Una chiacchierata con Demetrio Paolin

E’ abbastanza raro trovare un romanziere che decida di assecondare una grande ambizione; ancora più raro trovarne uno che la assecondi con mezzi adeguati. Demetrio Paolin è sicuramente uno di questi. Sette anni dopo il suo romanzo d’esordio, Il mio nome è legione (Transeuropa, 2009), è uscito da poco Conforme alla gloria per i tipi della Voland, e ha trovato un primo, importante riscontro nella candidatura, a mio parere meritatissima, allo Strega del 2016.

Conforme alla gloria affronta la parte più dolorosa della storia dell’uomo; quegli anni tra il 1939 e il 1945 che posero in modo ineludibile il problema del male; lo fa intrecciando le storie di Rudolf, Ana, Enea: mette in scena “vite” capaci di porre domande, e resiste alla tentazione, mortale per chi scrive romanzi, di fornire una qualsiasi risposta, e, perfino, una qualsiasi forma di consolazione. Il male rimane là, al centro, e sfugge a ogni tentativo di semplificazione, riduzione, o semplice comprensione.

Qualche giorno fa ho chiesto a Demetrio Paolin aveva voglia di rispondere a un po’ di domande emerse dalla lettura del suo romanzo; lui ha gentilmente ha accettato e questo è il risultato.

Quando un lettore inizia a leggere un libro, ha, di fronte a sé, solo due opzioni: continuare fino alla fine, o abbandonare la lettura. L’autore, invece, inventa, pagina dopo pagina, parola dopo parola, un mondo del quale è l’indiscusso creatore: può decidere. insomma, fino a dove vuole spingersi. Nel caso di “Conforme alla gloria”, viene esplorato, tra altre cose, il male nella sua forma più assoluta. Quale forza, quale determinazione, quale coraggio ti sono serviti per procedere in un viaggio così doloroso – lungo un percorso che, in qualche modo, ti sei imposto?

 La parola che vorrei provare a usare è devozione. Credo che la mia scelta sia stata un atto di devozione. Quando ho immaginato la storia, quando poco per volta, negli anni, si è formata nella mia testa questa caterva di immagini, quando le ho districate ho capito di avere davanti un lavoro lungo di studio e scrittura, molto diverso da quello che avevo fino ad allora pensato che fosse lo scrivere storie, ho capito che l’unico modo per arrivare al fondo fosse la devozione. Certo avevo scritto saggi critici e sapevo l’uso delle fonti, le citazioni, la ricerca della concordanza, ma diversa era la tensione nell’inserire il tutto in un testo “d’invenzione”. Ero anche convinto che ciò che cresceva nelle mie pagine fosse decisamente un libro “della vita” quello a cui, al di là dell’esito finale, dedicherai più tempo e cure. Ho dovuto pagare pegno a questa devozione, un esercizio di scrittura di questo genere e di questo tipo,  protratto per anni, non lascia nessuno intonso: penso ai miei familiari, al fatto di vedermi giorni e giorni, le mattine e le sere a scrivere di questo libro, a studiare questo libro. Ogni cosa era il libro che scrivevo, tipo: “Facciamo una gita fuori porta?”. “Andiamo al cimitero dei tedeschi alla Futa, che mi serve per il libro”.

Tutto questo è legato anche a un senso etico, la scrittura per me ha un livello alto di responsabilità, io non posso prendere alla leggera nessuna parola che scrivo – neppure queste -. Ecco perché visto il tema, vista l’enormità e l’oscenità del tema che trattavo, ho deciso di prendermi tutto il tempo che mi serviva, di strappare agli altri parti della nostra vita in comune per dedicarla alle pagine. Sono soddisfatto di ciò che ho fatto, ma so che questo mi è costato.

 

Flannery O’Connor, forse la più grande scrittrice americana di racconti, aveva messo il suo essere cattolica al centro della scrittura: la gran parte dei suoi racconti parla del raggiungimento (o del mancato raggiungimento) della grazia, per raggiungere la quale spesso è necessario entrare in quello che lei chiamava il “territorio del diavolo”.
Anche in “Conforme alla gloria” la storia di Rudolf, Enea ed Ana viene raccontata attraverso categorie che appartengono all’immaginario cattolico, se non alla sua teologia – la purezza, il male, la vergogna, il sacrificio. In che rapporto sta il Paolin scrittore con il cattolicesimo? Ti consideri uno scrittore 
intrinsecamente cattolico, come Flannery O’Connor, o il cattolicesimo ti è stato necessario per raccontare questo particolare pezzo di mondo

 L’ho detto spesse volte, che io debbo più a Gerusalemme che ad Atene. Nel senso che il mio immaginario, primario, quello su cui si fondano buona parte delle strutture più “profonde” delle mie storie è appunto cattolico. Prima di leggere i poemi omerici, prima di leggere i classici, io ho letto la Bibbia e credo che questo abbia profondamente mutato il mio modo di sentire il mondo, il mio modo di starci e, in subordine, il mio modo di scrivere romanzi.

Mi sembra corretta la tua distinzione tra immaginario e teologia. Il male, la colpa la salvezza agiscono in Conforme alla gloria come “meccanismi” narrativi e non come concetti. Non mi interessava fare una disquisizione sul male, in primo luogo perché non ne ho le competenze e gli studi, e in seconda battuta perché sostanzialmente io sono un narratore, uno che inventa immaginazioni per provare a dire qualcosa che sente dentro. Per dire cosa penso io del male, preferisco far agire dei personaggi che pubblicare un trattato.

Per venire alla seconda parte della tua domanda. Io sono uno scrittore visceralmente cattolico. Per quanto riguarda il mio rapporto con il cattolicesimo è un rapporto difficile, come tutti i miei rapporti con il mondo. Giocando con le parole io sostengo di non essere un credente, ma uno sperante: io spero nella resurrezione dei morti, nella salvezza della mia carne e delle carne delle persone che amo. E per questo motivo non posso che stare in attesa, fino a quando questo mondo e l’universo interno si sfalderà e allora si vedrà o la Gloria o il niente.

“Conforme alla gloria” è un libro nel quale si riconosce una grande ambizione, sostenuta da grandi mezzi. La devozione di cui parli, quella che ti ha portato a dedicare molto tempo alla realizzazione di questa opera, presuppone, credo, ma potrei sbagliarmi, una fiducia forte nel potere della letteratura, nella sua capacità di incidere nel mondo contemporaneo. Quale impatto può avere un romanzo nella cultura, nel dibattito delle idee (ammesso ne esista ancora uno), nella definizione di noi stessi? E’ ancora un motore capace di produrre domande e riflessioni?

 Come dico spesso io non sono un critico letterario o un teorico della letteratura, ne un sociologo, e credo che una domanda come la tua avrebbe bisogno per una risposta, che tenga insieme tutti questi punti di vista. Io credo che lo scrivere un romanzo sia sempre un atto politico. Perché scrivere, in un modo o in un altro, agisce sul vissuto tuo di scrittore e sul quello del lettore. Questa sorta di relazione, di interferenza minima nelle vite altrui, credo che sia un modo in cui il romanzo può incidere nella cultura e nel dibattito delle idee. Ovvio che in questo periodo non esistono più gli “scranni” ideali in cui lo scrittore prende la parola. I motivi per questa scomparsa sono tanti e tali e appunto avrebbero bisogno secondo me di una intervista a parte. Io posso dire che nel mio piccolo produco immaginazioni che spero possano disturbare e creare cortocircuiti nella gente che li legge, mi auguro che dopo la lettura di Conforme alla gloria sentano il bisogno di tornare sui temi della deportazione e di quel periodo terribile che fu 1939-1945. Già questa modificazione di interesse, questo dirsi “quel periodo mi riguarda, mi riguarda come cittadino e come uomo”, secondo me potrebbe essere la spia che il romanzo può incidere nella vita sociale delle persone.

 Domanda doverosa. “Conforme alla gloria” è candidato allo Strega. Che ne pensi?

 Io penso che sia una cosa bella, un riconoscimento al romanzo. Mi pare che spesso e volentieri si dimentichi parlando di Strega che si parli di testi e non di autori, A me piace sottolineare che non sono io il candidato ma il mio testo, che è cosa ben diversa. Per quello che ho potuto conoscere l’ambiente del premio, a partire da Stefano Petrocchi, è molto vivace e vivo. Quindi per ora posso dire che mi piace e mi diverte. Non sono mai stata una persona competitiva, quindi vivo questa cosa per quello che è ovvero la possibilità per me di conoscere nuove persone e per il mio libro di essere più visibile in libreria. Il resto si vedrà.


demetrio

Demetrio Paolin vive e lavora a Torino. Ha pubblicato poesie, saggi, racconti e romanzi. Ha collaborato con il Corriere della Sera, collabora con il quotidiano il manifesto, con Metropolis Zero, con vibrisse e con il sito BookDetector. Alcuni suoi saggi e racconti sono apparsi su Nuovi Argomenti, Nuova Prosa e Nazione Indiana.

Opere

  • 2005, Il pasto grigio, Untitl.Ed.
  • 2008, Una tragedia negata – il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana, Il Maestrale
  • 2009, Il mio nome è Legione, Transeuropa
  • 2011, La seconda persona, Transeuropa
  • 2014, Non fate troppi pettegolezzi, LiberAria
  • 2016, Conforme alla Gloria, Voland, candidato al Premio Strega 2016
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6 thoughts on “Una chiacchierata con Demetrio Paolin

  1. Il romanzo d’esordio di Demetrio Paolin si intitola “Mi sono suicidato di già” ed è stato pubblicato nel 2003 dalla Stylos di Aosta (ISBN 88-87775-20-6).

    Di seguito la quarta di copertina:

    Mi sono suicidato di già non è romanzo generazionale né vuole essere un romanzo giovanile. È – molto più prosaicamente – una cronaca di alcuni nonnulla, che avvengono nella vita di un paese e in quella del protagonista. Se proprio dobbiamo trovargli una definizione è un trattato sul disincanto in quattro mosse.
    Il personaggio principale è Giacomo, svogliato, distratto, sensibile, fragile, intelligente, ironico e depresso, ma nulla di tutto questo fino in fondo. È certamente uno scettico. Uno che ha deciso che la vita gli deve scorrere sopra senza lasciare tracce. Attorno a lui ruotano una serie di figure, tra cui spiccano le tre donne che incarnano le tre tappe della maturità e della disillusione del protagonista.
    Il tema su cui poggia l’intera narrazione è proprio la progressiva disillusione di Giacomo, una disillusione che giunge al suo culmine nelle pagine finali del libro dove il protagonista, inscenando un “finto” suicidio, dimostra con amara ironia, stravolgendo il vecchio motto dell’esistenzialismo, come ad una vita “in-autentica” non possa che corrispondere una morte “in-autentica”. Tutto il racconto sembra precipitare verso questa soluzione e verso questa tesi di fondo. Neanche l’amore si salva rispetto a questa furia distruttiva del personaggio principale.

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  2. E’ un libro da leggere. Mi sono ritrovata nel suo riconoscersi “sperante”. Un conflitto interno sempre acceso tra religione e consapevolezza dei suoi limiti. Io sono “sperante” in tutto e orgogliosa di esserlo.
    Ti ringrazio per il post.
    E ti ringrazio di essere passato da me oggi. Quando e se vorrai troverai quella che avevo dedicato a te e al tuo XXI Secolo.

    Mariella di Doremifasol

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  3. Ciao Roberto. Io non ho detto che non ci credo, ho detto che ci “spero”. Quello che mi puoi dire che la “speranza”, intesa come concetto di “attesa” di qualcosa che ancora non c’è; è più radicata nell’Antico Testamento; dove per gli ebrei la vita dopo la morte è una “profezia” (la valle delle ossa in Ezechiele)

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