L’invenzione di un essere umano – “Ventiquattro secondi” di Simone Marcuzzi

Per la maggior parte della mia vita (che inizia ad essere più lunga di quanto dentro di me io sia in grado di sentire) ho trascurato, e talvolta snobbato, la letteratura italiana; negli ultimi anni, però, sto recuperando, scoprendo autori davvero notevoli e libri che mi hanno impressionato. Mi tengo ancora alla larga da certi fenomeni letterari, per il sospetto, tutto italico, che ho verso chi ha successo, ma non escludo di rimediare pure a questa mancanza.

nbaSul fronte degli italiani, il 2017 è iniziato clamorosamente bene. Ho letto, con un certo ritardo rispetto alla sua uscita (aprile 2016), il romanzo “Ventiquattro secondi” di Simone Marcuzzi, uscito per la 66thand2nd, casa editrice indipendente e assai intraprendente, nella collana “Attese” che è dedicata al mondo dello sport. Marcuzzi è, come me, un ingegnere (lui lavora nell’industria, nella produzione), che ritaglia un po’ di tempo libero per la scrittura: quando era all’Università scriveva di notte (così racconta lui in diverse interviste), ma ora che è sposato, e ha un figlio, si sveglia prima delle sei. Prima di questo libro, ha pubblicato anche per Mondadori (“Vorrei star fermo mentre il mondo va”) e Fandango (“Dove si va da qui”).

marcuzziL’uomo ha la tendenza a classificare tutto – fa parte del modo con il quale costruiamo una rappresentazione interna del mondo che ci circonda. “Ventiquattro secondi” diventa così un “libro sul basket”, oppure un “libro sullo sport”, senza specificare quale, o, nella migliore delle ipotesi, un “libro che non parla solo di basket”. Tutte e tre le classificazioni sono inutili e riduttive. “Ventiquattro secondi” è un romanzo che parla della vita di un uomo, come fanno solo i grandi romanzi. Nella sua vita  ci sono un padre diventato troppo presto vedovo (e che accusa implicitamente il figlio di avergli portato via la moglie), il fantasma di una madre, la campagna friulana, il passaggio dall’infanzia all’età adulta, le sfide con se stesso, la conoscenza dell’amore, la paternità, il peso delle sconfitte, la Milano dei primi anni ottanta (con i suoi cinema in pieno centro), un’introspezione incessante e sempre improntata al dubbio, per la quale nessun conflitto può essere risolto con una banale formula da psicologia spiccia, il dolore e la ricerca della felicità – e tra le altre cose, quest’uomo, Vittoriano Cicuttini, nato negli anni sessanta, gioca a basket, e lo fa bene: è inevitabile che le sfide da affrontare, e le risposte che deve dare, si intreccino con questo lavoro che riempie la sua vita. Ma non sono la sua vita.
Una delle cose che ho capito del buddismo è che il “sé” è minuscolo e quasi impercettibile. La nostra mente rimugina incessantemente su ciò che ci accade, e non riesce a separare i fatti contingenti dall’essenza immutabile di noi stessi. Raccontare una vita sotto forma di romanzo è il tentativo di scorgere, dietro alle cose che succedono per caso – il luogo in cui per caso si è nati, l’altezza che una malattia casuale ci regala, l’incontro fortuito con un ragazzo a una cena di Natale -, di individuare il profilo di una persona unica e irripetibile. E Marcuzzi, in questa autobiografia fittizia di Vittoriano Cicuttini, primo italiano a giocare nell’NBA, riesce a compiere una specie di miracolo, che è quello che cerco nei libri che leggo: inventare un essere umano.
La momentanea sospensione dell’incredulità che sta alla base del contratto tra lettore e scrittore, la disponibilità a credere che le cose raccontate siano vere, qui non richiede alcuno sforzo: Vittoriano non è un personaggio di un libro ma una persona viva, che esiste, con ricordi vibranti e cose taciute… Turing aveva ideato un test per valutare la capacità delle macchine di imitare gli uomini: Cicuttini lo supererebbe senza alcuna esitazione. E il basket è irrilevante, in tutta questa storia: è il pretesto che la vita di Cicuttini sceglie casualmente per farsi concreta, per esistere, per trasformare un sé piccolo e impercettibile in qualcosa che può essere raccontato.

Finito il libro, mi sono fermato a pensare a cosa significa scriverne uno…. Ho immaginato Marcuzzi alle sei del mattino, con il cielo fuori ancora scuro, magari una tazza di caffè accanto al computer, il respiro regolare del figlio che arriva dalla stanza accanto, l’ho immaginato intento a inventare una persona, a crearla, a forgiarla una parola dopo l’altra. E’ un atto che ha qualcosa di divino, o di materno, il che è più o meno lo stesso. Marcuzzi ha messo al mondo Vittoriano Cicuttini che come Roy Batty di “Blade runner” può dire ho visto cose che voi umani…  La sua esistenza non è minore sotto alcun aspetto a quello di una persona in carne ed ossa, e, per certi versi, è molto più vera di certe vite portate avanti ad occhi chiusi.  Ed è un atto eroico, scrivere un romanzo come questo – così intenso, così vibrante di verità – perché il mondo è invaso di libri brutti e facili da leggere; di idee riduttive sulla letteratura e sui mezzi che ha a disposizione per costruire mondi. Siamo a gennaio, ma so già che alla fine di quest’anno, quando sarà tempo di bilanci, “Ventiquattro secondi” entrerà nella mia personale lista dei libri più belli.

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4 risposte a "L’invenzione di un essere umano – “Ventiquattro secondi” di Simone Marcuzzi"

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    1. Una recensione così coinvolgente che ti vien voglia di … recensirla. Molto apprezzabile anche la confessione snob che vi compare al principio . Va da sé che conoscerò presto Cicuttini

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