Grafemi

Segni, parole, significato.

Una cosa che non cambia, di Ivan Ruccione

Mentre mi diverto a leggere i racconti arrivati per il concorso indetto da Grafemi (spero di arrivare a leggerli tutti entro la fine del mese: mi piace l’idea di qualcuno che parta per le vacanze portandosi dietro una copia di “Ada, o ardore” di Nabokov), ho ricevuto questo bel racconto di Ivan Rucccione, un autore che esordirà “ufficialmente” a ottobre o novembre con un romanzo del quale ancora non si conosce il titolo (o almeno io non lo conosco). Lo pubblicherà una bellisima casa editrice, Miraggi, che apprezzo da anni per la sua capacità di procedere contro corrente.
Il racconto
Una cosa che non cambia ha molte delle cose che cerco quando leggo e quindi sono molto contento di poterlo proporre in questo piccolo spazio dedicato alla letteratura. Buona lettura!

Una cosa che non cambia
Ivan Ruccione

Stamattina mi sono svegliato ed ero coperto di vetri. Me li sono scrollati di dosso senza toccarli, facendo in modo che finissero sul copri divano. Del copri divano ne ho fatto un fagotto e sono andato a scrollarlo nel bidone che abbiamo in cortile. Mi sono tolto il maglione e ho scrollato anch’esso. Il cielo era grigio e la temperatura non così bassa da infreddolirmi. Dalla casa di fronte usciva il fracasso di un martello pneumatico e il vociare dei muratori. I vecchi vicini hanno venduto l’immobile e gli acquirenti devono aver deciso di farci qualche lavoretto. Rientrato in casa, ho messo tutto nel cesto dei panni sporchi e ho passato l’aspirapolvere attorno al divano.

    Mi sono lavato i denti, il viso e ho bevuto il caffè. Non mangio mai a colazione, ma ho ingoiato un biscotto per assumere del ketoprofene contro il mal di testa. Mi stavo vestendo per andare al lavoro ma poi mi è venuto in mente che oggi è il mio giorno libero. Mentre mi apprestavo a svestirmi, ho deciso comunque di mettermi un paio di jeans e un maglione puliti, pensando di tenermi pronto per il ritorno di Livia.

    Mi sono accomodato sul divano, incrociando le caviglie sul tavolino di legno adiacente, e ho proseguito la lettura di Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. Ho sentito il suono di una sirena che doveva provenire dal fondo della via, ma non mi sono alzato per guardare cosa fosse successo. Mi sono portato il colletto del maglione a coprire il mento e la bocca. Ho spostato il libro dalla mano destra a quella sinistra e ho passato le dita della mano libera tra i capelli. Poi, con un’unghia, mi sono grattato la piccola striscia di barba rimasta scoperta, sotto lo zigomo.

    Leggere mi costava fatica. Non riuscivo a concentrarmi. Le parole scivolavano sotto i miei occhi senza farsi capire. Rimbalzavo da un margine all’altro delle pagine come se fossi stato lo spettatore di una partita di tennis, e ogni volta che terminavo un paragrafo ricordavo un bel niente. Allora ho posato il libro aperto sul divano, le pagine contro il tessuto, e ho disincrociato le caviglie. Ho appoggiato i palmi nudi dei piedi sul pavimento e le piastrelle bianche erano tanto fredde che pareva una coltre di neve. Chinandomi in avanti per afferrare il pacchetto di sigarette, il colletto del maglione si è risistemato intorno alla gola.

    Sono andato a prendere la scala nel ripostiglio e ho controllato in che condizioni fossero le valigie sistemate sull’armadio della camera da letto. Sulla parete ho notato una chiazza di muffa, così ho aperto la cerniera della valigia che gli era vicino e ho ficcato il naso tra i denti di metallo per sentire se puzzava.

    Sono ritornato sul divano e, guardando le volute di fumo nell’aria, ho cominciato a pensare a noi. Io e Livia siamo insieme da circa tre anni. Ci siamo conosciuti in una birreria. Per un motivo o per l’altro, in quel periodo eravamo assidui frequentatori dello stesso posto. Le prime volte che ho cercato di abbordarla, lei mi ascoltava ma ero troppo in là coi drink per farmi prendere sul serio. Ho cominciato a bere di meno e così siamo riusciti ad approfondire la conoscenza. Dopo un mese io ero innamorato stecchito e lei pure. È stato un amore viscerale. Ogni suo passo lontano da me lasciava cadere gialle foglie di malinconia, aguzze come pugnali, dentro al mio corpo. L’unica cosa che m’importasse nello spazio temporale tra l’alba e l’inizio di una nuova alba era seguire il sentiero che conducesse alla corolla dei suoi capelli, alle sue gambe che oscillavano come fiori, i miei piedi che volevano aggrovigliarsi alle stesse radici.

    E i suoi occhi, be’, quegli occhi non erano occhi, erano mani calde che ti porgevano una carezza. Fare l’amore, era amore sul serio. Quando la prendevo da dietro, per esempio, girava sempre la testa per cercare il mio sguardo. Non lo faceva alla classica maniera da puttanella per la serie “avanti, spaccami tutta”, anzi; la sua aria era malinconica, doleva per la distanza fisica, la lontananza delle nostri pelli, non le interessava lo sbatacchiare dei miei testicoli sulla sua clitoride. Questa cosa mi piaceva e non mi piaceva, tuttavia mi mandava in panne, tanta tenerezza che c’era, e quando eiaculavo mi lacrimavano anche i bulbi.

    A letto, ci addormentavamo abbracciati e all’arrivo di ogni alba desistevamo fino all’ultimo dal togliere il piede dalla notte. La luce sembrava come appollaiata dietro le serrande pronta a ghermirci, a violentarci, a strapparci gli occhi dal buio, e l’unico nostro desiderio era fuggire a ritroso, abbattendo tutte le ore chiuse dal sonno, vangando la notte, scavandola, uniti nello stesso abbraccio, per risalire aldilà della luce, all’altitudine estrema del sogno. Lontano dal tanto odiato giorno, che ci avrebbe separato, e vicini alle tenebre: la nostra solitudine.
Ma nel tempo non sono stato capace di sottrarmi all’incapacità di interagire sobriamente con le piccole o grandi cose. Ogni giorno ho intravisto l’orrore di una vita nella quale stagno annoiato, circondato da cose vive che vorrei non si muovessero, stordito dal capire che io sento.
Mi fanno tristezza gli oggetti, la loro deteriorabilità, e la natura nel suo complesso, la ciclicità della vita e della morte. Sto male per un tacco spezzato, per una penna dall’inchiostro esaurito. Tossisco per il cielo sopra a Pechino, giaccio appiattito al suolo con il fiore schiacciato da un televisore abbandonato. Sono triste anche per l’ape che ha perso quel polline, per la farfalla che ha perso quel nettare. Sto male per la flora intestinale del pianeta Terra, che si porta nel grembo in moto di rivoluzione l’anti mutualismo dell’essere umano.
Fino a sera ho pensato alle volte in cui ho quasi distrutto quello che ho. Ho pensato alla cena di domenica scorsa, quando ho mancato di una spanna la sedia e sono finito col culo sul pavimento del ristorante. Ho pensato a quella notte in cui non sono riuscito ad alzarmi dal letto e ho pisciato quel che avevo bevuto sul pavimento della camera; a Livia che alle quattro di mattina ripuliva quella schifezza. Ho pensato a quando dice che non possiamo uscire come una coppia normale. Ho pensato quindi a mille altre situazioni ripugnanti che hanno messo in ridicolo me, ma soprattutto Livia. Ho pensato che è da molto tempo che non la sento più parlare di figli.

    Ieri c’è stata l’ennesima litigata. È successo dopo essere rientrati da un aperitivo. Dovevamo uscire a bere qualcosa e poi passare a prendere due pizze da asporto. Ma continuavo a ordinare birre, doppio malto, con il piede che dondolava per la troppa foga sull’asticella che assicura le gambe del trespolo, mentre Livia parlava con un suo conoscente seduto accanto a lei. Marco, il proprietario del locale, me le passava di nascosto. Bastava un cenno per vedere spuntare affianco a un dispenser la pinta piena e ghermirne il vetro freddo e imperlato d’acqua. Dopo la sesta birra sono sceso dal trespolo per andare dietro al bancone e, dietro al bancone, ho messo della musica che mi piaceva col computer di Marco. Quando ho fatto partire “Io che amo solo te” di Endrigo ho richiamato l’attenzione di due donne sedute al tavolo poco lontano.
– Questa è per voi! – ho detto, e loro hanno sorriso.
Livia è saltata giù dal trespolo ed è uscita a fumare. Io cantavo sottovoce, muovevo la testa al ritmo della canzone, e spingevo di continuo il ponte degli occhiali in cima al naso unto e rubicondo. Poi quando è terminata la canzone ne ho dedicata un’altra che non ricordo. Una delle due donne, quella che sembrava più matura, mi ha ringraziato e ha detto che stavo mettendo delle canzoni bellissime, e ho portato loro un cestino di patatine. Marco, anche lui contento della selezione musicale, ha preparato un drink e l’ha versato in due bicchieri alti sì e no due dita. Abbiamo brindato e scolato d’un fiato. Livia era fuori e ci guardava attraverso la vetrina. Stava fumando avidamente e mi ha fissato con occhi pieni di collera. Poi sono andato in bagno a fare pipì e quando ho aperto la porta ho trovato Livia nell’antibagno. Mi ha chiesto se avevo finito di bere e di fare il cretino e io devo aver biascicato qualcosa che non l’ha convinta, poiché sono stato colpito da uno schiaffo e gli occhiali sono schizzati via. Ho urlato di non permettersi mai più di mettermi le mani addosso e lei ha urlato di non urlare. Le ho detto di sparire, che sarei tornato a piedi e ho raccolto gli occhiali. Uscito dal bagno, sono andato di nuovo a mettere musica e a bere finché il mio capo ha iniziato a crollare sul bancone e Livia ha dovuto portarmi a casa di peso.
A casa, Livia ha continuato a dare in escandescenze. Ricordo che urlava e io non rispondevo, e più io non rispondevo più lei urlava, così, mentre me ne stavo seduto sul divano con gli occhi chiusi e la guancia appoggiata alla spalla in attesa di partire per qualche pianeta, Livia mi ha rotto in testa la foto incorniciata che ritraeva il primo piano di un nostro bacio. Ho fatto un salto sul posto e ho guardato la foto che mi era scivolata sulle gambe. Poi devo essermi addormentato.

    Quando stasera Livia è arrivata, sono andato ad aprirle la porta. Mi sono incamminato verso il divano senza aspettare che entrasse. Ha sbattuto la borsa a terra e si è sfilata gli stivaletti facendo leva con la punta del piede sul tallone. Ci siamo guardati di sfuggita, mentre attraversava a passo svelto la sala per andare in camera. Aveva il viso visibilmente provato e gli occhi tumidi.
Poco dopo ho sentito forti singhiozzi levarsi dalla camera. Mi sono limitato a sbuffare, pensando all’inizio di un’altra serata difficile. Ho aperto la porta della camera e Livia era bocconi sul letto che piangeva sbattendo con ritmo costante la gamba sul materasso. Mi sono sdraiato vicino a lei e ho nascosto la mia faccia incrociando le braccia. Livia ha alzato la testa e ha detto con tono rabbioso, digrignando i denti:
– Sono arrivata al punto di metterti le mani addosso, hai capito? – e poi ha ricominciato a piangere. – Tu mi vuoi fare morire, mi vuoi fare morire. Non mi venivano gli attacchi di panico da quando è morta mia madre!

    Ho lasciato Livia dov’era e sono entrato nello studio. Sono andato alla finestra e ho guardato fuori senza fissare niente, tra le trasparenze della tendina. Poi ho pensato a cosa c’era in frigorifero e ho chiuso la porta. Mentre accendevo la sigaretta mi è venuto in mente che nel copri divano infagottato c’erano la cornice rotta e la foto. Ho preso il posacenere sulla scrivania prima di sprofondare nella poltrona.


295056_3997898625031_1205466902_nIvan Ruccione è nato a Vigevano nel 1986. Nel 2012 una selezione delle sue prime poesie è stata inclusa nell’antologia collettiva Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo, Bel-Ami Edizioni. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul blog letterario “Nazione Indiana” da Francesco Forlani. Nell’autunno del 2016 uscirà il suo primo romanzo, edito da Miraggi Edizioni. Lavora nella cucina di un’osteria.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 05/07/2016 da in Inserto del lunedì, Racconti con tag , .

Inserisci qui il tuo indirizzo email, e riceverai una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo post

Segui assieme ad altri 2.506 follower

XXI Secolo

In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

Post consigliati

Vicini di banco

Un’occhata a Twitter

Archivi

Marco Milone

Sito dello scrittore Marco Milone

intempestivoviandante's Blog

Racconti, teatro, letteratura

Itìnera

Il Magazine di Una Romana in America

Oblò(g)

Non ho la pretesa di avere una finestra sul mondo. Mi basta un oblò.

Diario di un giovane naturalista

"Tutto è chimica, governato dalla fisica e spiegato dalla matematica"

BOOK'S THIEF

LADRA DI LBRI

OssiTossina

Una filosofa così oscura che Schopenhauer te lo svendo come precursore del PositiveThinking

mestierelibro

piccola scuola del libro

maledetta tastiera

just write already, you bloody keyboard...

fiabeatroci

Vi darò la narrativa integrale - ma la definizione attenti è provvisoria (Luciano Bianciardi)

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: