Grafemi

Segni, parole, significato.

Mia moglie ha sposato un comunista

Ricordo bene quando da piccolo nascondevo ai miei compagni di classe, alla mia maestra, alla suora che mi faceva catechismo, la realtà della mia famiglia: nonostante le apparenze, eravamo una famiglia di comunisti. A quei tempi – sto parlando degli anni settanta – essere comunisca equivaleva più o moeno a una o a tutte queste cose: eri ateo, volevi espropriare la casa dei tuoi amici e abolire la proprietà privata, ti piaceva l’Unione Sovietica e probabilmente stavi dalla parte delle Brigate Rosse. La cosa buffa era che, sebbene vedessi che tutto questo non era vero, neppure io conoscevo fino in fondo i piani dei miei genitori, e in particolare quelli di mio padre che tra i due mi sembrava il più convinto: avevo sempre il dubbio che si trattasse solo di tempo ma che prima o poi, come cellule dormienti, si sarebbero risvegliati, dimostrando la vera natura del loro essere comunisti.

A casa mia, ascoltavamo “Bandiera rossa”, “Bella ciao”, “Sior paron dale bele braghe bianche tira fora le palance”, “Sebben noi siamo donne paura non abbiamo”, “Guarda giù dalla pianura” e “Son cieco e mi vedete, devo chiedere la carità, ho quattro figli che piangono perché non ho pane da dar”. Il disco più ascoltato era “Ci ragiono e canto”: Sulla copertina di un altro c’era la fotografia dell’orologio dell’operaio, nel cui quadrante c’era scritto “Otto ore per lavorare, otto ore per studiare, otto ore per riposare”. Alla televisione, guardavamo una mini serie tv dedicata  a Sacco e Vanzetti, e L’albero degli zoccoli, e Radici, e poi Soldato blu dove i buoni erano gli indiani. Quasi tutte le persone che non la pensavano come noi erano o fascisti (il tizio che lasciava che il suo cane cagasse davanti a casa nostra, ad esempio) o democristiani, e non mi era chiaro cosa fosse peggio.

Poi gli anni ottanta hanno spazzato via tutto. Prima Reagan, e il suo edonismo; poi il crollo del muro. Che senso aveva essere ancora comunisti se anche i più comunisti di tutti ci avevano rinunciato? Anche mio padre aveva gettato la spugna: era diventato moderato. Su Repubblica c’era un gioco in cui si vinceva scegliendo dei titoli in borsa, un modo per avvicinare la gente comune al capitalismo, credo, una specie di Monopoli di massa. I “giovani” degli anni settanta passavano la maggior parte del tempo parlando di politica – c’erano i trozkisti, gli indiani metropolitani, i leninisti, gli anarchici… Noi, invece, leggevamo i giornalini sui paninari, e si parlava di Timberland, Montclaire e Naj Oleari; una volta alla settimana, su Italia 1, si guardava “Non solo moda”, con le sue modelle gnocche. Divertirsi era diventato improvvisamente lecito, così come si poteva parlare del proprio desiderio di diventare ricchi, di fare gli imprenditori, di avere una propria azienda. I sogni borghesi, accontanti per uno o due decenni, tornavano a farsi sentire. I miei compagni di Università, negli anni novanta, studiavano modelli per interpretare l’andamento della borsa; invece de “Il manifesto”, compravamo “Il sole 24 ore”. Sarebbe bello riuscire a riprodurre l’euforia liberista di quel periodo…. Riuscii a votare solo una volta per il PCI, alle Europee del 1989. Poi divenne il PDS, poi il DS, poi il PD. E Rifondazione comunista assomigliava, o almeno questa era l’impressione che dava a noi ventenni e trentenni che ci stavamo inserendo nel mondo del lavoro, un’associazione di nostalgici, simili a quei vecchiotti che ogni tanto si trovano con il cappello da alpino a ricordare i loro anni di naja lungo in confini nord orientali.

In quegli anni  – sto parlando nel periodo che va  più o meno dal 1985 al 2000 – erano caduti in disuso gli slogan come “La fantasia al potere” o “L’utero è mio e me lo gestisco io”. Al loro posto, è bene ricordarlo, c’erano cose tipo “il privato è meglio del pubblico” e “lo Stato dovrebbe essere gestito come un’azienda” – due affermazioni che nessuno – NESSUNO – metteva in discussione. Era così, e basta. Si doveva privatizzare tutto: solo così le cose avrebbero funzionato. Il libero mercato, con la sua legge della domanda e dell’offerta, avrebbe portato ogni situazione verso il suo ottimo naturale. Ci credevano tutti. Ci credevamo tutti. Così come eravamo convinti che il proletariato non esistesse più, che la lotta di classe non aveva più senso perché gli operai di fatto non esistavano: eravamo tutti come minimo borghesi. A ciascuno era consentito di partecipare, attraverso la borsa, alla straordinaria moltipicazione dei pani e dei pesci che il capitalismo garantiva.  Il comunismo era ormai il ricordo di una follia funesta, una malattia che aveva colpito il mondo per un secolo e mezzo dal quale finalmente si era guariti.

Ma la realtà (ammesso che ne esista una) è ben diversa. Tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta, l’Occidente, nelle mani dei detentori della ricchezza, ha dovuto fare i conti con una forza antagonista in grado di spazzare via il capitalismo dalla faccia della terra. I governi, quasi sempre moderati, sono stati costretti a tenere in considerazione le esigenze dei lavoratori per evitare che il contagio comunista si diffondesse anche qui. Il welfare non è nato dalla bontà del libero mercato, ma dalla presssione del blocco sovietico lungo i confini orientali dell’Europa. La previdenza sociale è nata nonostante il libero mercato; una certa redistribuzione della ricchezza è stata possibile nonostante il libero mercato. Da un lato ci presentavano la Siberia come il destino dell’Italia se i comunisti fossero andati al potere, dall’altro veniva approvato il famoso articolo 18 per proteggere gli operai. Il pericolo di un rovesciamento era realistico. Finita l’Unione Sovietica, venuta meno una qualsiasi alternativa a questo mondo, un pezzo alla volta si è smontato lo stato sociale. Possiamo immaginare dove saremo tra vent’anni?

L’estate scorsa ero in vacanza in Croazia e l’ereader mi ha lasciato a piedi. Per passare il tempo (ero al mare, e pioveva un giorno sì e uno no), ho letto “Il capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty, un insigne economista francese che, con un foltissimo gruppo di collaboratori, ha analizzato l’andamento del rapporto tra capitale e lavoro negli ultimi cento anni. L’ha fatto partendo dai dati, cercando, a posteriori, una qualche teoria in grado di spiegare il feonomeno. Riassumento in tre righe: il capitale rende il 5% all’anno da sempre, indipendentemente dalle condizioni economiche (anche adesso, in Italia, le rendite sono sempre intorno a questa percentuale); il reddito da lavoro cresce, invece, se cresce il PIL della nazione. Conclusione: in un contesto a crescita nulla, il divario tra chi ha il capitale e chi ha il lavoro crescerà costantemente. Ora, poiché i soldi non si moltiplicano (nonostante molti liberisti la pensino così), è evidente che per garantire a una parte della popolazione una rendita costante in un’economia a crescita nulla, serve togliere questi soldi a chi, invece, i soldi li guadagna lavorando. Da dove iniziare? Possibilità di licenziare quando un’azienda non garantisce più utili superiori al 5% (quest’anno ho visto che i mercati hanno accolto con euforia la notizia che Unicredit avrebbe licenziato circa 18.000 persone in Europa: questo è il libero mercato); poi lavoratori senza più un reddito minimo garantito (flessibiità, caporalato, ecc); quindi stato sociale, con i suoi costi: colpire pensioni, sanità, assistenza alle famiglie in difficoltà. Se nella seconda metà del ventesimo secolo le cose sono andate diversamente è stato perché le due guerre mondiali avevano azzerato i capitali accumulati nell’ottocento, perché c’era una crescita sopra al 5% in tutto l’Occidente – crescita determinata anche da un’esplosione demografica irripetibile. In condizioni normali, il libero mercato tende all’Europa dei primi del novecento, alla Roma del terzo secolo d. C., alla Russia dell’Ottocento.

Il libro di Piketty, che dovrebbe essere letto da chiunque vuole parlare di politica ed economia con un minimo di cognizione della realtà dei fatti, non ha fatto altro che confermare le idee che, senza troppi strumenti a disposizione, stavo maturando tra me e me. Penso che esista un confitto terrificante tra capitale e lavoro, e quindi tra capitalisti e lavoratori, che anni di lavaggio di cervello hanno negato, nascosto, e deriso. Credo che il divario di ricchezza tra capitalisti e lavoratori non possa che continuare ad aumentare e che per bloccare questa disuguaglianza crescente sia necessario prendere coscienza di questo conflitto e agire di conseguenza. Noi che lavoriamo come dipendenti nelle varie aziende, noi impiegati nei più diversi settori, NON siamo borghesi da nessun punto di vista – non abbiamo alcuna attività della quale siamo proprietari – ma siamo operai qualificati che vivono del proprio salario, i proletari del ventunesimo secolo. Nel libro di Piketty viene mostrato chiaramente che il tenore di vita di una persona è determinato da due fattori: dove nasce (occidente vs resto del mondo) e da chi sono i suoi genitori. L’idea che il libero mercato consenta a chiunque di diventare ricco è una favola: è sufficiente che chiunque si giri intorno e guardi i propri amici per capire che il lavoro consente di tirare avanti, e nient’altro che questo. Nato in anni in cui essere comunisti era quasi un reato, cresciuto poi in anni in cui essere comunisti era qualcosa di ridicolo ed anacronistico, sto trovando, dentro di me, il coraggio e la forza di dire che io, Paolo Zardi, nel 2016, sono comunista.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

6 commenti su “Mia moglie ha sposato un comunista

  1. Marina
    10/07/2016

    Ho ricordi analoghi anche se i miei non erano comunisti ma vagamente di sinistra. Adoravo la mia maestra che era comunista e ritenuta, in paese, una peccatrice perché sposata solo col matrimonio civile. Ho letto con molto interesse questo post, grazie e confermo di essere da sempre comunista pure io!

    Liked by 1 persona

  2. ivana
    11/07/2016

    Nonostante questo sfacelo, continua a fiorire, qua e là, qualche papavero rosso.
    Grazie

    Liked by 2 people

  3. Fabio Piero Fracasso
    12/07/2016

    Caro Paolo, cari tutti, mi allontano soltanto fintamente dalla tematica e, senza alcuna intenzione di appesantire il nostro dialogo, vorrei segnalare che a me è piaciuto tanto,ma proprio tanto, uno scritto di Giovanni Ferrara: “Il fratello comunista” (si riferisce a Maurizio, notabile del partito e padre del noto Giuliano).
    Il libro è singolare, pieno di un pathos pacato, se quest’espressione non suonasse come un ossimoro .
    Tra l’altro, Giovanni Ferrara, storico di professione, ha scritto due minuscoli e deliziosi racconti pubblicati dalla Sellerio: La Sosta e Il senso della notte. Bellissimi e, credo, difficilmente reperibili

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  4. CriticaComunista
    17/07/2016

    W il Comunismo!😉

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  5. Subhaga Gaetano Failla
    04/09/2016

    Pier Paolo Pasolini, dopo la fine disastrosa dell’esperienza friulana, denunciato, licenziato dall’insegnamento ed espulso dal Partito Comunista Italiano per “indegnità morale”, così scrive in una lettera ai suoi ex compagni:
    “Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso più autentico di questa parola”.
    ***
    (segnalo due refusi nel quarto rigo:
    comunisca
    moeno)

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Questa voce è stata pubblicata il 10/07/2016 da in Politica, Storia con tag , .

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