Grafemi

Segni, parole, significato.

Il taglio – un racconto di Barbara Bedin

Ecco un ottimo modo per iniziare il 2017: con un racconto di Barbara Bedin. Buona lettura!

Il taglio
di Barbara Bedin

Ho un taglio sulla schiena.
È una linea dritta, una ferita superficiale, ce l’ho da quando ho memoria. Abitiamo in questa casa non ricordo neanche più da quanto, le stagioni sono diapositive proiettate fuori dalla finestra; mi accorgo che cambiano dai vestiti indossati dai bambini che stazionano nel cortile, dai suoni che giungono attutiti dai vetri. D’estate mi sembra quasi di essere lì, a giocare con loro, le voci arrivano dirette: salgono insieme all’afa, scemano quando arriva il buio. Iniziano presto al mattino, quando le madri li mandano fuori con la scusa dell’urgenza delle pulizie e poi rimangono ore sui ballatoi, con le scope o gli stracci in mano, a lamentarsi della vita che non hanno avuto, idealizzando mariti immaginari. I giochi da cortile li conosco tutti: Strega comanda colore, Nascondino, Presa, ma il mio preferito rimane Un-due–tre–stella!, perché nel riuscire a mantenere un equilibrio precario, di fronte a chi vuole coglierti in fallo, intravedo la speranza.
Oltre la stanza nella quale mi trovo, ci sono un cucinino che si affaccia su una grande sala, una camera da letto matrimoniale e il bagno. Le ho viste il primo giorno che siamo entrati qui, Rita mi teneva in braccio mentre navigava intorno all’arcipelago di cartoni sparsi per il pavimento, e i ragazzi del trasloco montavano i mobili con la furia di chi vuole andarsene in fretta. Io non esco mai, rimango in questa stanza con una scrivania, un armadio a sei ante e un divano letto per gli ospiti che non abbiamo mai avuto. Sulle pareti, una tempera verde smeraldo mi restituisce il mare. Ci sono stato una volta sola, al mare, con Rita. Eravamo rimasti in macchina tutto il pomeriggio, sulla banchina: i finestrini abbassati, il tettuccio aperto, guardavamo il vento stendere un velo di sabbia fine sul cruscotto, mentre l’odore della salsedine si faceva strada dentro le narici. Indossava un vestito sbracciato, stretto, l’orlo finiva appena sopra il ginocchio: fiorellini bianchi, azzurri e lilla su sfondo marrone, braccia e gambe tornite, ventre piatto, sul quale avrei voluto riposare per il resto della mia vita. Avevamo atteso fino a quando l’orizzonte si era mangiato metà del cerchio arancione, stingendo il cielo di celeste e rosa, e il vento si era alzato troppo. Solo allora aveva avviato il motore, alzato i finestrini, rimesso la macchina sulla carreggiata e, cantando a squarciagola, ci aveva riportati a casa.
Il giorno dopo si era sposata.
Era un sabato di maggio, sole e incoscienza. Avevano festeggiato nel parco sul retro del palazzo comunale, dopo aver celebrato con rito civile davanti al sindaco e neanche una dozzina di parenti e amici. Blocchi di fieno rivestiti con lenzuola bianche sui quali si sarebbero seduti gli ospiti, una porchetta e una ventina di polli giravano infilati negli spiedi di un enorme girarrosto elettrico; due banchetti ai lati del giardino dai quali poter spillare birra, vino bianco e rosso in quantità. Gli invitati erano arrivati piano, con i teli da stendere sul prato, salami da tagliare e grappe fatte in casa dentro anonime bottiglie di vetro. Erano rimasti fino a notte inoltrata, cenando con gli avanzi del pranzo, la pancia piena di felicità, sorrisi e un matrimonio da idealizzare. Lui era stato da poco promosso a caporeparto nella ditta dove lavorava da quando si era diplomato. Aveva la fiducia del proprietario, l’aveva sempre avuta, era ambizioso, determinato. Di quella promozione, i primi due anni, avevano goduto entrambi, viaggiando molto, concedendosi cene nei ristoranti, cinema, teatro. L’aveva convinta a lasciare il lavoro, il suo stipendio sarebbe bastato a mantenerli, e a crescere il figlio che sarebbe arrivato.  Invece non arrivò, nulla che non andasse sulla carta, avevano fatto tutti i controlli, ripetuto gli esami, la pancia di Rita rimase cisterna vuota dentro la quale rimbalzava l’eco delle loro urla ogni volta che litigavano. Dei due, era lui a urlare, convinto che il potere si misurasse in ottave e capacità di scegliere, fra tutte, le parole capaci di ferire di più.
Avevano iniziato a litigare presto, quando la sua assenza era diventata una costante nel vuoto dei giorni, e le discussioni concime con cui mantenere l’autostima di lei all’altezza di una margherita recisa.  Pretesti, scuse: il cibo scotto, il mancato ritiro dalla tintoria, il disordine.
“Che cazzo dici, Rita? Documentati prima di parlare, non sai niente di come funziona il mondo là fuori”.
Non osava opporsi, confidare a qualcuno il disagio di un amore evaporato. All’inizio aveva provato a replicare, alzando la voce il minimo per farsi sentire, ma quando lo faceva, lui aumentava il disprezzo, come in presenza dell’insubordinazione di un operaio più che dell’opinione di una moglie. Così lei aveva smesso: di discutere, giustificarsi, commentare, semplicemente essere, in sua presenza. Ogni tanto arrivava, entrava in camera in silenzio, mi scuoteva, come se dalla mia consistenza, dal mio peso specifico, dipendesse la sua libertà. Si spogliava di un bisogno al giorno, lo sfilava piano, come si toglie un dente da latte in una bocca adulta piena di incisivi. Una mattina, cercando in internet una ricetta, aveva visto la pubblicità di un sito. Seduta alla scrivania, mi dava le spalle, ma riuscivo a intravedere, nelle porzioni di schermo che uscivano dalla sua sagoma, il seme di un possibile cambiamento. Si aprì un account, una farfalla come avatar, il suo stomaco ne era pieno. Iniziò a chattare, riversando tutto quello che aveva taciuto e trovando quello che aveva perso. Aveva collezionato molti libri negli anni: leggendo le sembrava di poter vivere le vite che non avrebbe mai avuto; scrivendo scoprì il potere di immaginare quella che avrebbe voluto. Una sera lui era rientrato prima del solito, senza preavviso. L’aveva trovata davanti al computer, la tavola non apparecchiata, i panni stirati ancora sull’asse. L’aveva guardata senza vederla, era entrato in doccia, era uscito senza salutare, senza dirle dove e perché. Più tardi lei lo aveva chiamato per sapere se sarebbe rientrato a cena, il cellulare suonava a vuoto, chiamando in ditta partiva la risposta automatica del centralino. Prese l’album del matrimonio, non ricordava fosse così leggero, di ideali ne aveva nutrito la consistenza. Lo poggiò sulle ginocchia e iniziò a sfogliarlo con il distacco che avrebbe riservato a quello di altri. Guardava gli occhi, il sorriso, non li riconobbe come suoi; guardava la dolcezza immortalata nelle loro pose senza conservarne alcun ricordo.
Chiuse l’album di scatto, si alzò andò in camera. Sentii rumori, ante e cassetti che sbattevano, poi silenzio nel quale la vidi tornare. Venne verso di me, mi sollevò con entrambe le mani e mi buttò per terra. Iniziò a calpestarmi, calci, pedate sulla pancia e sulla schiena: una, due, a cinque avevo smesso di contare. Non avevo urlato, non avevo pianto, ero rimasto muto, come sempre. Lei mi aveva guardato, aveva guardato quello che restava di me in mille cocci sparsi sul pavimento e si era chinata a raccogliere le monete e le banconote che erano uscite dal mio corpo. Mise i soldi dentro una busta e un pezzo di me nel palmo di una mano, nell’altro stringeva un borsone; le lacrime scivolavano lungo il viso come gocce di pioggia sui vetri. Si alzò. Le sue gambe muovevano passi incerti lungo il corridoio, una goccia di sangue cadde dalla mano sul pavimento.
Noi maiali siamo fatti così.
Feriamo le donne ogni volta che provano a salvarsi.


Barbara Bedin nasce a Monselice nel 1969.
Lavora più di quanto dovrebbe, scrive meno di quanto vorrebbe, legge quando qualcuno si ricorda di suonare la campana del ring e crolla sfinita sullo sgabello nell’angolo.
Nel mezzo qualcosa di suo è apparso su Abbiamo Le Prove, Cadillac (nr. 11 e 16) e Grafemi.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

6 commenti su “Il taglio – un racconto di Barbara Bedin

  1. szandri
    12/01/2017

    Che bello, mi è piaciuto molto.

    Liked by 1 persona

  2. Amanda
    12/01/2017

    Bellissimo, grazie

    Liked by 1 persona

  3. barbedin
    12/01/2017

    Grazie!

    Mi piace

  4. Monia Balsamello
    13/01/2017

    Esiste una narrazione che scarnifica. Appare e si svela ogni volta che l’autore non cede alla tentazione dell’immediato e lavora per far lavorare il lettore. Vuole il suo impegno, chiede il suo spazio e tutto ciò con cui lo ha riempito negli anni, ci si accascia dentro cercando centimetri per restare. E di solito ci resta. È compagna di chi, quando scrive, sa fregarsene di quella domanda un po’ acerba, a tratti sincera, ma spesso superficiale, del “Ma perché scrivi difficile?”. “Difficile” è quel che richiede attenzione, attivazione, partecipazione, aumento del livello di consapevolezza. Col facile non migliori mai. Resti dove sei. Questo racconto ha la forza del graffio, la ferita che obbliga a un’azione, medicare, disinfettare, cercare un cerotto. Non carezza. Non è confortevole. E ha chiusura-chiave che apre le porte polverose. Con quel cambio di punto di vista, ribaltando l’abitudine della prima parte della lettura, accende disagio. Ed è necessario se si vuol raccontare il tradimento di una promessa, l’incapacità di usare i cambiamenti come carburante anziché come ganasce alle ruote. Complimenti a Barbara Bedin.

    Liked by 1 persona

  5. barbedin
    13/01/2017

    Monia, grazie per le parole e per essere rimasta, nonostante la polvere.

    Mi piace

  6. mauri53
    03/02/2017

    Un filo che si dipana nonostante le anse e i nodi , un tentativo di aggomitolare ma le deformazioni persistono.
    Bel racconto

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 12/01/2017 da in racconto, Satura Lanx con tag .

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