Grafemi

Segni, parole, significato.

Sotto l’ombrellone

E’ impossibile passare una settimana al mare senza sentire la voglia di raccontare quello che succede in una spiaggia. Un racconto estivo da leggere sotto l’ombrellone!

Vista dall’alto, la spiaggia assomigliava alla pianura padana, o a una vecchia carta geografica, dove i diversi colori riempivano poligoni tracciati con il righello: gli ombrelloni giallo limone confinavano con ombrelloni bianchi e sobri che si estendevano fino ai margini di quelli rossi, alla periferia occidentale dello stabilimento, dove un fiume impediva ogni ulteriore espansione. Dal basso, invece, la spiaggia presentava le caratteristiche di un allevamento di bestiame su scala industriale, con i suoi metri quadrati contingentati, l’odore della carne, i lamenti, i recinti, i pasti consumati in un’insostenibile promiscuità, l’immobilità coatta, la presenza, vaga e incombente, di un significato impossibile da cogliere: quell’organizzazione doveva pur servire a qualcosa, ma né le mucche né i turisti erano mai riusciti ad elaborare una valida teoria in merito.

Lungo la battigia, di fronte agli ombrelloni bianchi, tre bambini stavano scavando un cratere largo sei o sette metri con pale e vanghe di plastica. Un ragazzo e una ragazza si affrontavano a volano, sotto lo sguardo di due vecchi nei cui occhi era ancora possibile intravedere tracce della loro giovinezza (un baluginare che i corpi giovani dei due giocatori risvegliavano), ma che per tutto il resto erano pance gonfie, gambe secche e un colore innaturale della pelle. Poco più in là, sulla sabbia bianca, tra il mare e le prime file delle sdraio, c’erano alcune donne carbonizzate, con la bocca spalancata – si poteva vedere l’alito rovente e un po’ rancido che usciva da quei buchi – e le braccia morte accanto al tronco, i corpi scomposti come se fossero precipitati dal quarto piano di un palazzo; in quella posizione supina, le coppette dei reggiseni, accuratamente progettate da ingegneri strutturali, si svuotavano, incapaci di trattenere le mammelle divaricate. Più in mezzo, nel cuore della spiaggia, una mamma allattava un neonato sotto l’ombrellone, in silenzio, come in un quadro di Raffaello; un padre si toglieva la sabbia dal culo cercando di non farsi vedere; una nonna, una delle tante vedove che riempivano la spiaggia, leggeva cronaca nera locale: un alano aveva mangiato un bambino, un bambino aveva tolto un occhio a una bambina con un rastrello, e la burrasca della sera prima aveva scoperchiato una quindicina di bungalow dalle parti della pineta. Era anche caduto un albero, un platano secolare, sfondando i tettucci di quattro macchine. Nessuna vittima. Qualche pagina dopo si fermò sui necrologi, dove calcolò gli anni di vita di ogni morto, sperando sempre che ce ne fosse qualcuno più vecchio di lei; intanto, nell’ombrellone accanto, sua figlia (Virginia) spalmava la crema solare su sua figlia (Fedora) che la spalmava con pudore adolescenziale sulla schiena di una cugina (Livia) che quell’anno era venuta in vacanza con loro (i suoi genitori, Enzo e Palmira, si stavano separando, e dovevano quindi essere liberi di lanciarsi addosso interi servizi di piatti senza turbare la sensibilità di involontari testimoni). Se ne stavano sedute sugli asciugamani, una dietro all’altra, come in un trenino.
Che puzza, questa crema” aveva detto Livia, la cugina.
Cocco e merda” aveva risposto ridendo Fedora. Aveva l’accento che stavano sviluppando le nuove generazioni venete, qualcosa imparato su Youtube.
Protezione cinquanta” aveva precisato Virginia. “Il sole picchia, a quest’ora, bisogna proteggersi”. L’orologio del campanile che si intravedeva a est segnava le dieci e venti. I vicini di ombrellone, metà russi e metà italiani, avevano tirato fuori delle melanzane impanate grandi come frisbee e le madre le stava distribuendo a tutti i suoi parenti. Dal lato opposto, oltre la nonna, c’era una donna sui quaranta, magra e tutta bianca, distesa all’ombra. Era tutta l’estate che se ne stava distesa su un asciugamano leopardato – arrivava alle otto e mezza, se ne andava alle cinque del pomeriggio, e rimaneva sempre bianca. Un mistero cromatico.
Quando arriva papà?”
Sabato mattina”.
Gli puoi dire di farmi la ricarica?”
Non te l’aveva già fatta?”
Sì, un mese fa!”
Livia pensò a suo padre che aveva un’altra donna – un segreto che tutti conoscevano; poi concentrò lo sguardo sui costume di sua zia, un bikini spezzato, nero sotto, bianco sopra. Da un punto di vista statistico, quell’estate la stava vincendo Tezenis, con i bikini a fantasie geometriche e i rosa fluorescenti; ogni tanto si intravedevano dei Triumph, probabilmente avanzi di stagioni precedenti, e alcuni Intimissimi, concentrati per lo più nel settore orientale della spiaggia; gli uomini, invece, erano Fila, Lonsdale, CK o disinteressati. Sempre dal punto di vista statistico, i tatuaggi si distribuivano lungo una curva larga e piatta, con qualche modesto picco attorno alle stelle (generalmente tracciate in prossimità della zona pubica), i nomi dei figli scritti in gotico, e misteriosi volti di donne, di vecchi capi indiani, di santi. Rispetto all’estate precedente erano aumentati i tatuaggi che prendevano tutto un braccio (duemila euro), tutta una gamba (tremila), o metri e metri quadrati del busto (serviva un preventivo). Livia avrebbe voluto disegnarsi il simbolo cinese della pigrizia sulla caviglia, ma sapeva che doveva arrivare a diciotto anni per poterlo fare. Fedora si era già informata, ne avrebbe fatto uno anche lei, sopra la scapola – e non avrebbe certo aspettato di diventare maggiorenne.

Che libro stai leggendo?” chiese la nonna alla figlia, dopo aver finito i necrologi.
Ne ho appena finito uno veramente bello. Ehi, stai attento, cretino!” Un bambino grasso come un bue e con lo sguardo tedesco aveva tirato una palla rossa verso di loro, facendo rovesciare una bottiglietta d’acqua. Livia si piegò, prese la palla e gliela tirò indietro con un sorriso. Virginia riprese a parlare: “E’ un noir”.
Camillleri?” chiese Fedora, citando l’unico scrittore di cui aveva sentito parlare.
No, è un’americana, credo. Parla di un serial killer che scuoia le sue vittime, le disossa, e mette gli omeri, i femori e le ulne dentro a frullatore, e quello che tira fuori lo impasta con la farina e fa dei dolcetti a forma dei simboli dello zodiaco, che poi lascia nelle diverse fermate della metropolitana. Vi dico come va a finire?”
Fedora annuì. Sapeva che non avrebbe mai letto quel libro – non avrebbe letto nessun romanzo in generale – e sapeva anche che in ogni caso sua madre non si sarebbe fermata.
Salto la parte in mezzo, che è un po’ lunga, molto psicologica. A un certo punto una poliziotta, che è la protagonista principale, capisce che dietro c’è una specie di sfida, un indovinello, perché congiungendo i diversi punti sulla carta di New York viene fuori il profilo di una donna. All’inizio non capiscono chi potrebbe essere ma poi la poliziotta si ricorda di un articolo di giornale che aveva letto un sacco di anni prima, nel quale si diceva che una mamma, per punire suo figlio che aveva sorpreso mentre… insomma, lo aveva sorpreso in bagno a…” Livia cercò di trattenersi dal ridere, ma Fedora faceva delle facce strane, rivolta verso di lei, senza essere vista dalla madre. “Oh, insomma, non si può nemmeno raccontare un libro senza che voi due facciate le stupide!”
La nonna cercò di distrarre la figlia: “Come hai detto che si intitola, questo libro?”
Il tritaossa” disse sospirando. Spesso aveva l’impressione di essere l’unica intellettuale della famiglia. “Vado avanti?” Era seccata ma sperava che nessuno le rispondesse di no.
Vai avanti” disse paziente la nonna.
In poche parole, la madre gli aveva spezzato le ossa con il martello, per punirlo, e allora lui da grande, per vendicarsi… Un trauma infantile che poi si ripercuote per tutta la vita, una cosa super freudiana, sappiamo tutti come funziona”. Il tono conteneva tracce di risentimento verso la madre, che quando lei era piccola le aveva impedito di studiare pianoforte, ed evidenti inflessioni di compiacimento nei confronti della figlia, con l’orgoglio che hanno tutte le madri che passano i primi anni dopo la gravidanza a studiare manuali sull’allevamento degli esseri umani. Una volta diventata grande, Fedora, l’oggetto di quegli studi, la ragazza che non amava leggere ma che era dotata di una curiosità darwinianamente orientata, li aveva sfogliati scoprendo così tutte le strategie di sua madre: da quel momento, l’aveva avuto in pugno.

Alle dieci e mezza suonò la sveglia di un telefono. Era quello di Virginia. “E’ l’ora del fusto” disse cinguettando. Il fusto era un animatore sulla cinquantina che ballava la zumba sul bagnasciuga: magro, pelato, alto quasi due metri, aveva le movenze di un Nureyev decaduto e l’aspetto del nero che faceva il cowboy nei Village People. Per darsi un tono, indossava un cappellino verde ricoperto di pajette che abbinava quasi sempre a un costume con la bandiera del Brasile stampata sopra. Le donne, specialmente quelle in menopausa, lo adoravano: si disponevano davanti a lui e ripetevano, con un delay di uno o due secondi, tutti i suoi movimenti. Virginia, che credeva di essere ancora una bella donna, si metteva in prima fila ma poiché da giovane aveva avuto dei problemi al ginocchio evitava di piegare le gambe, coprendo così la vista a metà delle vecchie dietro di lei. Non lo sapeva, ma molte la odiavano per questo.
Livia e Fedora rimasero sole. La nonna, poco più in là, aveva preso sonno e ora russava sulla sua seggiolina pieghevole.
Anch’io sto leggendo un libro” disse Livia.
Come quello di mia mamma?” rispose Fedora, mentre, con le gambe aperte, controllava se alcuni peli pubici erano sfuggiti alla depilazione.
Diverso”. Tra i parenti Livia era considerata una ragazza sensibile e un po’ particolare. Aggiunse: “Una storia d’amore che finisce male”.
Tipo?”
Tipo che un uomo convince una donna a sposarla, ma poi si scopre che lui non l’amava veramente”.
E perché l’ha sposata?”
Perché credeva fosse la cosa giusta da fare. Ma c’era uno squilibrio, tra i due”. Mentre raccontava, la donna che prendeva il sole sull’asciugamano leopardato si era messa seduta, con le braccia dietro a tenere sollevato il busto. Si guardava intorno come si fosse svegliata in un luogo che non conosceva. Livia continuò a raccontare: “Lo squilibrio c’è perché lei lo ama veramente, è convinta di aver trovato l’anima gemella – lo capisce da tanti piccoli dettagli, da come lui la guarda, da come cammina, da come parla. Lui all’inizio crede di ricambiare, ma con gli anni capisce che invece non era quella la donna giusta e quindi pensa a come lasciarla”.
Stai pensando ai tuoi genitori?”
No, non proprio. Tra loro è diverso. Si sono fatti la guerra per un sacco di anni, su ogni stupida cosa”.
E allora perché ti piace?”
Non ho detto che mi piace”. Però quel libro in effetti le piaceva: fino a quel momento non aveva mai avuto un ragazzo, ma aveva l’impressione che raccontasse cose che la riguardavano, o che l’avrebbero riguardata, anche se era convinta che per lei sarebbe stato diverso. Aveva quattordici anni ma la sua formazione sentimentale si era già compiuta. Sapeva come avrebbe amato e come sarebbe stata amata.
Senti, hai voglia se ci buttiamo un po’ in acqua?” Fedora era stanca di sentire parlare di libri. Si alzarono e, saltellando sulla sabbia già calda, corsero verso il mare. La donna sull’asciugamano leopardato le guardò correre. Lo spinning, pensò, ha cambiato il mondo: dopo secoli di doveroso contenimento, le natiche erano state sdoganate. Quelle due ragazze, belle ciascuna a modo suo, avevano costumi che fino a qualche anno prima sarebbero stati considerati illegali, si disse sorridendo. Prese dalla borsa un tubo di crema solare e si spalmò la protezione sulle braccia. Non aveva mai letto il libro di cui aveva parlato la ragazza bionda, quella con la coda di cavallo, ma la storia, per una coincidenza piuttosto banale, raccontava la sua vita con dolorosa precisione. Amare e non essere amati, o non essere amati mai abbastanza. Quella distanza che non si era mai colmata. Era la prima estate che passava da sola, dopo anni di matrimonio più o meno infelice. Aveva scelto quella spiaggia perché ci veniva da piccola, con i genitori e i fratelli. Negli ultimi venti o trent’anni era cambiato quasi tutto: allora la spiaggia era libera, e la gente piantava ombrelloni sbilenchi dove più gli piaceva, si giocava a bocce, a giro d’Italia con le palline di vetro, e si scavavano buche ovunque. Le cose si trasformano, pensò, e nulla sembra rimanere uguale; eppure niente cambia davvero: le persone continuavano a inseguire la felicità, ad occhi chiusi, senza sapere bene cosa cercare, dove scavare, guidate solo da un istinto antico e disperato e mai arreso. La signora mezza russa ora distribuiva dolcetti: gliene offrì un paio e lei gentilmente rifiutò. Inspirò l’aria calda dell’estate. Tutto, in quella spiaggia, era il riverbero di qualcosa che sentiva dentro. Si alzò e si incamminò verso il mare. Il fusto aveva quasi finito. Tornò indietro. La nonna aprì per un attimo gli occhi, la guardò e le sorrise come se sapesse ogni cosa; poi li richiuse, e tornò a sognare di quando era bambina.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

7 commenti su “Sotto l’ombrellone

  1. amanda
    26/08/2016

    “… ma né le mucche né i turisti erano mai riusciti ad elaborare una valida teoria in merito.”🙂

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  2. Zio Scriba
    27/08/2016

    Magistrale. (Ma da un Maestro del Racconto non mi aspettavo niente di meno…)🙂

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  3. Fabio Piero Fracasso
    01/09/2016

    le persone continuavano a inseguire la felicità, ad occhi chiusi, senza sapere bene cosa cercare, dove scavare, guidate solo da un istinto antico e disperato e mai arreso…Tutto, in quella spiaggia, era il riverbero di qualcosa che sentiva dentro…La nonna aprì per un attimo gli occhi, la guardò e le sorrise come se sapesse ogni cosa; poi li richiuse, e tornò a sognare di quando era bambina: ecco, confesso che il racconto non m’aveva preso più di tanto. Poi, con un guizzo finale, tutto si ricompone e dice quel che va detto. Frasi secche e puntute come stecchi, densità di parole. Grazie

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    • Paolo Zardi
      01/09/2016

      Fabio, ti ringrazio per questo commento. Quello che sto provando a fare, in questi mesi, è abbassare il livello di dramma delle storie, cercando di non perdere in intensità. Mi sono reso conto che è semplice scrivere un racconto dove in gioco ci sono tragedie legate alla morte, o impulsi strettamente legati alle pulsioni sessuali più profonde; la sfida è raccontare la normalità, cercando qualcosa che ne colga gli aspetti un po’ più “sublimi”. Grazie ancora!

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  4. carmelo vetrano
    09/09/2016

    Ho letto questo racconto in treno (un luogo solitamente non tranquillo, frequentato oltretutto da un’umanità simile a quella descritta nel racconto) e sentivo le parole che tiravano con forza e nello stesso momento corrodevano i personaggi. Ho provato divertimento, pena, ma anche sollievo pensando di non essere, forse, al loro posto. Il dramma secondo me è già tutto dentro alle parole. (E poi mi è venuto in mente Bianciardi, ma magari è solo una suggestione, perché l’ho letto molto tempo fa.)

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  5. wwayne
    20/09/2016

    A proposito di racconti, tempo fa ho letto quest’antologia molto carina e divertente: https://wwayne.wordpress.com/2014/07/28/suspense-e-ironia/. Che ne pensi?

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  6. Pingback: SABATOBLOGGER 37. I blog che seguo | intempestivoviandante's Blog

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Questa voce è stata pubblicata il 22/08/2016 da in racconto, Satura Lanx con tag .

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