La carne – Cristò

Nelle aziende di informatica, tra i vari ruoli pomposi inventanti nel corso di questo ultimo secolo – il classico Project Manager, il meno noto Team Leader, il molto tecnico System Integrator Architect – ce n’è uno che mi commuove per la sua incredibile ridicolaggine (anche la stupidità, quando dà il meglio di sé, tocca il cuore): the Evangelist. Lo sono stato anch’io tra il 2014 e il 2015 – forse lo sono ancora, ma credo che in azienda se ne siano pure dimenticati. L’evangelista è uno che ha l’obiettivo di portare la conoscenza di una tecnologia in giro per il mondo, un apostolo, un missionario del XXI secolo. Per farlo, serve una certa competenza ma, soprattutto, un grande fervore. Bisogna crederci.
Io ci credo, nella tecnologia alla quale dovrei convertire le mie controparti? Ovviamente no: come ho avuto modo di dire più volte, in varie sedi, io sono ateo – un ateo quasi assoluto, in ogni campo. Solo l’amore mi salva. L’amore per talune persone, e l’amore per le parole, quelle scritte, quelle lette. E domenica scorsa ho amato un libro; l’ho amato così tanto che sono stato tentato di iniziare un’attività, per così dire, apostolica.

Ma mi sono fermato quasi subito. Sono consapevole, per essere io stesso stato vittima degli evangelisti, che non c’è niente di peggio, per un libro, che il martellamento di qualcuno che continua a ripetere che è bellissimo, straordinario, stupefacente. Voglio proteggere “La carne” di Cristò, pubblicato dalla Intermezzi (la casa editriche che ha fatto esordire Stefano Sgambati, per capirci) dalla mia stessa passione. Ma se non dovessi scegliere la strada della moderazione, del sottotono, della misura, se potessi seguire liberamente il mio fervore, l’eccitazione che la lettura di queste pagine mi ha provocato, l’emozione di trovarmi davanti, finalmente, a qualcosa di realmente nuovo, di totalmente inaspettato, be’, potrei diventare un santo, con il tempo.

Il problema di chi ha iniziato a leggere presto – forse troppo presto – di chi ha letto molto – forse troppo molto – è che dopo un po’ i libri iniziano a somigliarsi tutti; o con meno esagerazione, che per ogni libro se ne trovano cento che hanno qualcosa in comune. Quest’aria di famiglia non è male, e anzi, è una delle cose belle – mi piace trovare le tracce di Flaubert in Roth, quelle di Roth in Franzen, quelle di Nabokov in Amis. Dopo un po’, però, finisce anche quel piacere. Leggere mi fa quasi semrpe soffrire. La scelta di un romanzo è diventata una pena infinta. Due libri su tre non riesco neppure a finirli – mi fermo a pagina venti, incapace di trovare un solo motivo per andare avanti. Perfino i saggi, che erano un rifugio sicuro, hanno iniziato a deludermi.

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Ma “La carne” di Cristò no. Mi sarei messo a piangere, domenica scorsa, mentre lo leggevo. Avrei voluto avere davanti a me il suo autore per poterlo abbracciare, e dirgli: “Grazie, grazie, grazie per aver voluto inventare un mondo così incredibile, grazie per il tuo coraggio, per la tua scrittura”, e poi, dopo essermi stacccato da lui, lo avrei guardato in faccia, avrei scrutato negli occhi, per cercare di capire cosa si muove nella testa di uno che scrive così – quale talento, quale fantasia, quale grazia. Domenica scorsa ero commosso come uno che riceve un regalo pazzesco – no, di più, come una persona che si è appena innamorata. Mi sono permesso di scrivere all’editore per ringraziarlo; gli ho chiesto quando ci sarebbe stata la prossima presentazione di questo libro per potermi presentare con la mia copia in mano, e farmela firmare: sarà sabato 14 maggio a Torino, e io ci sarò, in prima fila.

So che ogni libro trova il proprio lettore, che non esistono libri buoni per ogni occasione; e “La carne” è un libro così particolare che non può piacere a tutti: è forte, devastante, un horror metafisico, distopico in un modo totalmente nuovo, inaspettato, un romanzo che sotto un’apparente semplicità nasconde cose gigantesche… Ma “La carne” è un libro di così grande qualità, di così splendida fattura, che va comunque letto – poi rifiutato, se è il caso, ma che va letto per forza. Mi spendo spesso, per i libri che mi sono piaciuti – anche quelli in azienda da me lo hanno capito che mi faccio prendere dalla passione… Ma qui vorrei spendermi di più, se possibile – ci metterei nome, cognome, faccia, tutto – perché mi sono emozionato come non mi accadeva da non so quanto tempo, perché dopo averlo finito ho provato una gigantesca gratitudine per Cristò e per Intermezzi, quella particolare gratitudine che gli esseri umani provano di fronte a un’opera d’arte che li travolge…

Ma parlare bene di un libro come se fosse una cosa che emoziona, che ti cambia una giornata, una settimana, un anno, non si usa più. Dovrei parlare della forma, della struttura, trovare un piccolo difetto per far capire che ho mantenuto la giusta distanza, paragonarlo a qualcuno, distinguerlo da qualcun altro, parlare della distopia, far finta di aver visto Walking dead, citare un autore, un movimento letterario, un filone… Ma non lo faccio, non lo voglio fare. Non è così, non è con questi strumenti, queste strutture mentali, che ho letto, vissuto, interpretato, sentito questo libro.
“La carne” ha emozionato e comosso e meravigliato un essere umano di quarantacinque anni con la sua enorme bellezza: questo è ciò che è successo domenica scorsa, e questo è tutto quello che ho da dire.

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