Da Nando

La prima volta, non me la ricordo. Posso immaginare che un giorno avevo così poco tempo per mangiare che ho rinunciato ad andare al Giotto, il centro commerciale a un centinaio di metri dall’azienda in cui lavoravo, e mi sono fermato là, a mangiare un panino al volo. Come succede nelle storie d’amore, mi è difficile  pensare che ci sia stato un giorno in cui il bar da Nando non era il bar da Nando, quando era un posto qualsiasi che avrei potuto confondere con mille altri. Era il 1997. Sono passati quasi vent’anni da quel giorno che non ricordo.
Ricordo bene, invece i due anni successivi. Ci andavamo in sei o sette, e ci facevamo portare una bottiglia di grappa mentre, giocando a carte, aspettavamo che Nando preparasse i tostoni. Per rendere più eccitante quell’attesa, avevo realizzato un piccolo programma che elaborava una lista casuale mettendo insieme elementi pescati da tre elenchi distinti: panino/tostone/piadina, cotto/crudo/porchetta/pancetta/salame, salsa di funghi/melanzane piccanti/peperoni alla griglia/verdurine sott’olio/salsa piccante. Il risultato veniva stampato e portato in busta chiusa da Nando (e da Paola, la moglie). Nessuno di noi sapeva che cosa avrebbe mangiato quel giorno… Il problema è che Nando era slow food quando ancora nessuno sapeva cosa volesse dire questa parola. A volte l’attesa si prolungava anche per un’ora. Quando arrivava il nostro turno, eravamo sbronzi, a pranzo, nei giorni lavorativi.
Ci andavamo anche la sera, la notte, quando le ragazze che lavoravano con noi finivano i turni, dopo le due, e Nando era ancora aperto, e noi ci prendavamo un punch caldo con loro, mentre guardie giurate, travestiti e altre creature della notte si davano il cambio davanti al bancone per un latte caldo, una birra o qualcosa di forte. D’estate, invece, nel piccolo giardino all’aperto – un pezzo d’asfalto all’incrocio di due strade – immersi nei fumi degli zampironi che ardevano in continuazione, ci facevamo tre o quattro spritz di seguito, che Paola ci preparava al volo. Poi, nel 2000, sono partito per Milano, ho mollato tutto, e da Nando e da Paola non ci sono più andato – niente più tostoni, niente più punch, niente più spritz.

Ma poi sono tornato, intorno al 2008. Per gli strani scherzi che gioca il destino, l’azienda di Milano per la quale lavoravo mi ha chiesto di seguire un suo cliente le cui finestre marroni si affacciavano sulla prima ditta di Padova, a cento metri da Nando. Per attraversare la strada, avevo dovuto percorrere centinaia e centinaia di chilometri.

da-nando
Il  mio mondo visto dall’alto

(Nel frattempo, la prima azienda per cui lavoravo è fallita e ora al suo posto c’è un All-you-can-eat, davanti al quale parcheggiano enormi bus pieni di cinesi trascinati là per pranzo).

E nel 2008, quindi, sono tornato a mangiare da Nando. E’ stata una ripresa lenta e graduale perché non era semplice convincere i colleghi, abituati alle mense super organizzate, o ai bar dove i panini li vedi appena entri, disposti in pile ordinate, e in meno di un quarto d’ora è tutto finito… Ma uno a uno li ho portati là e tutti, prima o poi, hanno ceduto al fascino di quel bar. Per evitare le attese troppo lunghe, raccoglievo l’elenco dei tostoni e con l’acquolina in bocca lo dettavo a Nando, al telefono, un’ora prima – questo accorgimento non risolveva del tutto il problema della sua slowness, ma lo rendeva più facilmente gestibile da informatici condannati da un badge.
Abbiamo sempre mangiato un sacco, da Nando. Un giorno Federico ha ordinato un tostone a due piani, una specie di Big Mac ma con la pancetta e la porchetta, e la salsa piccante e il tabasco. Un’altra volta ne abbiamo mangiati due a testa – siamo tornati in ufficio che non ci reggevamo in piedi… E’ stato da Nando che ho imparato a bere il caffè con la sambuca. Prima, a me, neppure piaceva l’anice, ma lui ogni volta, alla fine, con i caffè, portava in tavola una bottiglia surgelata, così, senza dire nulla, come omaggio della casa, un modo per dirti che non c’era fretta, che le cose vanno prese con calma. E io ho imparato, lo abbiamo capito tutti. A volte abbiamo fantasticato di farci assumere da lui, di imparare il segreto dei suoi panini, di rilassarsi fino a raggiungere la sua velocità. L’estate scorsa, però, Nando è morto.

giardino-nandoNon ho mai capito che età avesse, Nando. Roberto, che da piccolo abitava da quelle parti, se lo ricorda con i capelli lunghi – erano i primi anni ottanta – sempre con Paola al suo fianco, una coppia indissolubile… Nei weekend andavano a sciare, a fare kayak, rafting. Avevano una roulotte in montagna. Li ho sempre visti con le scarpe da ginnastica. Ogni tanto Nando si prendeva un ghiacciolo dal frigo e si sedeva nel piccolo giardino davanti al bar, a un tavolino da noi. Sembrava padrone del suo mondo, del suo tempo. Non era mai invadente: scherzava, ma solo se lo volevi tu. E’ rimasta Paola che dopo la perdita del marito, inaspettata, si è rimboccata le maniche e ha tenuto aperto. Credo che abbia superato i 65 anni da un po’, anche se li porta splendidamente. Quel bar è la sua vita, in ogni senso. I tostoni sono come quelli di una volta, e ora che è sola i tempi di attesa si sono pure dimezzati. Assieme al caffè, arriva sempre la bottiglia di sambuca. In ufficio, tra di noi, ci diciamo: “che si fa a pranzo, oggi? Si va da Nando?”. I nomi rimangono, anche quando le persone se ne sono andate. Oggi, ad esempio, ci sono stato con Leone, una persona a cui sono elegato da affinità elettive, come avrebbe detto Goethe. Ci troviamo là per parlare di libri, figli, politica, lavoro, nel punto esatto in cui vorremmo essere. E se un giorno vi va di passarci, entrate, sedetevi a uno dei tavolini anni ottanta, osservate il flipper dei Soprano’s, le bottiglie degli amari sopra il bancone… E’ il primo giorno che lo vedete, un bar come tutti gli altri. Non lo ricorderete, questo momento, quando tra una ventina d’anni vi chiederete com’è stata la prima volta. Ma questa, è la vostra prima volta da Nando. Ancora un attimo di pausa. Slow.
Poi, con molta calma, ordinate una piadina vegetariana piccante. Ditele come quella che prende sempre Paolo. Lei, statene certi, capirà.

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17 thoughts on “Da Nando

  1. noi lo chiamavamo Nane l’Onto e la prima volta che ci ho messo piede avevo 10 anni, ci portò a mangiare il toast il papà di una mia amichetta che lavorava in zona e poi ci tornai durante gli anni dell’università 🙂

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    1. Caro Nicola, sì, nei miei progetti per il tuo tour veneto è previsto anche un salto da Nando! 🙂 Pensa che per un po’ avevo accarezzato l’idea di fare una presentazione là, per un libro… sarebbe un bel modo per stare insieme!

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  2. Ce n’era uno molto simile a Genova, zona di Sottoripa, luogo che ho sempre amato molto. Un posto minuscolo, sempre stracolmo, e ogni volta parte del piacere era sicuramente scegliere una delle tante combinazioni possibili tra salumi, formaggi, melanzane e pomodorini sott’olio, salse ecc. So che ha chiuso e credo poi riaperto da un’altra parte. Ma a volte conta anche la magia dell’insieme, compreso il posto. Ma anche loro erano stati i primi, qui, a intuire che si poteva prendersi il giusto tempo anche per mangiare un panino, e farlo gustandone ogni singolo ingrediente.

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  3. Fantastico questo post che leggo solo ora, dopo esserci stato con Elle, lo zione Scriba condotti con calma e determinazione in questo luogo veramente mitico.
    p.s.
    Pure io non avevo mai bevuto prima caffè corretto con sambuca … prima della mia prima volta da Nando …

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  4. Ahaha mi ha detto Alli che avevi fatto un post su Nando! Io l’ho messo nel mio resoconto della gita a Padova perché mi ha fatto un’impressione particolare. E se il post non si perde e non mi dimentico di averlo scritto, fra vent’anni potrò rileggerlo per ricordare la mia prima volta da Nando 😉
    Ciao, è stato un piacere rivederti.

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