Grafemi

Segni, parole, significato.

Tempo di bilanci

Dicembre ha due specialità che amo: il Natale (sono rimasto tra i pochi che non sentono il bisogno di parlarne male) e i bilanci. Abbiamo organizzato il tempo rispondendo a un’esigenza che sembra essere innata negli esseri umani: la progressione e la circolarità (ho sempre pensato che la migliore metafora del tempo è la scala a chiocciola: si continua a girare in tondo, e intanto si sale – o si scende, in base all’ottimismo di chi la pensa). Per questo, anche se siamo nel 2016, mi sembra che questo dicembre assomigli a tutti i dicembri (si potrà dire?) che lo hanno preceduto. E’ la fine di qualcosa, che preclude l’inizio di un’altra; e prima di chiudersi la porta alle spalle, e di aprirne una nuova con quella fiducia nel futuro che il buon Leopardi trovava mal riposta, si sente il bisogno di tirare le somme – o almeno a me tutti gli anni succede così.

Non voglio parlare ancora una volta del mio lavoro. Ne ho le tasche piene. Croce sopra, e non pensiamoci più. Sul fronte famigliare, i ragazzi continuano a crescere, e il più grande dei miei figli è entrato ufficialmente nell’adolescenza: a novembre se ne è perfino andato di casa sbattendo la porta – la sua fuga, se così si può dire, è durata poco più di un quarto d’ora ma è stata significativa. E’ diventato tutto più complicato, e per certi versi un po’ più difficile, ma per questo molto più interessante. Traghettarlo verso la maturità, aiutandolo a tenere il timone dritto anche in un periodo in cui non è facile stare dritti – mi faccio aiutare dai miei ricordi di quel tempo, cercando di guardare il mondo (me per primo, suo padre) con gli occhi di allora. Bella sfida. Il piccolo, invece, è un decenne al suo apice: sufficientemente maturo per essere divertente e stimolante, sufficientemente ingenuo per essere ancora un puro. Me lo godo, con la consapevolezza che finito questo periodo dovrò aspettare di diventare nonno (lo so, lo so, niente aspettative né pressioni in questo senso) per poter ancora convivere con questa particolare tipologia di essere umano – il bambino. (Proprio ora mi è venuto accanto, nel suo pigiamino con le renne, e ha messo un dito davanti alla sua faccia e mi ha chiesto cosa vedo. “Un dito”, gli ho risposto. “Ottimo”, mi ha detto, “vuol dire che mi sono nascosto bene”).

Per la scrittura, il 2016 è stato un po’ interlocutorio. Finita la sbronza dello Strega 2015 – sbronza figurata e sbronza letterale -, riassorbiti i postumi di una sovraesposizione che ho sinceramente apprezzato (magari fosse sempre così!) ma che in alcuni momenti mi ha stremato, ho cercato di tornare a concentrarmi sull’unica cosa che mi piace veramente, che è scrivere. Il ventunesimo secolo è finito, mi sono detto, e difficilmente potrà tornare. Per un quarto d’ora (credo fosse agosto dell’anno scorso) mi sono chiesto se questo precedente sarebbe diventato un fardello di responsabilità, o non so che altro; la risposta è stata no, nel modo più assoluto. Nessun libro può influire sulle intenzioni del suo autore, sui suoi progetti. Quando è uscito, avevo già cambiato da un po’ la mia idea di romanzo e pensavo ad altro. Ero già pronto a buttarmelo alle spalle.
Sempre sul fronte della scrittura, il 2016 è stato l’anno de “La nuova bellezza”, ebook uscito per Feltrinelli Zoom a settembre. Al di là dei riscontri avuti, è stata una bella occasione per irrobustire la collaborazione con Feltrinelli, iniziata l’anno prima con “Il principe piccolo” (che tuttora considero la cosa più equilibrata che io abbia mai scritto). I libri, una volta scritti, diventano lo spazio sul quale costruire relazioni tra esseri umani: “La nuova bellezza” mi ha consentito di conoscere meglio Giulia Romano, editor, e Federica Dardi, che ha seguito la comunicazione – e in entrambi i casi ho imparato molto.
Mi sono poi concentrato su due romanzi: il primo uscirà a gennaio, per la Neo, tra poco più di un mese; l’altro, con più calma, nel 2018. Sono profondamente diversi tra di loro, sotto certi aspetti diametralmente opposti, agli antipodi, e in modo diverso, per ragioni complementari, sono soddisfatto di entrambi. Nessuno dei due mi rappresenta interamente – non sono ancora riuscito nell’impresa di scrivere un “romanzo mondo” nel quale mettere dentro tutto me stesso – ma entrambi sono tasselli di qualcosa che, con una lucidità che ora mi riconosco, sto costruendo. Proprio con questo obiettivo, nelle ultime settimane di questo 2016 ho iniziato a scrivere un romanzo ancora diverso dove, per la prima volta, sento di voler parlare di persone “buone” che fanno cose “buone”. Non muore nessuno, o quasi, e nessuno sta male: c’è un po’ di umorismo, e tanta dolcezza. Ne parlavo poco tempo fa con una nuova amica: se la scrittura aiuta a bilanciare ciò che succede nel mondo reale, ora ho bisogno di parole che mi facciano stare bene.
Ma il 2016 è stato anche l’anno della traduzione di “XXI Secolo” in spagnolo: la Tropo Editores ha pubblicato, a ottobre di quest’anno, “Las chimeneas ya no echan humo” (cioè “Le ciminiere non fanno più fumo”, frase che si trova nell’esergo del libro originale). Com’è essere tradotti? Emozionante! C’è un pizzico di vanità, in questa emozione, e molta curiosità. Ringrazio quindi Patricia Sarabia, della Tropo, e Celia Filipetto, che ha portato le mie parole in un’altra lingua. Il mio sogno ora è andare a Barcellona a presentarlo!
Ma oltre questo, avverto sempre più forte il bisogno di fare un passo indietro dall’editoria. L’editoria è una cosa positiva, e necesaria, ma è un’idrovora di tempo ed energie. Uno scrive, poi scrive, e poi finisce per diventare il proprio agente, il proprio PR, il proprio ufficio stampa. L’esposizione ha i suoi effetti collaterali. Imparare a dire di no, è uno degli impegni per il prossimo anno.

Sul fronte della lettura, anno particolare, anche sotto questo aspetto un po’ interlocutorio. Non ho trovato il libro-che-mi-cambia-la-vita ma ho avuto la fortuna di leggere alcune cose veramente ottime. In questi casi, il rischio è di saltare qualcuno che si è apprezzato e che la memoria (ecco, tra un po’ dovrò ammettere che il 2016 è l’anno in cui inizò la mia amnesia, ammesso che riesca a ricordarmelo) ora non riporta a galla. Mi concentro allora solo sui tre libri che mi hanno colpito di più, riconoscendo a molti altri meriti e apprezzamenti.
Il libro più sorprendente è stato “La carne” di Cristò Chiapparino, uscito per Intermezzi. Una folgorazione. Un romanzo breve, potente, realmente originale, con il peso specifico dell’uranio. Ho passato tutto l’anno a consigliarlo a tutti, ma se avessi potuto avrei fatto ancora di più. Leggendolo, si colma un vuoto. Un talento puro, cristallino. Va letto.
E’ stato anche l’anno di “Mailand” (Neo) di Nicola Pezzoli, che continuo a considerare uno dei miei scrittori preferiti. A dodici mesi dall’uscita del precedente “Chiudi gli occhi e guarda”, sempre Neo, questo romanzo apre nuove prospettive sul personaggio principale di quella che sta diventando una saga in sordina – niente super poteri, niente mondi paralleli, ma la quotidianità di un ragazzo che cresce, Corradino, essere umano brillante ma con la pelle troppo sottile per passare indenne attraverso la carta vetrata della nostra società. In “Mailand” Corradino porta a maturazione il suo percorso sessuale che si snoda in libertà. Un romanzo divertente, a tratti geniale, sempre irresistibile. Nel prossimo pacco di libri che vi portate a casa dalla vostra libreria di fiducia, ricordatevi di metterci dentro anche questo.
E infine “Eccomi” di Jonathan Safran Foer. Ho letto le prime due o trecento pagine pensando di essere di fronte a un capolavoro. Ho completato il libro con la convinzione che si tratti davvero di un ottimo libro. Il suo limite più grande è il suo essere americano fino in fondo. Ho sempre cercato scrittori che si sentano stranieri in patria… Foer, per quanto disincanto metta nel guardarsi attorno, rimane un cittadino del suo tempo, della sua terra: pure l’analisi, feroce, che compie sul suo mondo, un’America ipercolta, autoreferenziale, ossessionata dal culto della salute, dal cibo,  guidata più dalla ragione che dall’istinto, è condotta con strumenti intrinsecamente americani. C’è Franzen, qui dentro, e forse un po’ di Wallace; rispetto al primo, Foer è superiore in tutto, ma nonostante ciò “Eccomi” non supera “Le correzioni” (ma sicuramente surclassa “Libertà”). Rispetto al secondo, Foer è un romanziere – cosa che Wallace, con buona pace dei suoi estimatori, non è mai riuscito ad essere. In “Eccomi”, comunque, ho trovato tutto quello che cercavo. Foer ha un’intelligenza poderosa, pazzesca. Non teme la complessità. E’ brillante, e ha realmente qualcosa da dire. E’ un romanzo adulto nel senso più completo del termine: affronta la vita per quello che è, senza infingimenti.

E sul fronte personale? Nella scala a chiocciola che sto percorrendo, inizio ad avvertire il cambiamento che gli anni introducono. Prima, si cresceva; ora, si invecchia. Qualche volta questo mi spaventa. Proprio ieri pensavo, mentre ero al supermercato, che a 46 anni so chiaramente cosa significa “il resto della mia vita” perché, nelle migliori delle ipotesi, ho superato da poco la metà. Per quanto mi sforzi, la memoria non è in grado di restiturmi l’ampiezza, la profondità, la vastità di quanto ho vissuto fino ad ora: ci sono episodi, giorni importanti, ma manca la percezione di aver vissuto quasi diciassettemila giorni. Inizio a capire Proust e il suo desiderio di ricostruire la propria vita, di darle il giusto peso. Riappropriarsi di ciò che è stato, fino a rendersi conto che è stato molto.
Ma proprio questa spina nel fianco mi sta spingendo a vivere diversamente – non ho ancora iniziato a farlo, ma mi è chiaro cosa voglio: io voglio essere felice. Credo di meritarmelo. Prenderò ciò che mi fa star bene, e lascerò cadere l’inutile zavorra. Ed è questo il mio proposito più grande per il 2017.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

7 commenti su “Tempo di bilanci

  1. Zio Scriba
    11/12/2016

    Uno lo sto leggendo, uno l’ho scritto, e prometto di leggere quello mancante. 😉
    E ti auguro di realizzare i propositi per il 2017, perché essere felice è il minimo che meriti.

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  2. Francesca
    11/12/2016

    E’ un bellissimo consuntivo, umano e artistico, del tuo percorso ed è bella la grande energia vitale che traspare. Non sono però molto d’accordo su “Eccomi!” di Foer. Almeno fino ad ora. Sono arrivata al momento a pag. 370 e comincio ad essere stanca e a non aver grande voglia di andare avanti. Superba la scrittura, gran classe e acume. Ma inizio ad avere la sensazione di ricominciare a rileggere dall’inizio qualcosa di già narrato prima. Certo che c’è Franzen, ma sembra di non riuscire a uscire dal set di un film di Woody Allen. Analoghi i dialoghi, analoghe le situazioni, stessa classe sociale. Vedremo se proseguendo ci sarà la scintilla che attendo. Un abbraccio.

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  3. amanda
    11/12/2016

    Ho amato molto sia “troppo forte e incredibilmente vicino” che ” ogni cosa è illuminata” poi, chissà perché, ho dubitato che quest’ultimo fosse all’altezza, ma, dopo quello che hai scritto, penso che lo leggerò. Ti consiglio spassionatamente “Riparare i viventi” di Maylis De Kerangal: uno dei più bei libri da tanto tempo. E per la serie “persone buone” ti consiglio anche ” La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin” di Enrico Ianniello del genere scale a chiocciola in discesa, una favola giusta per natale. Attendo l’uscita del tuo nuovo romanzo e soprattutto la fine del 2016, anno di dolore e pesantezza

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    • amanda
      11/12/2016

      a proposito sono in salita quando è dura la vita e in discesa quando è semplice o viceversa? 🙂

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  4. Giorgio Specioso
    12/12/2016

    Grazie per aver condiviso, Paolo. E auguri per tutto, soprattutto per il proposito di felicità.

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  5. Fabio Piero Fracasso
    12/12/2016

    Proposito meraviglioso, insolito (non mi ricordo più che ne abbuia formulato uno di analoga semplicità e spiazzante ambizione.Io non riesco nemmeno a concepirlo e questo mi dispiace molto. Forse per meritarsela, la felicità, bisogna volerla, tautologicamente volerla…
    hai letto Stoner di John E. Williams(Fazi editore)? E’ talmente denso di vita, composto e misterioso nel suo dolore, che non voglio descriverlo.
    Abbracci a tutti e buon Natale

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  6. apheniti
    19/12/2016

    Sai, la battuta del tuo figlio decenne la usa anche Groucho con Dylan Dog… Piccolino il ragazzo, ma promette già bene! 😀

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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