Grafemi

Segni, parole, significato.

Trecento e rotti, di Beatrice Biggio – il vincitore!

Ecco dunque il vincitore del mio buffo concorso dell’anno scorso. La sfida che avevo lanciato chiedeva di scrivere un racconto che assomigliasse, in qualche modo, a un video in cui quattro ragazzi cantano una canzone “a cappella”, accompagnandola con un gioco chiamato “cup game“. Non era chiaro nemmeno a me in che modo un racconto potesse assomigliare a quel video (la bellezza della giovinezza? la leggerezza?) – l’ho capito leggendo i molti racconti arrivati. Cercavo il “tempo”.
Chi scrive, chi lo fa con una certa regolarità, tende a mettere in piedi una sorta di “teoria del racconto”, con maggiore o minore consapevolezza. Non si tratta di leggi fisse, né tantomeno con validità generale: è semplicemente una constatazione di quali sono i principii, le inclinazioni, gli interessi, che guidano la scrittura. Nel mio caso, so per certo (lo so a posteriori, riguardando quello che ho fatto fino ad ora) che il tempo – non quello metereologico: l’altro – è fondamentale. Non è solo la gabbia che tiene insieme la storia, e non è solo il meccanismo con il quale si passa dal punto A (l’incipit) al punzo Z (il finale): è l’oggetto stesso della mia scrittura.

Non è quindi un caso che il racconto che mi ha convinto di più sia Trecento e rotti di Beatrice Biggio. C’è molto di quello che cercavo; e sebbene lo stile sia diverso dal mio, e forse diverso anche dalle cose che di solito leggo, sento che “mi risuona”. Come avevo scritto in altri post, non è stato semplice scegliere un racconto solo – altri racconti avevano cose che mi avevano colpito in modo diverso. Questo, probabilmente, è quello che, per il mio sentire, si avvicina di più all’essenza di quel video. E rileggendolo per l’ennesima volta, ancora mi emoziona.

Trecento e rotti

di Beatrice Biggio

Adelina quel giorno ci aveva messo del suo. Si era alzata come tutte le mattine da vent’anni a questa parte, alle sei e cinquanta precise, prima che la sveglia squillasse. A piedi nudi sulle mattonelle fredde era corsa in bagno con i brividi addosso. Aveva aperto l’acqua calda, si era sciacquata il viso senza guardare lo specchio, come ogni mattina da quando aveva compiuto quarant’anni. Si era infilata i calzini che aspettavano caldi sopra il calorifero, a destra del lavandino, acceso da quando scattava il termostato del centralizzato, dieci minuti esatti, come ogni giorno da ottobre ad aprile, Dopo, era andata in cucina, contando i soliti dieci passi, attenta che non fossero mai undici o nove, che sennò partiva male, e poi le andava tutto storto. Mentre riempiva la moka da uno, quella azzurra che le aveva regalato Marcello due anni prima per Natale, aveva guardato fuori la finestrella con le tendine gialle di nylon, con quel buco di sigaretta della sera della festa di Capodanno, l’unica che aveva fatto in quella casa, sette anni fa, appena arrivata, quando ancora contava cinque o sei conoscenze da invitare. Nevicava, fitto. Strano per i primi di novembre. Non che a Montegrotto non facesse freddo, tutt’altro. Ma la neve, per quella era un po’ presto. Si era appoggiata col culo alla lavatrice con le braccia bbandonate lungo I fianchi e fissava il vuoto mentre il caffè andava. Era stanca. Le ballava l’occhio sinistro, e le faceva male il naso. Quando chiedevano, diceva che se l’era rotto a ventisei anni, cadendo in bicicletta. Le faceva solo male quando non dormiva abbastanza, come se dentro quell’osso scheggiato ci stesse la sua riserva di sonno non goduto, e bussasse per uscire. Si era riscossa al gorgogliare del caffè e si era fatta la cremina, altrimenti non riusciva a berlo, quello schifo. Poi, ancora col sapore di zucchero in bocca, era tornata in camera a vestirsi. La gonna grigia, svasata, giusto sotto il ginocchio – non era più una ragazzina -, il golf a V non troppo attillato, grigio anche lui ma più chiaro, i collant color carne da un euro e cinquanta erano sistemati sulla poltrona, messi come se la notte prima, seduta là sopra prima di coricarsi, il suo corpo ne fosse uscito volando, lasciando là sopra una Adelina sgonfia e senza testa. In un attimo di distrazione si era colta un secondo allo specchio, quello lungo dell’armadio, una volta pronta. La mano le era andata da sola ad appiattire una piega nella gonna, sul davanti. E stranamente, si era ricordata di Pietro, di quello che le faceva sempre la notte, quando era già distesa e voleva dormire ma si lasciava leccare piano dentro il sonno, vergognandosi sempre troppo per sentire qualcosa o per dirgli di smettere. In bagno, dopo, si era lavata i denti strigliando le gengive, come le aveva detto mille volte il dentista. Aveva la faccia del colore della terra secca di Sicilia, quella volta che ci era andata in vacanza con suo padre, prima che morisse. Così, anche se non lo faceva mai, perché non ne era capace e finiva per mascherarsi, si era truccata, concentrandosi su occhi e bocca per non vedere mai tutta la faccia insieme nello specchio. Si era data il mascara, la matita, l’ombretto viola chiaro ormai quasi secco, il lucidalabbra arancione. Prima di uscire, aveva fatto il giro di sempre, dal rubinetto principale dell’acqua a quello del gas, alle finestre in tutta la casa e aveva chiuso tutto. Il secondo giro no, non l’aveva fatto: truccandosi aveva perso tempo. Aveva girato le chiavi a tripla mandata e chiamato l’ascensore. Mentre camminava per Via Aureliana verso la fermata, contava i passi seguendo il ritmo e se perdeva il conto inventava. L’importante era pensare i numeri, senza fermarsi. Aveva preso il biglietto da Giampiero perdendo solo il ventitrè e il ventiquattro, perché aveva già i soldi in mano. Da casa sua alla fermata dell’M erano trecentoventidue, con l’approssimazione di tre o quattro, a seconda delle scarpe. Fino a Padova con l’autobus, quattromilaesettecentodue. Poi fino al supermercato e dietro la cassa, duecentotredici. Più o meno, insomma, contando che la neve rallentava un po’.

A duecentoundici da casa c’era il campo da tennis, che d’inverno lo chiudevano. Le era caduto un bottone del cappotto, proprio lì davanti, e si era chinata per raccoglierlo. Non si era accorta che lui le stava dietro. L’aveva spinta contro la ringhiera, le era caduto il bottone di mano. Dopo, si era ritrovata con le ginocchia a terra, con lui che la tirava per le braccia. Superato il cancello, aperto e scardinato, le aveva tirato uno sberlone che l’aveva fatta cadere fra la sedia dell’arbitro, quella alta di ferro, e il paletto della rete. Una macchia rosso scuro era sbocciata sul davanti del cappotto chiuso e si era allargata sul bianco della neve tutto intorno. Le teneva i polsi pressati a terra, li sentiva raschiare mentre lui cercava il portafoglio in borsa. Si era messa a contare, così, per abitudine. Al ventisette le era arrivato un altro schiaffo e le aveva mollato i polsi. Al trecentoquarantasette, ancora distesa, fra un numero e l’altro le era venuto in mente che si era truccata. Che non aveva fatto il secondo giro per controllare. Che le era caduto il bottone. Se l’era proprio cercata, quel giorno.


beatrice-biggioBeatrice Biggio, impiegata di giorno, scribacchina di sera e interprete e traduttrice nel tempo che rimane. Vive a Trieste, sebbene sia nata su uno scoglio nel Sud-Ovest della Sardegna. Si divide fra bora e maestrale cercando di stare sempre molto vicino al mare.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Trecento e rotti, di Beatrice Biggio – il vincitore!

  1. Mrs Fog
    10/02/2017

    Da brividi.

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  2. ili6
    10/02/2017

    Un racconto emozionante.
    Il video che hai proposto ha l essenza del ritmo, della spontaneità e della gioia semplice. Almeno io lo interpreto cosi. Non trovo i nessi con il racconto vincitore, ma poco importa. Pur nella sua drammaticità di vita fatta di manie e di illegalità, nonché di sensi di colpa ingiustificati, è un bel racconto.

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  3. amanda
    10/02/2017

    molto, molto, molto bello

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Questa voce è stata pubblicata il 10/02/2017 da in racconto con tag , .

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