Grafemi

Segni, parole, significato.

Il giorno più bello della mia vita

Un raccontino estivo… Buona estate!

Aveva smesso di piovere da meno di mezz’ora ma le strade erano ancora allagate – tombini occlusi e pompe in avaria, i soliti problemi di corruzione delle amministrazioni cittadine. Si avvicinò alla finestra dell’ufficio e guardò verso la fermata dove di solito aspettava l’autobus: si era formata una piccola folla di vecchie, marocchini e neri, gli unici che, insieme a lui, si affidavano ancora ai mezzi pubblici per spostarsi. Dal numero di persone, si poteva dedurre che non stava passando niente da almeno mezz’ora. Sarebbe tornato a casa a piedi, o a nuoto, o avrebbe rubato una di quelle biciclette che da anni vedeva agganciate a una rastrelliera sul retro dell’azienda – sognava di farlo da un sacco di tempo, ma gli mancavano il coraggio, la baldanza, o la necessità. Salì al quarto piano a prendersi un caffè. Scese al primo a salutare una tizia della contabilità, una donna sposata che, da qualche mese, stava studiando per capire se era disponibile a coricarsi con lui da qualche parte – gli piaceva il verbo coricarsi, lo divertiva. La salutò. Lei lo salutò e sorrise, con un sorriso così e così, indecifrabile, da Monna Lisa. Sapeva che era infelice, perché aveva un marito violento e dei figli piccoli che non le davano tregua, ma non si era ancora arresa: da alcuni discorsi che aveva captato, gli pareva di aver capito che, sebbene non arrivasse a sognare una nuova vita – aveva preso troppi impegni, in questa – cercava il modo di rendere migliore l’unica che aveva. Le dedicò un arcobaleno comparso dietro il centro commerciale dall’altra parte della strada, e in cambio ebbe un sorriso un pochino più convinto. Il romanticismo non faceva per nessuno dei due, ma almeno ci stavano provando.

Vagò per un’altra ora tra corridoi e uffici, trascinando i piedi come se avesse addosso le ciabatte, salutando i colleghi rimasti là a mandare le ultime mail della giornata. Sapeva, perché se lo ricordava, che il momento migliore per lavorare era quando tutti se ne andavano a casa, e finivano le risate da un tavolo all’altro, l’incessante brusio da formicaio, il rumore delle dita sulle tastiere, come una spiaggia poco prima del tramonto, con i gabbiani che mangiano gli avanzi tra la sabbia, una mamma sul lungo mare che inzuppa nell’acqua un nanetto con il pannolino, e le campane di una chiesa lontana che rintoccano un sacco di volte. Avrebbe segnato straordinario, per ripicca, perché non era lui che voleva stare là dentro. Comunque, non glielo avrebbero pagato – non glieli pagavano più da anni, troppo poco produttivo per giustificare soldi in più. Era già tanto che gli pagassero lo stipendio tutti i mesi: questa la versione dei suoi capi. Lui invece pensava che la serie di circostanze che lo avevano portato ai margini di tutti i progetti che contavano non potessero essere imputate tutte a lui. Al riguardo, però, non aveva molta voce in capitolo: le cose erano andate così, non si poteva tornare indietro, ed era troppo vecchio per trovare un altro posto di lavoro: aveva quarantotto anni. Senza volerlo, si era tornati al diciannovesimo secolo, dove la vita lavorativa di un uomo finiva prima dei cinquanta. Rimaneva poi il tempo che precedeva la pensione, tutti quegli autunni e primavere che si alternavano a ogni giro un po’ più spenti. Lui era invecchiato davanti al monitor, un tasto alla volta, una mail dopo l’altra. I capelli erano caduti, la barba era diventata grigia e gli era cresciuta una pancia che non riusciva ad erodere in nessun modo.

Alla fine si arrese: alla fermata dell’autobus c’era mezza città in coda ad aspettare. Sarà crollato un ponte da qualche parte, pensò. Ci vorranno giorni per sistemare le comunicazioni. Si incamminò verso casa, evitando le pozzanghere e le macchine che non le evitavano. A metà strada non aveva più fiato. L’aria era putrida di fognature divelte. Sentì un clacson, si girò e vide un vecchio compagno dell’università che lo aveva riconosciuto e gli faceva ciao con la mano. Accostò, tirò giù il finestrino sul suo lato
Vuoi un passaggio a casa?”
Be’, mi faresti davvero un regalo… qui è tutto un pantano”. Il marciapiede aveva un aspetto lacustre. Foglie morte ovunque.
La macchina faceva odore di arbre magique e sigarette. Non erano rimasti in molti a fumare in macchina. Sui sedili dietro c’era anche un seggiolino per bambini.
Hai avuto un figlio da poco?”
Sì, un errore di calcolo, o qualcosa del genere. Ha due anni. Inaspettato. Mia moglie è ancora abbastanza giovane, per cui non è stato un grosso problema. Ne abbiamo un altro più grande, quindici anni. Ci sentiamo un po’ nonni”.
E ti piace?”
Non è male. Ci ha cambiato la prospettiva. Tu hai figli?”
No no, nessun figlio. Non sono neppure sposato”. Lo disse senza tracce di dispiacere, ma l’altro si affrettò a dire che non era obbligatorio sposarsi, e che anche lui, se fosse tornato indietro, ci avrebbe pensato due volte.
Sul serio?” Non gli sembrava convinto. E infatti l’altro tornò un po’ sui suoi passi:
No, dai. Mi è andata bene, non mi posso lamentare. Sono vite diverse, no? Intendo quella degli sposati e quella degli scapoli. Tu hai sicuramente più tempo libero di me, più libertà, meno orari”.
Be’, quello sicuramente, anche se il lavoro… Quello è uguale per tutti”.
Però forse tu gli puoi dedicare più attenzione”.
Può essere”. Non gli andava di dirgli che, in fin dei conti, lui poteva tranquillamente essere considerato un fallito: all’università, tra i due, era lui quello bravo e poi, a valutare dalla macchina che lo stava portando a casa, i destini si erano invertiti. Lo avevano tradito il carattere impulsivo, la sua ossessione per fare le cose bene o non farle affatto, la tendenza a riconoscere l’autorità in modo servile o a disprezzarla. Qualcuno gli aveva detto che lui aveva l’animo del soldato smanioso di obbedire a un ottimo ufficiale, e pronto a insubordinarsi quando le cose non andavano bene. Era vero? Non gli interessava più. Gli facevano male le ginocchia, era più lento, ci vedeva meno, era meno impulsivo. L’età lo aveva smussato, fino a fargli perdere l’istinto all’indignazione, alla rivolta. Da piccolo avevano un cane che li aveva fatti impazzire; poi quando i peli del muso gli erano diventati bianchi e l’occhio si era ingrigito, era diventato mansueto come una pecora. Era il vantaggio dell’invecchiamento, che ti ibernava un po’ alla volta. Salvo imprevisti, si arrivava già pronti, alla morte, lavorati ai fianchi per bene.

A due chilometri da casa, una specie di sequoia che lui non aveva mai notato era caduta sulla strada. C’erano dei vigili del fuoco che con delle seghe circolari stavano cercando di farla a fette. A guardarli, era evidente che sarebbero servite un sacco di ore. Un vigile grosso e grasso faceva cenni alle macchine di prendere una deviazione sulla destra, ma anche da quella parte dopo un chilometro c’era una voragine nel mezzo della carreggiata, e altri vigili del fuoco all’opera, questa volta con badili e betoniere.
Direi che è meglio se scendo e questo ultimo pezzo me lo faccio a piedi”.
E se ci prendessimo una birra, intanto che sistemano la strada?”
Sì, ma tu come fai con i tuoi…”. Indicò il seggiolino dietro.
Non ci sono problemi, li chiamo e li avverto. Se per una sera faccio lo scapolo non succede niente di male, non trovi?”
Non mi intendo di queste cose”. Era vero: anni e anni di celibato avevano creato in lui una sorta di rispetto religioso, verso le famiglie. Non le capiva, non sapeva come funzionassero, ma immaginava che avessero regole ben codificate che lui non poteva conoscere.

Andarono in un localino scuro e brutto. Presero mezzo litro di vino e due tramezzini alla porchetta. L’altro, che forse non usciva di casa da anni, sembrava piuttosto contento di poter passare la serata in quel modo. Presero un altro mezzo litro di vino. Pagò tutto lui. Cambiarono locale. Grappa. Poi un locale dove mettevano su musica. Gin tonic. Arrivò mezzanotte. Fuori, per le strade della città c’erano camion che andavano e venivano, portando via arbusti, macchine scassate, calcinacci. Un bel disastro, quel temporale. Poi altro locale, e lui sonno. Aveva passato praticamente tutte le sere tra i trenta e i quarant’anni, in quel modo. Conosceva ogni risvolto di quella euforia che un po’ alla volta si mescolava alla stanchezza, un cocktail letale, soprattutto per chi rimaneva sobrio, perché sapeva che presto quello avrebbe iniziato a raccontargli qualcosa di quando era giovane – un Erasmus, un viaggio in treno per l’Europa, una tizia che avrebbe voluto sposare… All’una, qualcuno – la moglie – lo chiamò al telefono. Lui cercò di darsi un certo contegno, inutilmente. Quando mise giù, un po’ si rabbuiò, ma non troppo seriamente: era così brillo che non riusciva a valutare la reale conseguenza delle sue azioni. Comunque qualcosa cambiò, perché, dopo aver ordinato un altro gin tonic, forse per far vedere che anche lui, uomo sposato, poteva fare quello che voleva, ne bevve solo metà e poi disse che forse era il caso che tornassero a casa. “Domani devi andare al lavoro, non voglio che tu sia troppo stanco”.

Sbagliarono strada due volte e lui cercò di convincerlo a lasciarlo da qualche parte, che sarebbe tornato a piedi – l’aria era frizzantina e lui aveva bisogno di riprendersi un po’ – ma quello non mollava; e come previsto, dopo un quarto d’ora iniziò con i ricordi.
Sai, ad Aberdeen avevo conosciuto una ragazza con i peli della figa rossi, rossi come la testa di Peline, te la ricordi Peline? La tizia che girava la Francia con un carro trainato da un asino? Moriva, poi, l’asino? Rossi in quel modo. Aveva un sapore di salsicce, e ancora adesso mi chiedo se dipendesse dal colore. Dici che dipendeva dal colore?”
Non sono mai andato a letto con una rossa”.
Non sai cosa ti sei perso. Analmente, era un po’ deboluccia – ci provava, ma credo che avesse le ragadi, o le emorroidi, o una fistola. Però aveva la figa prensile. Morbida come una medusa. Mi sono scopato anche una cinese, una delle prime, ma non ad Aberdeen, là non erano ancora arrivate. Era la figlia di uno che aveva un ristorante vicino a casa mia, lei faceva la cameriera là dentro, ma faceva anche la pubblicità di pastiglie per dimagrire – le mettevano un camicie bianco e lei parlava in cinese e intanto qualcuno diceva qualcosa… una truffa. Ecco, con le cinesi è così: le scopi, e pensi che in fondo sia una truffa”.
Quante cinesi ti sei scopato?”
Be’, quella, però ti assicuro che è un tratto nazionale, distintivo, ce l’hanno nel sangue”.
Lui pensò a come potesse essere sua moglie, a com’erano i suoi figli, in che modo li stava tirando su. Era sicuro che non c’entrasse niente, quella chiacchierata, con la sua vera vita. Quel tizio aveva questa specie di bubbone pieno di ricordi che si era tenuto nascosto per anni, l’aveva lasciato là a macerare e ora glielo stava facendo vedere. Era come aprire un sacchetto dove qualcuno aveva dimenticato del gorgonzola. Non si sentiva migliore di lui: solo che la sua merda l’aveva fatta colare piano piano, giorno dopo giorno, raccontando pezzi del suo passato alle puttane con cui ogni tanto andava, alle mogli degli altri, e ora il mito di quei giorni non lo tormentava più. Era stato giovane, ma in qualche modo gli era passata.
…e alla maturità mi ritrovo proprio lui, questo stronzo. Capisci la coincidenza? Voglio dire, quante probabilità c’erano che trovassi proprio lui, una su mille? Eccola là, beccata. Ma me la sono giocata, ed è andata bene. Il punto è che essere intelligenti non basta. Serve anche trovare il modo di cavarsela”. Forse c’era qualcosa di subliminale, tra quelle parole: gli stava dicendo che c’era un motivo per cui le cose, quella sera, erano andate proprio così, uno con una macchina da cinquantamila euro, una moglie giovane e due figli, e uno che trascinava i piedi nella melma post-temporalesca, cercando di tornare in una casa dove nessuno lo aspettava. Ma anche se fosse così, chi se ne fregava? Non aveva vissuto solo l’altro. Anche lui aveva passato qualche bel giorno. Partì una scommessa con se stesso: gli domandò “Qual è stato il giorno più bello della tua vita?”
La nascita dei miei figli”. Aveva vinto. Rispondevano sempre così, gli uomini con figli. Le donne, tendenzialmente no, ma gli uomini con figli sempre la stessa risposta.
Meglio della figa prensile della rossa in Scozia?”
Be’, certo, un altro pianeta”. Gli si erano inumiditi gli occhi. “I figli sono pezzi di cuore”.
Capisco…”.
E tu? Il tuo giorno più bello?”. Glielo stava domandando giusto per farlo contento; ed era così ubriaco, quel padre di famiglia, che gli avrebbe potuto raccontare qualsiasi cosa e non se la sarebbe ricordata, e in ogni caso non lo avrebbe più rivisto – erano passati vent’anni dall’ultima volta che si erano incrociati; se ne fossero passati altri venti, uno dei due, statisticamente, sarebbe arrivato morto al prossimo appuntamento.
Avevo sedici anni. Quanti ne sono passati? Trentadue? E’ come se fosse ieri. Anzi, più passa il tempo e più quel giorno, quella sera, si riempie di significato, di spessore, di vividezza. L’ho capito due o tre mesi fa, quanto è stato importante, quella sera”. L’altro faceva fatica a seguirlo, ma almeno ci provava.
Ero andato a fare un giro in autostop con un amico, di campeggio in campeggio. Bella esperienza”.
Anch’io ho fatto l’autostop, in Olanda. Ero sempre fatto, pieno di canne fino alle orecchie”. Si era un po’ risvegliato, lo doveva tenere buono ancora per un po’.
Non mi hai detto come si chiamano i tuoi figli”.
Marco e Luca. Marco è quello grande e Luca..”.
E Luca è quello piccolo, giusto?”
Giusto”. Biascicava.
Pensa che quello grande ha quasi l’età che avevo io nel giorno più bello della mia vita. Immagino che a te ora sembri ancora un bambino, sono passati solo quindici anni da quando l’hai visto nascere. E probabilmente lo è, anch’io a quindici anni ero ancora un ragazzino. Tu ti ricordi com’eri alla sua età?”.
Avevo il motorino”.
Era l’età del motorino, è vero. Io invece scopavo già, a quell’età. Scopavo seriamente. Avevo una ragazza con la quale scopavo regolarmente. Glielo mettevo anche nel culo, se può interessarti la cosa. A quindici anni. E lei mi faceva i pompini. Pompini con l’ingoio”. Alla faccia della tua rossa, avrebbe voluto aggiungere, ma vedeva che l’altro ci stava già pensando, che si faceva due o tre conti. “Tu, la prima volta?”
Eh, sai che non lo so? Forse a diciassette anni”. Quindi a diciannove, o forse venti.
Vabbè, poi ti sarai rifatto con gli interessi. Pensa che strano: con questa ragazza sono andato avanti a scopare per anni e adesso che sono grande, non mi capita mai di sognarla. Mai. Era uno spasso andare a letto con lei, eppure è come se non fosse esistita. Se la sogno, è solo per ricostruire la volta in cui mi aveva lasciato per un altro. Ma per farti capire, non ho mai sognato le scopate con lei. Mi ricordo la sua figa, certo, ma non torna mai a trovarmi”.
Io invece continuo a sognare la rossa”.
Ogni quanto ti succede?”
Mah, non so, una volta all’anno, almeno”.
Ecco, io invece sogno il giorno più bello della mia vita tutte le settimane, in varianti sempre nuove, con dettagli sempre diversi, anche inventati dalla mia fantasia, o ricostruiti a posteriori. Non è una mia scelta. Mi addormento pensando ad altro e poi… Ti sto annoiando?”
No, no. Anch’io sogno molto”.
Sogni mai tua moglie?”
Be’, questo è un argomento un po’ privato, no?”
Certo, ci mancherebbe”. I confini famigliari sempre protetti. “Io, non essendo sposato, posso sognare quello che voglio, in effetti. Anche le mogli degli altri, se mi va”. L’uomo lo guardava con un po’ di sospetto. Cercava di gestire gli effetti del vino ma aveva problemi con le sopracciglia, che continuavano ad andare su e giù per conto loro. Gli veniva da ridere ma non riusciva a farlo, non riusciva più a lasciarsi andare. Avrebbe voluto chiedergli se conosceva sua moglie, e non ne aveva il coraggio.
Il vantaggio di non essere sposati è che puoi portarti a letto tutte quelle che ci stanno. Per una donna, scopare uno come me non è una grande avventura; ma scopare un uomo che non è suo marito, ecco, io le ho viste certe facce stravolte dal piacere… Per me, capisci? Io ero lo strumento, non il fine. In ogni caso, raramente sogno le donne che ho scopato in questi anni. Non molte, a dire il vero. Comunque non le sogno quasi mai. E invece, il ragazzo del giorno più bello della mia vita…”.
In che senso, il ragazzo?”
Nel senso che nel giorno più bello della mia vita c’era un ragazzo, un ragazzo della mia età. Ti avevo detto che ero andato a fare un giro in autostop con un amico, quell’estate. Una bella vacanza. In campeggio avevo conosciuto anche una ragazza, con la quale non ho combinato niente. Poi sono tornato a casa. I miei erano al mare e io il giorno dopo dovevo prendere il treno per andare da loro. Quella sera ero a casa da solo”.
Ma in che senso un ragazzo?”
Ero in terrazza e l’ho visto passare sotto casa in motorino. Non era quello con il quale ero andato a fare il giro. Un altro, un amico di infanzia. Forse l’ho aspettato, questo non me lo ricordo bene. Magari era qualcosa di inconscio. Era agosto, un agosto torrido. E’ venuto su, e abbiamo parlato per più di un’ora. No, due ore. Era sempre più tardi, sempre più buio”.
Scusa, e quindi?”.
E’ stato quello il giorno più bello della mia vita. Non è successo quasi niente. Ma ora, una volta alla settimana, sogno che le mie dita si intrecciano alle sue, o che lui mi tocca la barba e mi dice qualcosa, e anche cose tipo io che lo bacio, io che gli metto una mano su una gamba, ma anche io che gli faccio un pompino in camera mia, nella casa di adesso, e più passa il tempo e più sento che niente ha mai raggiunto la grazia e l’eccitazione di quelle ore. Una graziosa eccitazione, una grazia eccitata, non so come definirla. Di sicuro non le posso separare. Forse è solo un ricordo da niente al quale ho appeso tutta la mia giovinezza. Ma la giovinezza è questo, giusto? Grazia ed eccitazione. Più mi allontano da quegli anni, più li sento dolci. Non tutti, certo. Spesso ero goffo, o retorico – disonesto verso me stesso. Volevo essere grande, e non lo ero. Ma là no, quella sera no. Ero puro, in estasi. Immagina la curva della vita: da qualche parte ci dovrà pure essere un punto di massimo… Casualmente, il mio è stato quella sera. Ora mi accontento di sognare pezzettini di quella bellezza, e mi accontento, davvero. Nessun rimpianto. Allora non lo sapevo che sarebbe stato così importante, perché i bilanci si fanno verso la fine. Ora lo so, lo ammetto serenamente. Il giorno più bello della mia vita. Buffo. Da piccolo pensavo che sarei andato sulla luna o che avrei avuto due figli”.
Senti… Vuoi che ti porti a casa?”
Se puoi farlo, te ne sarei davvero grato”.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Il giorno più bello della mia vita

  1. MarianTranslature
    02/08/2016

    letto tutto d’un fiato, ha qualcosa che non riesco bene a capire ma che fa riflettere, qualcosa che si racchiude nella frase: “Immagina la curva della vita: da qualche parte ci dovrà pure essere un punto di massimo…”. Nostalgia, realtà e sogno…

    Mi piace

  2. Simone
    05/08/2016

    sì concordo, la giovinezza è grazia ed eccitazione, bravissimo e bellissimo racconto

    Liked by 1 persona

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 02/08/2016 da in Racconti, racconto con tag .

Inserisci qui il tuo indirizzo email, e riceverai una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo post

Segui assieme ad altri 2.506 follower

XXI Secolo

In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

Post consigliati

Vicini di banco

Un’occhata a Twitter

Archivi

Marco Milone

Sito dello scrittore Marco Milone

intempestivoviandante's Blog

Racconti, teatro, letteratura

Itìnera

Il Magazine di Una Romana in America

Oblò(g)

Non ho la pretesa di avere una finestra sul mondo. Mi basta un oblò.

Diario di un giovane naturalista

"Tutto è chimica, governato dalla fisica e spiegato dalla matematica"

BOOK'S THIEF

LADRA DI LBRI

OssiTossina

Una filosofa così oscura che Schopenhauer te lo svendo come precursore del PositiveThinking

mestierelibro

piccola scuola del libro

maledetta tastiera

just write already, you bloody keyboard...

fiabeatroci

Vi darò la narrativa integrale - ma la definizione attenti è provvisoria (Luciano Bianciardi)

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: