Grafemi

Segni, parole, significato.

Simona Castiglione – un’anteprima

Quando esce un libro, il lavoro è finito da un pezzo. Di quei mesi, di quegli anni passati a prendere decisioni, scegliere una voce, limare frasi, cassare personaggi, disperarsi per la trama che decolla, non rimane praticamente nulla. Eppure è quella la parte più importante di un libro: quella fatica, quel piacere.
Sono quindi contento di poter fissare, come in una sorta di fotogramma, un romanzo che non è ancora finito, una storia per la quale non è stato scritto il finale che, se esiste, si trova tutto nella testa dell’autrice. Lei è Simona Castiglione, di cui avevo già parlato in altre occasioni e che è stata ospite di questo blog con alcuni racconti. Lo stile di questo romanzo, ironico e un po’ dissacrante, è distante dal recente “Sottoboosco”, e si avvicina di più a “La mente e le rose”, la raccolta di racconti con la quale aveva esordito cinque o sei anni fa. Il romanzo dovrebbe intitolarsi “Sessanta giorni”. Buona lettura!

Cinquantesimo giorno

Mi svegliai al lunedì con la solita sensazione di nausea che mi aveva perseguitato per tutto il fine settimana. Mi sentivo incinto. Anche se nessuno mi ha mai descritto come sono le nausee in gravidanza, perché l’utero di Chiara è protetto da una pillola di nuova generazione a basso dosaggio, di quelle che puoi persino fumare assumendola. E lei lo fa. Provai ad alzarmi dal letto, ma mi sentii le gambe molli e ricaddi con un tuffo all’indietro. Pressione bassa. Chiara si svegliò di soprassalto: «Oddio France’, che c’hai?».
«Niente, niente, dormi pure tranquilla tu che puoi»
«Il solito passivo-aggressivo» bofonchiò Chiara, poi sbadigliò, si girò di schiena e riprese a dormire serena. Passivo-aggressivo – ogni tanto mia moglie tirava fuori le nozioni apprese durante la triennale di psicologia. Poca roba e non approfondita, perché la specialistica non l’aveva mai iniziata. Sua madre era morta giovane e aveva lasciato a lei e alla sorella minore un lussuoso negozio di tessuti in centro storico: così lussuoso che la crisi economica gli faceva un baffo. Le due sorelle continuavano a vendere stoffe per signore d’alto bordo – o per le loro sarte – senza perdere un colpo, forse anche grazie al talento commerciale di Chiara che aveva trasferito nel marketing le sue abbozzate competenze psicologiche. Provai di nuovo ad alzarmi, questa volta lentamente, misi i piedi sul pavimento freddo, bevvi un sorso d’acqua dal bicchiere sul comodino e cominciai a sentirmi meglio. Piano piano, per non disturbare Chiara, uscii dalla camera e andai in cucina a farmi il caffè. Alzai la serranda e vidi la notte tingersi di un’alba rosso scuro. Sarebbe stata una giornata di sole. Già pregustavo la mia passeggiata fino al Municipio, mentre il cielo si svegliava lentamente coi toni dell’azzurro e del giallo oro.
E invece no, quasi sputai il caffè sulla tovaglia quando mi ricordai che avevo promesso di andare a prendere mio suocero alla stazione alle 17.30. Era stato a Firenze a contrattare una fornitura di merce per il negozio Da Veronica (il nome della moglie deceduta). Da sempre era lui a occuparsi di contrattare coi fornitori, e non aveva smesso neanche quando le due sorelle avevano preso in mano l’attività. A mio parere, essendo in due, potrebbero farlo da sole e lasciare un anziano vedovo ai suoi ricordi e a una vita tranquilla. Ma niente da fare, Adelmo Innocenti farebbe di tutto per le sue principesse, e poi è tanto energico e muscoloso che non pare nemmeno vecchio, solo un po’ macerato dagli anni.
All’epoca sospettavo che avesse un’amante a Firenze, per quanto spesso ci andava, e poi toccava sempre a me andarlo a riprendere, perché alle 18 il negozio era ancora aperto e io invece ero già tornato a casa dal lavoro. L’idea che potesse prendere un taxi non aveva mai sfiorato nessuno della famiglia Innocenti. Tanto più che il suocero vive fuori città, in mezzo alle colline, e accompagnarcelo era un’immane perdita di tempo. Aggiungo però che il suocero, con tutto il suo slancio vitale, mi metteva un po’ d’ansia e quando era possibile preferivo accontentarlo. Se non fossi stato così pavido, forse adesso non sarei arrivato a questo punto. Non sono mai stato uno coraggioso né tanto meno un provocatore. Per questo è ancora più strano quanto accadde quel lunedì.
Mi vestii rapidamente e presi la macchina dal garage.
Appena in strada, mi resi conto che non vedevo l’ora di passare per l’incrocio di via Tre garofani. Lì c’era lei, dalla mattina alla sera, Lilia, – il mio giglio – la sorridente zingarella che mi aveva toccato il cuore nel profondo. La mia pietas verso gli ultimi, quale che ne sia la radice, cattolica o comunista (non è questo il luogo per ragionare di politica) mi aveva portato a compatire quella quasi-bambina, vestita di stracci e col capo coperto da un fazzoletto che liberava ciocche di capelli castano-rossi, costretta a chiedere l’elemosina all’incrocio dalla mattina presto fino a sera. Con Lilia avevo rapporti brevi ma intensi, sempre legati alla durata del semaforo rosso. Tutte le volte che passavo dall’incrocio le donavo due euro, e lei mi sorrideva con la bocca spalancata – i denti non erano per niente in buone condizioni. La mattina che mi confidò il suo nome di battesimo, se mai un battesimo c’era stato, fu quando, all’inizio dell’autunno, aprii lo sportello, la invitai ad accostarsi e le misi fra le mani un cappotto color cammello che Chiara non indossava più da anni. La ragazza lo prese e sembrava quasi commossa, anzi voleva restituirmelo perché no, era un dono troppo bello per lei.
Mi impegnai a rassicurarla, mentre il semaforo era diventato verde e la fila di auto dietro di me si scalmanava e si attaccava al clacson. «Tranquilla, prendilo, mia moglie non lo porta più. Così non avrai freddo». Lilia lo prese, lo indossò velocemente preoccupata dagli automobilisti imbestialiti – le stava d’incanto – poi mi strinse la mano e disse in un soffio: «Io sono Lilia». Ripartii gridandole dal finestrino aperto: «E io Francesco» poi filai via col cuore gonfio di tenerezza. Questa esperienza si ripeteva tutte le volte che andavo al lavoro in macchina, quando Lilia era all’incrocio col cappotto da vera signora e il fazzoletto usurato in testa. Un sorriso, un saluto, un rapido passaggio di monetine dalla mia mano calda a quella fresca della fanciulla. Ed ecco che la giornata diventava piena di senso.
Ricordo come fosse ieri quella mattina uggiosa di novembre: Lilia non era al suo solito posto e non tornò per diverso tempo. Ero preoccupatissimo per lei. Cosa poteva esserle accaduto? Era forse cresciuta abbastanza e la sua famiglia aveva deciso di aumentare gli introiti facendola prostituire da qualche altra parte in città? Questa era la mia più agghiacciante preoccupazione, quella che mi annodava la gola in un groppo di pianto.
Fu un enorme sollievo quando la rividi, dopo quindici giorni, al solito posto, con la mano tesa e il cappotto di Chiara, un po’ spiegazzato per la verità. Aprii subito il finestrino, indifferente al colore del semaforo: «Lilia, dove sei stata? È successo qualcosa?». Lei mi guardò coi suoi occhi di sovrumana dolcezza e rispose: «No Francesco, solo influenza». Poi ebbe un colpo di tosse. Ripartii perplesso, dopo averle allungato cinque euro: allora c’era qualcuno che si occupava di lei, che la proteggeva quando stava male. Improvvisamente, l’idea che andavo maturando in quei giorni di angoscia – o meglio il progetto, accuratamente strutturato, di andare a cercarla, portarla via con me e farla accogliere nella casa-famiglia di Don Paolo ai Salesiani, dove almeno avrebbe avuto pasti caldi e un tetto sulla testa – evaporò in una nube paranoica: i genitori di lei, o chiunque le facesse da tutore, avrebbero potuto accusarmi di rapimento di minore – se Lilia era minorenne – o peggio.
Quella mattina di febbraio la vidi passare di macchina in macchina al solito incrocio con la manina tesa. La maggior parte delle persone in coda al semaforo non aprivano nemmeno il finestrino. Aveva un’espressione triste, ma quando vide la mia auto si rallegrò. E io con lei, anche se ero ancora infastidito dall’idea di dover passare a prendere mio suocero nel pomeriggio. «Buona giornata, Lilia» le dissi, dandole al volo i soliti due euro. E lei: «Auguri, Francesco». Auguri di che? Non ne avevo idea e attribuii quello strano saluto alla scarsa conoscenza della lingua italiana della giovane rom. Intanto, però, una involontaria percezione di malaugurio si agitava dentro di me; intendiamoci, non sono tipo da credere a malocchi e magie varie, né attribuirei mai alla dolce Lilia la capacità di prevedere il futuro che solo gli ignoranti o i non credenti attribuiscono alle zingare. Ma i retaggi sono difficili da evitare, perché come dice la parola sono reti a strascico e tu ci rimani impigliato dentro come uno stupido pesce di paranza. E così mi esplose il mal di testa e mi tornò la nausea e la nausea mi fomentò dentro il cervello matasse oscure di presagi che io per primo non sapevo dipanare.
In realtà le ore al lavoro filarono lisce: io e Alessia sbrigammo il lavoro che si era accumulato in quei giorni di maretta elettorale senza che nessuno ci disturbasse, in perfetta sintonia. “Così dovrebbe essere il mio matrimonio” pensai, appena rientrammo dalla pausa pranzo. Ma non dovevo solo averlo pensato, perché Alessia mi chiese: «Che vuoi dire?». Mi sentii avvampare: «Stavo solo riflettendo ad alta voce, Ale. Ho pensa… ho detto che i matrimoni dovrebbero essere come certi rapporti di lavoro, come fra me e te. Non trovi anche tu che siamo una squadra? A volte non abbiamo neanche bisogno di parlare per comunicare».
Alessia si appoggiò alla mia scrivania come avesse un malore: «Troppo caldo in questi uffici, non trovi? Secondo me l’amministrazione comunale spreca un bel po’» disse togliendosi sciarpa e cuffia.
«Vuoi che ti apra la finestra? Hai bisogno di aria fresca?»
«Sì, grazie», Alessia si tolse il cappotto e si buttò a sedere sulla mia poltrona. Ero imbarazzato. «Meglio?». Avevo spalancato il finestrone dietro la mia scrivania e una raffica di vento gelido si era impadronita della stanza. Rabbrividii: «Adesso però chiudo perché se no mi congelo». «Fai pure, mi sono ripresa».
Quello fu l’unico incidente della giornata di lavoro. Niente di che.
Mi trattenni in ufficio più del necessario, per non dover tornare a casa e poi uscire di nuovo. Dio solo sa quanto avrei voluto evitare di andare a prendere Adelmo alla stazione, stranito e nauseato come mi sentivo. Giunsi a pensare di inventarmi un malore – tipo aggravare la nausea e trasformarla in una gastrointestinale al suo esordio – tornare a casa prima dall’ufficio e mettermi a letto – ma non sarebbe stato leale e io non so dire le bugie. A questo punto lo avrete già notato.
Infatti, alle 17.30 arrivai alla stazione giusto in tempo per vedere il vecchio uscire dalla porta principale. Dritto come un ussaro e iperattivo come un adolescente si scagliò verso la mia auto accostata al marciapiede.
«Buonasera Adelmo, sei stanco?». Non mi rispose, l’Innocenti non risponde mai alle domande di circostanza. Si accomodò in macchina a muso duro e si allacciò la cintura: «Si va? ».
«Sai che stavo per inventarmi un malessere per non doverti venire a prendere?» le mie parole rimbalzarono nell’abitacolo come i sassi scagliati da un palestinese contro un ebreo. Mi ascoltai dire cose che avrei dovuto tenere per me, con una sensazione di totale estraneità. Nella mia mente si fece strada l’idea di stare diventando matto.
Adelmo non reagì subito. Si accese un toscano – questo gesto mi irritava moltissimo perché appestava l’abitacolo, ma non ero nella posizione di rivendicare nulla –, con molta calma aprì il finestrino, poi senza guardarmi disse, scandendo bene le parole: «prenderò il taxi d’ora in poi. Ci avevo già pensato».
Mi diedi da fare per ricucire lo strappo nel tessuto sintetico che ci teneva legati da anni: «Adelmo, io scherzavo. L’ho detto così, per ridere. Se non ci si aiuta fra noi di famiglia. Sta’ tranquillo che ti vengo a prendere tutte le volte che vuoi».
«Non mi piace essere di disturbo» disse Adelmo e poi borbottò qualcosa di incomprensibile, che poteva essere una bestemmia o una minaccia.
«Non lo sei, assolutamente non lo sei». Scuotevo la testa con forza per scacciare via l’eco delle mie parole di poco prima.
Arrivammo all’incrocio dove, in pratica, viveva Lilia. Ecco il suo dolce sguardo. I nostri occhi si incrociarono e il mio cuore, per un istante, trovò riposo. Il rosso diventò verde troppo in fretta anche solo per un sorriso. Mi voltai verso Adelmo: «L’hai vista?».
«La zingara? Per forza, è sempre qua»
«Parecchio scopabile, eh? Se Chiara morisse, lei sarebbe in cima alla mia lista». Adesso il palestinese che era in me aveva lanciato una granata. Un silenzio stuporoso si allargò a macchia d’olio nella mia mente, proprio come dopo un’esplosione; un’ombra a tutto campo mi velò lo sguardo, dovetti rallentare per non fare un incidente. Ci misi qualche istante a realizzare che dalle mie labbra fossero uscite chiare e distinte quelle parole, passando attraverso la vibrazione che le corde vocali avevano imposto alla laringe, senza che né lingua né denti né velopendulo o almeno un colpo di tosse interrompessero il loro flusso sonoro.
Adelmo disse solo: «Lasciami qua, devo fare un salto dal ferramenta all’angolo».
Riuscii a malapena a chiedergli «Poi come ci torni a casa?» e con uno sforzo supremo aggiunsi: «Adelmo, ti prego, non so neanche da dove mi sia uscita una frase così. Lo sai, vero, che amo tua figlia e solo lei? L’ultima cosa che vorrei è la sua morte».
Il suocero mi fissò con uno sguardo d’acciaio, prima di uscire dall’auto: «Chiara non morirà. Morirai tu prima». Incassò la testa nelle spalle e si sfilò dall’utilitaria: «Torno col taxi» e filò dritto dentro la ferramenta, a comprare la spranga d’acciaio con la quale mi avrebbe massacrato a breve, o almeno così pensai quella sera. E pensai anche, con orrore, che Lilia avesse davvero presagito il disastro che mi attendeva. E chissà cos’altro.


SimosessantaSimona Castiglione nata a Catania, vive a Padova. Insegna lettere e scrittura creativa. Nel 2010 ha esordito con la raccolta di racconti La mente e le rose (Transeuropa); da allora ha pubblicato diversi racconti per antologie (Madre-Morte, Transeuropa; L’occasione, Galaad Edizioni; Serenate al chiaro di luna, edizioni Mazza; Storie di martiri, ruffiani e giocatori, CaratteriMobili). Per la rivista «Nuova Prosa» ha curato la raccolta Racconti erotici al femminile con ospite maschile. Ha pubblicato articoli e racconti per riviste, giornali e blog letterari (La Stampa», «Il Gazzettino», «Sicilia & Donna», «Primo Amore», «Doppio Zero», «Vicolo Cannery», «Scuola Twain», «Grafemi»). Ha pubblicato il romanzo cooperativo Lavoricidi Italiani (Miraggi edizioni) e ha curato l’antologia La morte nuda, per i tipi di Galaad, dove è presente con il racconto Come fu che divenni una strega. Ha pubblicato il racconto Nicchia nell’antologia Père Lachaise: racconti dalle tombe di Parigi (Ratio et Revelatio Publishing House, 2014) e il racconto Il principe nell’antologia Siria – scatti con parole (Miraggi edizioni, 2014). A maggio del 2014 ha pubblicato il romanzo Sottobosco per Ratio et Revelatio. Il romanzo è uscito, a giugno del 2015, in traduzione romena, con il titolo Arrivederci, Guguţa. In novembre ha vinto il contest di scrittura teatrale Scriba con la pièce Delitto d’onore 2.0. A giugno ha conseguito la specializzazione in scrittura cinematografica e teatrale presso la scuola di Carlo Lucarelli, Bottega Finzioni. A fine ottobre è uscita la raccolta di racconti L’amore ai tempi dell’Apocalisse, dove è presente con il racconto Miss Four Sex (ed. Galaad).

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Simona Castiglione – un’anteprima

  1. stravagaria
    20/06/2016

    Peccato che non sia già uscito…

    Mi piace

    • Simona
      20/06/2016

      Grazie mille, Stravagaria! Farò di tutto per accelerare i tempi.

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      • stravagaria
        20/06/2016

        Esce anche in eBook?

        Mi piace

        • Paolo Zardi
          20/06/2016

          Cara Viv, un giorno magari parliamo del percorso che va dalla scrittura di un libro fino alla sua pubblicazione, e tutte le incertezze che lo accompagnano….

          Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 20/06/2016 da in Romanzo con tag , .

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