Grafemi

Segni, parole, significato.

La campagna Plaxxen – Nicola Pezzoli

Nella casa in cui sono nato, e poi cresciuto per una trentina d’anni (con il senno di poi, mi vergogno di aver prolungato così a lungo la mia vita in famiglia: capisco, retrospettivamente, il dispiacere di mio padre nel vederci ancora a casa, me e i miei fratelli, novanta anni in tre), c’erano sempre un sacco di libri che io mi divertivo a prendere in mano, sfogliare, eventualmente leggere. La ricchezza di quegli stimoli richiedeva per forza un qualche interesse da parte di quei bambini che giravano per casa; e, per un caso che non dipende sempre dalla bravura dei genitori, io di interesse ne avevo parecchio.
Uno dei libri che mi aveva sempre incuriosito era “I persuasori occulti” di Vance Packard, un libro che aveva sollevato il velo sulle tecniche di marketing sviluppate negli Stati Uniti d’America tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta. Da ragazzino non avevo intuito la critica, profondissima, che quel libro portava contro un sistema che stava alla base del consumismo, e quindi del capitalismo, e che nel giro di cinquant’anni ha trasformato milioni di dignitosi lavoratori in milioni di tristissimi consumatori; mi piaceva, invece, l’idea che attraverso le parole e le immagini si potesse in qualche modo “manipolare”, o meno esplicitamente “convincere” delle persone a operare delle scelte del tutto inconsapevoli. Non è in fondo il sogno di ogni scrittore? Ogni messaggio va in esecuzione nel cercello del soggetto che lo riceve, ed è là che produce i suoi effetti: se dico che un elefante rosa sta entrando nel tuo oreccchio destro, è probabile che tu riesca  a “vedere” un elefante rosa che entra nel tuo orecchio. Se poi aggiungo qualche immagine in grado di solleticare certi istinti ancestrali – il sesso manda avanti il mondo da circa un miliardo di anni – avrò qualche possibilità di farmi dare dei soldi per toglierti quell’elefante da là.

Mi ha fatto quindi piacere leggere, nell’esergo del nuovo lavoro di Nicola Pezzoli, “La campagna Plaxxen” uscita per la casa editrice Camaleo Publishing, una frase tratta proprio da quel libro:

Molte persone non oltrepassano mai la fase infantile, in cui le sensazioni di piacere provengono tutte dalla bocca.
(Da una relazione di un’agenzia di public relations di New York)
Il consumatore è attaccatissimo alla propria marca di sigarette, e tuttavia è sperimentalmente provato che non sa distinguerla dalle altre marche. In realtà ciò che egli fuma non è altro che un’immagine.
(Dichiarazione del direttore dell’ufficio studi di un’agenzia pubblicitaria di New York il cui nome è stato omesso su richiesta dell’interessato)
VANCE PACKARD, I persuasori occulti

Di Nicola Pezzoli si è parlato spesso, in questo blog. I suoi romanzi – Tutta colpa di Tondelli (Kaos), Quattro soli a motore (Neo) e Chiudi gli occhi e guarda (Neo) – hanno qualità che non si trovano molto facilmente nell’attuale panorama editoriale: una scrittura capace di mescolare lirismo e ironia, personaggi memorabili, uno sguardo dolce, talvolta dissacrante, e mai banale sul mondo.
Ma Pezzoli non scrive solo romanzi: porta avanti, ormai da anni, un blog, “Il linkazzo del scritore” dove propone anticipazioni dei suoi lavori, letture di romanzi, vecchi e nuovi racconti, raccolte di battute, brani dei suoi diari, foto, e, molto spesso, critiche corrosive verso alcuni aspetti della nostra contemporaneità. Le differenze dei mezzi utilizzati (era McLuhan che diceva che il media è il messaggio), la diversità tra i tempi del romanzo e quelli del blog, le interazioni (i commenti, la rete tra i blogger da un lato, le recensioni e le presentazioni dall’altro), hanno determinato esiti diversi: ci sono due Pezzoli, in giro per l’Italia, quello più misurato e contenuto della carta stampata, e quello più irrivirente, anarchico, aggressivo del mondo digitale.

Quando è uscito “La campagna Plaxxen” – una pubblicazione inaspettata, prossima a quella prevista per i primi di aprile del nuovo romanzo per la Neo Edizioni, “Mailand” – mi sono chiesto che conseguenze avrebbe avuto la scelta del digitale – mi sono chiesto se ne avrebbe avute. La risposta è senza dubbio sì: “La campagna Plaxxen” non si posiziona nel solco dei tre romanzi cartacei di Pezzoli ma rappresenta, piuttosto, il tentativo di trasformare una certa ricerca stilistica, di contenuti, di argomenti, portata avanti del blog, in un prodotto letterario con caratteristiche nuove.

Il libro intreccia due trame: quella privata, personale, della voce narrante, con un figlio down, un divorzio alle spalle, una madre che forse lo vorrebbe diverso, e quella di Polaschi, un misterioso barbone con un passato da copywriter per un’azienda pubblicitaria. Le due storie si intrecciano quando il personaggio principale, per mantenere una promessa fatta a una blogger, conosce Polaschi il quale gli rivela il terribile segreto che sta dietro la campagna pubblicitaria Plaxxen, che portò un collutorio dallo 0.2 al 39.4% del mercato. Per raccontare questa storia, nasce un blog curato dalla voce narrante attraverso l’utente Zio Pep, che però finisce per mettere nei guai il suo autore (per gli apppassionati di autofiction, qui c’è parecchia ciccia: non solo l’uomo che sta dietro la voce narrante presenta alcuni aspetti di Pezzoli, ma pure Zio Pep può essere visto come l’alter ego di Zio Scriba, il nome con il quale Pezzoli pubblica i suoi post).
E questo intreccio, con colpi di scena, indagini e misteri, diventa l’occasione, per Pezzoli, per dare fuoco alle sue polveri di giocoliere delle parole, e al suo gusto per la critica ferocissima di certi vizi italiani: la centralità dei telefonini nelle vite delle persone, l’ossessione per gli abiti firmati, Facebook (che qui viene chiamato, come nel blog di Pezzoli, Fessobukko) e Twitter (Cippicippi), l’ottusità degli eterosessuali schiavi della figa, la figa come trappola per cazzi, la pornografia della pubblicità… Qui è Polaschi, il clochard, che parla e raccconta la storia di un altro barbone, finito a chiedere la carità dopo un divorzio:

Una stronza con un cagnolino fresco di coiffeur, tutto toelettato e infiocchettato, e una bambina che avresti preso a calcinculo da tanto che era indecentemente griffata. Avrà avuto addosso duemila euro, in firme pedomoda. Con tutte quelle firme mancava solo il timbro: una bella scarpata nel culo, bella possente e data con uno scarpone impregnato di lucido, o meglio ancora di fango. Lui aveva perso il lavoro perché non poteva più permettersi di avere la macchina, e l’essere automunito era condizione essenziale per svolgerlo, e di auto aziendale non se ne parlava, e lei era venuta a fargli una ramanzina: “Se hai perso il lavoro trovatene un altro, invece di vivere come un parassita della società!”. Lui poi mi raccontò che lei non lavorava e non aveva lavorato mai. Se ne stava a casa a grattarsi, la Trappola per Cazzi, e se usciva era per infiocchettare il cane o far firmare la pargola, coi soldi di lui che per mantenere cane e porca dormiva dai frati. Ma il parassita era lui che aveva perso il lavoro.
Schiavi della vulva, piccioni che si fanno addomesticare l’uccello. Non solo a venire dopo ore invece che dopo i naturali minuti. Ma pure a urinare seduti per sporcare di meno. Grande capo Piscio Seduto e grande capo Schizzo Ritardato. Dei ritardati seduti sulle rovine fumanti della propria perduta dignità.

Siamo quindi distanti dalla prosa più controllata, dalla critica sottilmente ambihua, che avevamo trovato nei romanzi (penso specialmente ai due usciti per la Neo). Qui, Pezzoli, non le manda a dire. Le esperienze agrodolci di Corradino, la provincia un po’ sonnecchiosa, le estati al mare e i primi turbamenti lasciano il posto a una storia metropolitana sporca e cattiva imbottita di satira al vetriolo, che non risparmia nessuno – neppure il lettore medio, un po’ borghese, che in molti casi potrebbe trovarsi, suo malgrado, oggetto degli strali dell’autore.Ma il divertimento è sempre assicurato, per le capacità pirotecniche della lingua che continua a far esplodere parole, neologismi, storpiature elettrizzanti.

Arrivo al ristorante che son già tutti lì. Il maledetto parentume di lei. Le sue amiche venefiche. Al mio apparire si spegne nell’ostile imbarazzo un commento a voce alta su me medesimo, di cui faccio in tempo a captare la coda mozzata delle parole «inadeguato a sostenere una fami…» pronunciate da un nerboruto affine della Mantide Livorosa, cugino di secondo grado scala Mercalli, un energumeno infestato di tatuaggioni imbrattabraccia che esibirebbe a manica corta anche nei giorni della merla, un affollamondo con quattro figli tutti intelligenti come lui, ognuno chino e cretino sul suo bel videogioco portatile. Mi prende subito da parte la Mantide Livorosa per una prima scenatina improvvisata sui miei quattro minuti di ritardo (e va bene, erano cinquanta e passa, non si trova mai un parcheggio e son finito a casa di dio, e poi vuoi farti almeno un martini o tre in un bar o due per darti il necessario coraggio?), e una seconda assai più premeditata, pianificata, articolata, di genere finanziario. Perché accetto di stare in mezzo a queste vipere laide? Perché è il compleanno, l’undicesimo, del mio bambino.

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Su Polaschi:

Alcuni lo chiamavano Capelli d’Argento, altri, più anzianotti e autoctoni, il Barbùn Cavijùn, e Polaschi alla sua stazione sotterranea era un personaggio. Fin da principio aveva avuto l’idea di dare i bigliettini in cambio dell’elemosina. I primi tempi, traendo profitto dalla credulità della gente, s’era costruito una fama da oracolo. Affari a gonfie vele. Bastava scrivere cose molto vaghe, ma che i fessi credessero calzare su misura per loro. Il vecchio trucco di cartomanti e ciarlatani. “Ricordati di ritirare quella cosa”, oppure: “C’è qualcuno che da troppo tempo non vai a trovare”. C’era chi faceva la fila: meglio dare una monetina a lui che comprare la rivista o il giornaletto col solito stupido oroscopo scopajolo (ora-scopo). Per alcuni era solo un gioco, per altri un rituale portafortuna, per altri ancora un vaticinio da prendere sul serio. Poi si era evoluto. Frasi più ardite, filosofiche. Lo divertivano di più. Un elettricista indiano, nel frattempo, s’era convinto di dovergli la vita e lo aveva adottato. Ogni volta che passava di lì (almeno una per settimana, di solito il giovedì sera) gli portava un panino o un hotdog e una lattina di birra, e gli faceva scivolare in tasca una banconota di piccolo taglio, messa da parte con fatica. Tempo addietro, aveva ricevuto un bigliettino che diceva: “Il lavoro uccide. Mettiti in malattia o licenziati finché sei in tempo!”. L’indiano, ritenendolo un monito per l’indomani anziché la battuta esistenziale che in effetti voleva essere, lo aveva ascoltato, e il giorno dopo era scampato a una strage in un cantiere semiabusivo, dove il crollo di un edificio dalle fondamenta di burro s’era portato via le ossa e sbriciolato le anime di una mezza dozzina di schiavi irregolari.

Nella produzione complessiva di questo autore coraggioso, che come cantava De André continua ad andare in direzione ostinata e contraria, l’esperimento de “La campagna Plaxxen” rappresenta una deviazione per certi versi necessaria: Pezzoli è anche questo, ed è importante che anche le cose più sperimentali, meno convenzionali, di più difficile inquadramento vedano la luce del sole.
E’ probabile che i lettori che hanno conosciuto Pezzoli attraverso i suoi romanzi si trovino (spero piacevolmente) spiazzati di fronte a questo lavoro; ma è sicuro che quelli che invece si sono avvicinati a lui attraverso il blog trovino tutto quello che hanno sempre amato.


Sul tema dell’editoria digitale, e di questa scelta anomala rispetto le convinzioni (note) di Pezzoli, ho scambiato con l’autore una brevissima chiacchierata, che mi pare utile riportare.

Grafemi: Come sei venuto in contatto con la Camaleo Publishing, con la quale hai fatto uscire il tuo nuovo lavoro “La campagna Plaxxen”?

Nicola Pezzoli: Il rapporto è stato casuale, e al tempo stesso privilegiato e particolare. Nel senso che già conoscevo i ragazzi di Ars Europa (Cinzia Ligas e Fausto Crepaldi), splendidi professionisti e intellettuali di livello internazionale, e quando mi hanno proposto di inaugurare con un mio romanzo il loro nuovo marchio Camaleo Publishing mi sono sentito lusingato e onorato.

G: Che rapporto hai con l’editoria digitale?

NP: A proposito del dibattito ebook/cartaceo, devo dire che la mia più grande gioia è stata il venire a sapere che era prevista anche l’opzione “print on demand”, cioè non una vera edizione tradizionale distribuita nelle librerie, ma pur sempre la possibilità di avere fra le mani un volume cartaceo stampato e rilegato. Senza il quale, mi sarebbe sembrato di non aver pubblicato NIENTE. Non solo, ma proprio non avrei avuto accesso alla lettura della mia stessa opera, perché come lettore, per dinosauresca scelta che al momento non intendo mettere in discussione, per me i libri resteranno solo e sempre quelli di carta.

G: Dai primi riscontri che stai avendo al tuo libro, noti una disponibilità diversa, da parte dei tuoi lettori affezionati, ad avvicinarsi a un libro digitale? Non temi esista una sorta di pregiudizio verso i libri che non passano prima per la libreria, come accade per quei film che escono direttamente in televisione senza aver fatto tappa al cinema?

NP: Non ci aspettiamo numeri di vendita molto alti: primo per quel pregiudizio di cui parli (che come detto, paradossalmente, è anche IL MIO!). E poi perché, per scelta che condivido in pieno, l’editore ha fissato dei prezzi piuttosto elevati, in controtendenza (forse ingenua, forse donchisciottesca, ma anche orgogliosa e coraggiosa) rispetto alla pericolosa dilagante moda dei prezzi stracciati, degli sconti, dei ribassi, delle calate di braghe. Anche come fruitore, ho sempre pensato che il duro, lungo e prezioso Lavoro della Creazione Artistica vada rispettato e vada ricompensato: avendo pochi soldi, preferisco essere iperselettivo e leggere meno libri e guardare meno film e ascoltare meno canzoni, ma non ho mai scaricato niente gratis dal web, e di aver sempre rispettato i Diritti d’Autore. Lo so che ormai lo fanno tutti anche se è illegale, ma è più forte di me, niente potrebbe darmi sensazioni peggiori del sentirmi una specie di scroccone (non giudico gli altri, sia chiaro: dico che IO, per come sono fatto, mi sentirei uno scroccone). Eppure un sacco di gente, nel parlare di libri, parla ormai solo e unicamente di prezzi (persino una specie di critico snob con cui mi trovai a discutere su un social, uno che si vantava di acquistare soltanto libri scontati su amazon, ma che poi sul suo sito si dichiarava compratore compulsivo di dischi – perché per qualche misterioso motivo l’italiano medio non disprezza tutti gli artisti, ma solamente gli scrittori: ci manderebbero tutti in miniera, o in Siberia). Ciò significa che questo mio romanzo, La Campagna Plaxxen, pur essendo, almeno credo, un romanzo originale, toccante e divertente, e di livello ben superiore alla media di quanto approda nelle povere classifiche italiane (se non lo pensassi, non lo avrei pubblicato!), verrà letto più che altro da quegli affezionati che già mi conoscono e mi considerano uno scrittore di talento, e da quei veri amici intenzionati a sostenermi anche nel concreto, visto che ho preso da anni la folle e autolesionistica decisione di essere soltanto scrittore in un paese come l’Italia. Ora staremo a vedere i risultati dell’esperimento: se ne vendiamo tre copie, l’eventuale prossimo libro avrà comunque un prezzo più basso, malgrado tutti i discorsi appena fatti, perché come dico sempre non c’è niente di più stupido della troppa coerenza.

G: Hai scritto un libro dove il blog riveste un ruolo centrale.

NP: Purtroppo oggi sembra contare soltanto il marketing: essendo un romanzo che parla ANCHE del mondo dei blog, se avessi fatto la furbata di scriverlo in diretta web con uno smartphone, inglobando anche i commenti interattivi invece di inventarmeli, e arruffianandomi certe fasce di pubblico sfornando luoghi comuni e banalità in bimbominkiese, e poi avessi venduto l’ebook a 99 centesimi, probabilmente avrei piazzato qualche migliaio di copie. io faccio lo Scrittore, e queste cazzate collettivistiche e furbette che vanno tanto di moda, molto semplicemente, non mi interessano, né come autore né tanto meno come lettore.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “La campagna Plaxxen – Nicola Pezzoli

  1. arseuropa
    20/03/2016

    L’ha ribloggato su Ars Europa Blog.

    Mi piace

  2. Grilloz
    20/03/2016

    Ho letto da poco chiudi gli occhi e guarda, Nicola è un bravo scrittore che merita fiducia🙂

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  3. L' Alligatore
    20/03/2016

    Da lettore appassionato di Pezzoli, e vecchio amico di blog, ho cercato di leggerlo il prima possibile. Ho ritrovato il Nick del blog, ma alla fin fine non uno scrittore diverso da quello che conoscevo (fatico a dividere il Nick del blog da quello di carta).

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  4. Massimiliano
    22/03/2016

    Nicola è speciale. Danza sui cocci di vetro, è disposto a farsi male pur di continuare a danzare a modo suo.
    Questo articolo è un bellissimo omaggio, bravo Paolo Zardi.

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 20/03/2016 da in Recensioni con tag , .

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