Grafemi

Segni, parole, significato.

La modernità fugace

David Foster Wallaceworld copyright Giovanni Giovannetti/effigie

Copyright Giovanni Giovannetti

 C’è stato un tempo – fine del 2007, se non ricordo male, e due o tre anni successivi – in cui ero fermamente convinto che Infinite Jest fosse uno dei più importanti romanzi mai scritti, un’opera in grado di condensare in sé tutte le migliori istanze della letteratura contemporanea. Lasciando decantare la mia prima impressione, ho cambiato idea, dapprima con dispiacere, poi con un senso di liberatorio affrancamento. Il colpo di grazia è stato dato, paradossalmente, da un libricino uscito dopo la morte di David Foster Wallace, il famoso Come essere se stessi, che non è altro che un’interminabile chiacchierata con un giornalista del Rolling Stones: ai tempi in cui era stata realizzata, nella seconda metà degli anni novanta, nessuno l’aveva trovata abbastanza interessante da doverla pubblicare. Ne hanno fatto anche un film, che ho visto sperando di riceverne un’impressione opposta, e invece ho passato tutto il tempo pensando: fa’ che finisca presto. Un tormento. Ora sono convinto (e saprei argomentarlo in mille modi) che Infinite Jest, e il David Foster Wallace romanziere, siano ampiamente sopravvalutati. Allo stesso modo, però, sono convinto che i saggi di Wallace, e il Wallace saggista, siano ampiamente sottovalutati.

In uno dei saggi di Considera l’aragosta, la cui lettura rappresenta ancora una delle esperienze più entusiasmanti della mia vita, si parla di grammatica, confrontando i due principali schieramenti che da sempre si oppongono: i sostenitori della grammatica prescrittiva e i sostenitori della grammatica descrittiva. Semplificando, per i primi, la grammatica stabilisce delle regole alle quali i parlanti devono adeguarsi; per i secondi, la grammatica si limita a descrivere la lingua per quello che è, deducendo le regole a posteriori, e adeguandole in modo da essere la più aderente possibile alla realtà.

Non ho mai fatto un sondaggio in merito, ma sono sicuro che in Italia (all’estero non saprei dire) il 90% delle persone sia prescrittivo, grammaticalmente parlando. Le regole sono regole, dicono, e ci si indigna ogni volta che l’uso cerca di scalzarle. Ricordo ancora le crociate contro la “k” usata al posto della “ch”, la “x” al posto della sillaba “per” negli sms – ricordo soprattutto la supponenza di chi se ne lamentava, tipicamente ad alta voce, sicuro di essere dalla parte del giusto. L’idea che la “k” fosse orribile sarebbe potuta entrare tranquillamente nel Dizionario delle Idee Comuni di Flaubert, se lo avesse scritto ai nostri tempi… Nel suo libro mal compreso, Flaubert non si permette mai di fustigare l’ignoranza, per la quale non esiste colpa, ma la presunzione di chi è convinto di dire una cosa brillante e originale, e invece non fa altro che conformarsi alla massa, senza neppure sapere realmente perché.

La lingua è uno strumento di comunicazione che si adegua al mezzo. Il linguaggio dei telegrammi, con i suoi “et” e i suoi “stop”, non è una deturpazione della lingua comune, ma un suo quanto meno pratico adeguamento. Allo stesso modo, le limitazioni delle dimensioni degli sms hanno spinto alla definizione di nuove convenzioni, la cui utilità è innegabile; ma poiché le nuove regole violavano le regole esistenti, che a loro volta avevano violato quelle precedenti in modo ancora più plateale nel corso dei secoli precedenti, si è sollevata l’indignazione popolare.

cassolaIl punto è che il moderno non esiste in senso assoluto: c’è stato un momento in cui ciò che ora consideriamo vecchio, un tempo era stato avanguardia. Esiste, invece, ciò che “casualmente ci è contemporaneo”. E il valore di ciò che casualmente ci è contemporaneo non è superiore a ciò che casualmente lo è stato, o a ciò casualmente che lo sarà. Una volta avevo letto un post scritto da un fascista che si vantava di esserlo; viveva dalle parti di Bergamo, chiamava i comunisti “trinariciuti” e trovava che tutto ciò che fosse a sinistra di Mussolini meritasse di essere spazzato via. In quel post, raccontava della tristezza che provava ogni volta che andando in giro per il suo paese sentiva odore di spezie esotiche invece del profumo della cassola che mangiava da bambino. La tradizione… che bella cosa! E quanto ingannevole! Se andate a Roma (e vi auguro di non doverlo mai fare), troverete che tutte le trattorie hanno, nel menù, la pasta alla carbonara, specialità di cui i romani sono giustamente fieri. Tuttavia pochi sanno che la carbonara è un’invenzione recente. Nel 1943 i soldati americani decidono di mettere nella pasta gli ingredienti che si erano portati dietro per la colazione: pancetta e uova. Qualcuno, all’inizio, avrà gridato che si trattava di un sacrilegio; poi, di qualcosa di cattivo gusto; infine, di un piatto che parlava di Roma e della sua storia. L’avanguardia osteggiata, la contemporaneità accettata, la tradizione venerata: sono questi i tre passaggi che caratterizzano l’evoluzione di ogni fenomeno.

La grammatica prescrittiva venera la tradizione; quella descrittiva accetta la contemporaneità. Le regole della nostra lingua sono così astruse, e complicate, cosi piene di eccezioni e di strafalcioni consolidati, che qualsiasi tentativo di superarle dovrebbe essere ben visto. Prendiamo la parola “microbo”: da dove deriva? Più o meno dal greco, ma con questi passaggi: micròbio (piccola vita), plurale micròbii, trascritto mìcrobi, da cui il singolare mìcrobo. Ma se oggi un bambino scrive microbio sul suo quaderno, la maestra lo segnerà come errore. Il plurale di amico è amici, e non amichi, come dovrebbe essere se avesse prevalso una grammatica prescrittiva: l’anomalia deriva dalla scelta, sbagliata, di non usare due lettere diverse per indicare la C dura e la C morbida. In sloveno, dove i simboli sono diversi, questa trasformazione grottesca delle lettere tra singolare e plurale non capita mai; da noi, ogni tanto sì e ogni tanto no. E questa grammatica nata dall’accettazione di errori consolidati è la grammatica che viene imposta adesso come un corpus di regole obbligatorie che consentono, a chi le conosce, di deridere o insultare chi non le accetta o non le conosce. Nel Medioevo, con la parola grammatica si indicava il latino, in contrapposizione alla lingua volgare, e modernissima, che ora noi chiamiamo italiano antico.

Da ragazzo scendevo in piazza per scioperare contro le riforme della scuola; oggi i ragazzi scendono in piazza contro le riforme che cercano di riformare le riforme riformate dalla riforma contro la quale avevo scioperato. Si inizia ad attaccarsi al passato già a sedici anni. E gli esempi non finiscono mai: quelli che difendono il cinema contro l’assalto di Netflix dimenticano che il cinema ha asfaltato la tradizione millenaria del teatro; la tv ha soppiantato i libri, che però Socrate considerava dannosissimi per la cultura, la quale poteva essere trasmessa solo attraverso il dialogo e il confronto diretto; e Facebook è il male perché impedisce alle persone di parlare – lo impedisce a quelle persone che fino a dieci anni fa non parlavano proprio con nessuno.

La lingua della tradizione che molti difendono dagli attacchi delle parole moderne è la lingua che trenta o quarant’anni si è trasformata sotto attacchi di parole altrettanto moderne. La modernità è volgare, ma da sempre. Succede lo stesso con la musica: quale quarantenne sarebbe disposto ad ammettere che le canzoni del 2016 valgono quanto quelle che lui ascoltava nel 1990? E quale ottantenne sarebbe disposto ad ammettere che le canzoni del 1990 valgono quanto quelle del 1950? Ciascuno difende il canone che si è confezionato durante i primi venti o trent’anni di vita: i vestiti, il taglio dei capelli, il colore delle scarpe, il cibo, le canzoni. Mia suocera non accetterebbe mai di mangiare pollo al curry – un gusto che considera abominevole; tuttavia, mangia gnocchi di patate ripieni di prugna, che frigge in una melma di zucchero e cannella, e mette l’aceto nella minestra, e considera questi piatti come normali. Ha la sua grammatica alimentare, che tra l’altro, da buona suocera, considera assolutamente prescrittiva. I miei figli impazziscono per il sushi con il wasabi, il ketchup su ogni cibo, le cipolline fritte dell’Ikea, la minestra di patate, la pasta con il pesto fatto in casa, la fettina di pollo impanata, e perfino gli gnocchi dolci della nonna, ma solo perché li mangiano da quando hanno un anno. Probabilmente tra vent’anni la dieta delle persone assomiglierà molto di più alla loro che a quella di mia madre.

Lo stesso succederà con la grammatica: tutte le parole e le forme per le quali oggi ci arrabbiamo come se fossero insulti a una lingua che di sacro non ha proprio nulla, tra un po’ di tempo ci sembreranno normali, e perfino giuste, insostituibili. Quando ero bambino, la parola figo sembrava moderna, e i nostri genitori ci bacchettavano se la usavamo di fronte ai nonni; ora i miei figli dicono che un tizio è swag, e io faccio fatica a capire cosa intendano, di preciso… Appartengo a una generazione così avanti con gli anni che le parole moderne per cui si indignano i miei coetanei sono già vecchiotte, quasi vintage (a proposito di parole moderne…), per i ragazzi di dieci o dodici anni, che stanno portando avanti un insieme di parole e modi di dire trovati chissà dove e che pochi adulti hanno già saputo intercettare. Ma non è un problema: se noi non saremo in grado di adeguarci a una lingua che cambia, lo faranno le generazioni successive, che non troveranno nulla di sbagliato in parole che sentono pronunciare dalla nascita. Difendere la tradizione, battersi per lo status quo – alimentare, linguistico, musicale, politico – ci fa sentire di possedere qualcosa di importante… Non c’è nulla di male. Ciò che conta è avere la consapevolezza che si tratta solo di una confortante, inutile illusione.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

7 commenti su “La modernità fugace

  1. Andrea Siviero
    28/10/2016

    Sarebbe interessante capire qual è, nella nostra vita, il momento in cui smettiamo di accettare la contemporaneità per cadere in uno sguardo nostalgico sul passato. Non mi riferisco tanto all’età in cui ciò accade, piuttosto a ciò che causa questo cambiamento. Per utilizzare un’espressione che hai usato nell’articolo: cosa ci porta a un certo punto della nostra vita a passare da una grammatica descrittiva a una prescrittiva? Perché per un buon periodo della nostra vita – che generalmente coincide con l’adolescenza e il periodo appena successivo – siamo ricettivi ai cambiamenti e poi a un certo punto ci irrigidiamo, facciamo fatica a spostarci da posizioni consolidate?

    Liked by 1 persona

    • Paolo Zardi
      30/10/2016

      Bella domanda… direi quando l’esperienza supera la capacità di apprendimento. Può essere? Mio nonno ha presto la patente a sessant’anni, nei primi anni settanta, e sai che macchina si è comprato? Il Maggiolone. L’aveva desiderata da quando era giovane, e non aveva mai cambiato idea!

      Liked by 1 persona

  2. Zio Scriba
    29/10/2016

    Premetto subito che, dicendo che la Lingua è cosa VIVA, non solo dici una cosa evidentemente giusta, ma che con me sfondi una porta spalancata (oggi Dostoevskij scriverebbe in modo molto diverso – ma vallo a spiegare a quelli che si vantano di “leggere solo i Classici”, proprio perché scrivevano “da Classici”!)
    Però, su molti singoli aspetti, io più che di “tradizionale” (o “canonico”) e “moderno”, ne faccio (specie in campo artistico, di cui la Narrativa fa parte) una questione di bello e di brutto.
    Io non è che preferisca Michelangelo a Cattelan perché Michelangelo è “tradizionale”, ma perché le opere di Michelangelo sono (per me) emozionanti e meravigliose, mentre quelle di Cattelan, pur essendo quotate milioni di dollari, mi fanno semplicemente ribrezzo. Tutto ciò, naturalmente, devo ammetterlo, è soggettivo. Ma cosa sfugge, fra noi umani, alla trappola e alle limitazioni della soggettività e del gusto personale?
    Poi, secondo me, si dovrebbe sempre operare una distinzione di contesti, sempre più necessaria nel variegato e disorientante mondo odierno.
    L’orrida, orripilante grafia “nn” usata al posto di “non” per risparmiare una vocale, posso trovarla giustificata in un messaggino soggetto alla dittatura dei 140 caratteri.
    Ma se uno me la usa in un testo lungo e logorroico e pieno di inutili paroloni, mi viene voglia di prenderlo a calci nel culo. Si potrebbe fare un esempio musicale: se componi un’opera ultramoderna puoi anche inserirci volontariamente delle stridenti stonature (se c’è gente a cui poi piace ascoltare roba simile, buon pro gli faccia).
    Ma se stoni cantando il Salve Regina, sei un cane e sempre lo sarai. E non certo per una questione di essere “ligi alle vecchie regole”.
    E comunque, “capire” e “aderire” restano processi molto diversi.
    Tu fai uno sforzo molto più grande e meritorio del mio, per capire tutto ciò che di nuovo succede, ma poi non per questo aderisci: nei tuoi splendidi racconti e romanzi (o in ottimi articoli come questo) non usi, grazie al cielo, nessun “ke nn”.
    (E poi, per fortuna, molte novità sono destinate a essere a loro volta molto transitorie: se “figo” è quasi scomparso, spero tanto che “swag” sparisca ancora più in fretta…)
    Il fatto che il pianeta sia tutto un abbaiare (lo ripeteva più e più volte anche Martin Amis, sconsolato e interdetto, nel suo “Lionel Asbo”: «Chi ha fatto entrare i cani? Chi?») non significa che dobbiamo d’un tratto diventare tutti dei cani solo per sentirci al passo coi tempi.

    [d’accordissimo invece su fanatismi e crociate con la bava alla bocca: io uso le k per divertimento a ogni morte di veskovo, e quando nei commenti su Fb qualcuno si catapulta a sbraitare “correggi subito quella k!” non è che mi dia l’idea di una mente molto elastica…]🙂

    Un abbraccio, e a presto!

    Liked by 1 persona

    • Paolo Zardi
      30/10/2016

      Tra l’altro, Nicola, bisogna dire che tu puoi essere considerato un inventore di lingue, no? Ci sono autori che usano la lingua per quello che è; altri invece, che ne inventano una nuova – e tu appartieni sicuramente alla seconda categoria: neologismi, forme dialettali incastrate perfettamente in un linguaggio alto… Una goduria, per chi non ha paura di considerare la lingua come qualcosa di vivo.
      Nella lingua di tutti i giorni, quella che nasce dal basso, da esigenze più “primitive” (non meno nobili: diciamo quelle esigenze che condividiamo con i nostri antenati del paleolitico), non c’è quasi mai invenzione: in quel caso, contano molto di più le convenzioni… alcune possono essere brutte, ma non nascono mai dal caso. Se per noi “swag” non significa nulla, per una parte del mondo identifica bene qualcosa che prima non esisteva. Analogamente l’espressione “thug life”, usatissima tra i ragazzi, è intraducibile: loro sanno benissimo quando usarla e quando no, ma non esiste un sinonimo nella lingua che parliamo io e te. Non è solo una parola nuova: è l’etichetta di un concetto che nel “nostro” mondo non esisteva. E’ brutta? Irrilevante. Negandole un’esistenza, i bacchettoni della lingua negano l’esistenza di quello che ci sta dietro; fortunatamente, la realtà se ne frega delle regole e finisce sempre per prevalere.😉

      Mi piace

  3. Grilloz
    29/10/2016

    Io appartengo al 10%😉 Del resto la lingua ha il ruolo sociale di permettere la comunicazione tra due o più soggetti. L’importante è che i due soggetti si adeguino alle stesse convenzioni. Quante parole usae magari a sproposito hanno col tempo evoluto e modificato il loro significato? Per non parlare delle parole rubate alle lingue straniere che in italiano hanno un significato diverso.
    Detto ciò ho comunque intenzione di leggere infinte jests prima o poi😉

    P.S. sul discorso musicale mi sento un pochino citato😉

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      30/10/2016

      Per infinite jest: auguri!🙂 a mio parere, ogni singola parte è meravigliosa; non sta in piedi, invece, come romanzo: la sua struttura non produce significato.
      Sono curioso invece di sapere in che senso ti senti citato dal punto di vista musicale…

      Liked by 1 persona

      • Grilloz
        30/10/2016

        Per il commento che ti ho lasciato l’altro giorno su facebook😉

        Mi piace

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 28/10/2016 da in Letteratura, Politica, Storia con tag , .

Inserisci qui il tuo indirizzo email, e riceverai una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo post

Segui assieme ad altri 2.506 follower

XXI Secolo

In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

Post consigliati

Vicini di banco

Un’occhata a Twitter

Archivi

Marco Milone

Sito dello scrittore Marco Milone

intempestivoviandante's Blog

Racconti, teatro, letteratura

Itìnera

Il Magazine di Una Romana in America

Oblò(g)

Non ho la pretesa di avere una finestra sul mondo. Mi basta un oblò.

Diario di un giovane naturalista

"Tutto è chimica, governato dalla fisica e spiegato dalla matematica"

BOOK'S THIEF

LADRA DI LBRI

OssiTossina

Una filosofa così oscura che Schopenhauer te lo svendo come precursore del PositiveThinking

mestierelibro

piccola scuola del libro

maledetta tastiera

just write already, you bloody keyboard...

fiabeatroci

Vi darò la narrativa integrale - ma la definizione attenti è provvisoria (Luciano Bianciardi)

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: