Mailand – Nicola Pezzoli

12439472_1716965331918126_5402004872137960721_nE’ sempre complicato, per me, parlare di un libro di Nicola Pezzoli senza rischiare di sembrare eccessivo: troppi complimenti finiscono per produrre l’effetto contrario, se non altro per il sospetto che siano spinti da motivi personali che nulla hanno a che fare con il libro, come l’amicizia o l’appartenere (anche se non è il verbo adatto) alla stessa casa editrice. Nel caso di “Mailand” (Neo Edizioni, 2016) il rischio è ancora più grande perché l’autore, in un gesto di sconfinata generosità, ha dedicato il romanzo a me, provocandomi una gioia indescrivibile, ma facendo nascere in me il timore di essere costretto, per conflitto di interessi, a non parlarne. Ci ho pensato un po’ su, e ho deciso di scrivere comunque. Chi mi conosce, sa del mio rigore.

“Mailand” è un romanzo strepitoso. La prima volta che l’ho letto, quando era ancora in fasce, ho pensato: è un libro fighissimo. Proprio così: la sua dote migliore è quella di essere un libro che assomiglia a quelle persone naturalmente piene di appeal. Quella della fighezza, se così si può dire, non è una categoria che si usa spesso, per commentare un romanzo; ma nel caso specifico, è impossibile non usarla. Con il pas13103367_1728843734063619_6649766029345855176_nsare del tempo sto iniziando a pensare che la differenza tra un buon libro che non verrà mai pubblicato e un buon libro che invece deve per forza uscire, non stia nella qualità della trama o nello stile o nelle caratteristiche di un particolare personaggio: ci sono libri che hanno tutte le carte in regola per funzionare eppure non dicono niente. Molti di noi sanno di cosa sto parlando: in ogni compagnia c’era un ragazzo che magari non era il più bello, il più alto, il più leale, il più spiritoso, ma aveva un quid che lo rendeva il più interessante, quello con il quale tutti volevano stare. Mailand è così: non è un libro perfetto (e poi dirò perché), ma è irresistibile e per molti versi memorabile.

Cazzutissimi!
Lettori

La storia del personaggio, Corradino, parte da lontano – da quel “Quattro soli a motore” con il quale Pezzoli aveva iniziato a scrivere con la Neo Edizioni. Allora, in quel primo libro, si parlava della sua infanzia, concentrandola in una particolare estate trascorsa in un paesotto dalle parti di Varese, popolato di personaggi visti attraverso gli occhi di un bambino ai margini dell’adolescenza. Poi c’è stato “Chiudi gli occhi e guarda”, un’altra estate, questa volta al mare – un romanzo agrodolce pieno di dolcezza. E ora “Mailand”, che, ancora una volta, spiazza i lettori che, come me, stanno seguendo Pezzoli nel suo percorso artistico. Qui c’è il processo di costruzione di un adulto, accompagnato dall’inevitabile dissolversi del bambino che avevamo conosciuto nei libri precedenti. Pezzoli ama la sregolatezza dell’infanzia, la sua incontrollabile anarchia, l’ingenuità che consente di guardare il mondo senza giudizi preconfezionati (ricordiamo tutti la storiella del bambino che osa dire che il re è nudo) e Corradino, qui Konrad, non perde nessuna di queste caratteristiche; ma cambia qualcosa di importante, dentro e fuori. Sullo sfondo, la città è più dura della campagna incantata dell’infanzia, il clima più rigido – piove spesso, in Maialnd. Entra in campo il lavoro, anche se in una forma estremamente vellutata e un po’ fanciullesca. Ma quello che cambia tutto, che capovolge ogni cosa, è il sesso, con i suoi turbamenti, le sue inquietudini, le pene e le speranze. Tenendo conto delle mie inclinazioni di lettore, ho salutato con grande gioia l’entrata in scena di quello che io considero essere, insieme alla morte (dalla quale Corradino si tiene a una certa distanza: le persone muoiono, ma manca l’orrore della fine), il motore di ogni storia; e siccome Pezzoli è nemico di ogni convenzione, il sesso di cui si parla in questo libro non ha nulla di convenzionale, e quindi vale doppio.

MAILAND: per gli amanti del Risiko, ecco una ricostruzione della partita come si presenta all’inizio del romanzo. [Gialli: Konrad Viola: Marco Blu: Beniamino]
Una ricostruzione della partita come si presenta all’inizio del romanzo

Ma oltre al sesso, che continua a comparire in quasi tutte le pagine, ci sono mille altre cose degne di nota: l’ingresso all’università, la vita da studente fuori sede, le interminabili partite a Risiko (il Risiko è diventato un po’ il simbolo di questo libro!), il ritorno a casa per il weekend, una nonna impicciona (le vecchie, nei libri di Pezzoli, sono sempre personaggi memorabili), i pub, l’agenzia un po’ surreale per la quale Corradino lavora… E’ un mondo pieno di personaggi a tutto tondo e di macchiette perfette nel ruolo di spalla. Si ride, come sempre accade con questo autore, e ci si commuove – forse un po’ meno che nei libri precedenti, ma non è un caso: Corradino è cresciuto e il suo cuore si è fatto più duro. Ma soprattutto si sente, a ogni pagina, il potere di una voce che inventa a ogni riga, che spiazza, diverte, stupisce, offende, scuote, rovescia, incrina, solleva… Qui c’è il talento di un fuoriclasse che si diverte a nascondere la palla per farla spuntare direttamente in rete: non un mediano, ma un numero dieci.

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Nicola Pezzoli con lo scrittore Alessandro Vietti

In che cosa non è perfetto, questo libro? Pezzoli, come aveva già mostrato in “Chiudi gli occhi e guarda”, non tiene in grandissima considerazione la trama – croce e delizia di autori e lettori. L’intreccio c’è, la storia tiene, ma è come se si percepesse che si tratta di un contenitore costruito su misura per sostenere i veri obiettivi di questo scrittore, che riguardano l’uso pirotecnico della lingua, la rappresentazione dei legami che gli stanno a cuore – quello tra madre e figlio, l’amicizia adolescenziale che lambisce un desiderio che non può essere espresso – e una visione un po’ dolente, talvolta malinconica, talvolta disgustata, del mondo. Ma sebbene la debolezza della trama sia un dato oggettivo, il romanzo (e qui sta la grandezza di Pezzoli) non ne risente; anzi, facendosi beffe di tutti i meccanismi che finiscono per blindare l’evoluzione dei personaggi, la storia si libra più leggera, più libera, mantenendo una vena di anarchica e irresistibile follia. Nabokov diceva che i dettagli sono tutto. Non solo: in “Lezioni di letteratura russa” si è spinto oltre affermando che La fantasia è fertile solo quando è futile e mai questa affermazione è stata così vera come in “Mailand”. E la perfezione, specialmente in letteratura, è sterile. Questo libro, allora, è strabico come Venere: il suo sguardo imperfetto fa innamorare.

Post scriptum: Negli ultimi anni ha preso piede la curiosa tendenza a cercare la forma della trilogia anche dove non c’è. Penso ad esempio ai libri di Roth su Zuckermann, dove si parla della prima trilogia (formata da cinque libri) e della seconda (composta da quattro). Sono abbastanza convinto che Philip Roth non abbia mai avuto in mente di organizzare le proprie opere secondo questo criterio; ma ormai è talmente forte, il fascino della trilogia ad ogni costo, che anche libri unitari vengono spezzati in tre parti, per aumentarne, credo, l’appeal commerciale. Sono convinto, o forse la mia è una semplice speranza, che non esista alcuna “trilogia di Corradino”, iniziata con “Quattro soli a motore” e conclusa con “Mailand”. Se proprio dovessi cercare un modello, preferirei pensare alla saga di Harry Potter – sette volumi che hanno seguito l’evoluzione del maghetto dall’innocenza dell’infanzia fino alla drammatica conoscenza della morte…

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