale

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 19/03/2016 da in Inserto del lunedì, racconto con tag , .

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