Grafemi

Segni, parole, significato.

La moglie di sua moglie

Un raccontino per Carnevale! Buona lettura!

Quando suo figlio lo aveva sorpreso in bagno con addosso un paio di collant e un reggiseno rosso di sua moglie, si era stupito di essere riuscito a dire “Carnevale!”, senza nemmeno bisogno di pensarci su, con una presenza di spirito che non aveva mai avuto. Il bambino aveva reagito bene: si era messo a ridere e aveva detto “allora vado a fare la cacca nel bagno piccolo” e se ne era andato senza porre alcuna domanda.
Lui si era tolto tutto, si era rivestito in fretta con gli abiti di sempre e si era seduto sul gabinetto tenendo la testa tra le mani. Come aveva potuto commettere una simile imprudenza? Era convinto che suo figlio dormisse; ed era sicuro di aver chiuso a chiave. Troppa pressione, troppi impegni, troppe rotture. Ma poteva andare peggio, pensò. Poteva trovarmi con una candela nel culo.
Più tardi gli preparò un panino e si sedette accanto a lui sul divano del salotto, davanti alla televisione. Voleva essere sicuro che l’incidente del bagno non avesse conseguenze.
Voglio fare uno scherzo alla mamma”.
Di che tipo?”
Pensavo di vestirmi da orso, per il martedì grasso, ma non ho trovato niente, in giro. Niente della mia taglia, intendo. È buffo che i costumi da orso siano stati pensati solo per esseri umani molto piccoli, non trovi? Io sarei perfetto. Così ho pensato che potrei vestirmi da donna. Che ne dici? Farebbe ridere?”
Tu non sembri una donna”.
§
È per questo che sarebbe divertente. Tu da cosa vorresti vestirti?”
Non lo so, papà. Non ci ho ancora pensato. Quanto manca a Carnevale?” Era distratto da un cartone animato di Pukka, una giovane ninja perdutamente, e vanamente, innamorata di Taru.
Bisogna prendersi per tempo. Tanti aspettano l’ultimo momento e poi arrivano impreparati. Succede sempre così. Tu non dire niente alla mamma che così le faccio una sorpresa”.

Trattenne il fiato per una settimana. Se suo figlio avesse parlato, avrebbe provato a riproporre la storia del carnevale ma mancava più di un mese, non sarebbe stato semplice. Fortunatamente, però, non parlò. Forse gli aveva creduto, o forse si era dimenticato. Da quel giorno, comunque, quando si chiudeva in bagno controllava due volte che la porta fosse chiusa a chiave.
Sarebbe stato più semplice rinunciare, dimenticare le calze di sua moglie, le gonne, le culotte, le scarpe nelle quali non entrava, i corsetti, i trucchi, il rossetto. Voltare pagina, cambiare, diventare come tutti gli altri… Ma aveva passato metà della vita cercando di controllare, o negare, o trattenere quel desiderio, quell’inclinazione, e non ci era riuscito. Aveva smesso di provarci, dapprima con rassegnazione, come fanno le persone che soffrono di una malattia cronica, e poi con consapevolezza. Non sentiva di essere una donna imprigionata nel corpo di un uomo – non era così che avrebbe parlato di sé. Gli piaceva lo sport estremo, guardare una partita di calcio con gli amici, baciare sua moglie, guardare il culo di una ragazza che gli passava davanti. Era virile, se questa parola poteva avere ancora un qualche significato, nel ventunesimo secolo. Ma amava anche la lingerie femminile, il pizzo, il raso, la seta; lo eccitava l’idea di essere la donna di qualcuno, di venire posseduta, sottomessa con dolcezza – lo eccitava perfino pensare quelle frasi al femminile. Qualche volta lasciava degli annunci in un sito di incontri, con una falsa mail e un profilo inventato. Gattina dolce e affettuosa cerca uomo che la sappia far sentire femmina. Rispondevano in molti, allegando foto e descrizioni esaurienti. Erano uomini come lui, forse un po’ più aggressivi, meno sofisticati, dalle maniere spicce. Cercavano bocche da riempire, buchi da sfondare…
Qualche volta aveva tentato di arrivare in fondo ma si fermava presto, molto prima dello scambio dei numeri di telefono. Aveva paura di compromettersi, di finire ricattato, di vedere la sua vita andare a rotoli; e quando arrivava a fidarsi, rinunciava per pudore e vergogna, e perché non aveva nulla della gattina: era alto, grosso, peloso, pelato. Un uomo di quarant’anni senza alcun attributo femminile. Quando si guardava allo specchio con il reggiseno floscio sul petto, le mutandine trasparenti da cui uscivano i testicoli, riusciva ad intravedere la donna che avrebbe voluto essere, e voleva bene a quella creatura un po’ sbilenca, incerta, maldestra. Tuttavia, sapeva che altri occhi avrebbero visto solo la sua ridicolaggine. Con lui un uomo avrebbe dovuto fare un enorme sforzo per sospendere la propria incredulità; non sarebbe stato semplice.
Non lo consolava il fatto che anche i tizi che gli scrivevano erano, nel genere maschile a cui sentivano di appartenere, del tutto inadeguati: grassi, con il cazzo piccolo, spesso vecchi, brutti. Dai suoi sogni distavano tanto quanto lui; anche lui avrebbe dovuto fingere che quello che lo penetrava fosse l’uomo che ogni donna avrebbe desiderato… Gli piaceva immaginare tutto: la ritrosia che avrebbe opposto ad assalti focosi, le mani che gli toglievano i vestiti e gli stringevano il seno, il suo buco offerto con timidezza…. Avrebbe aspettato con pazienza l’orgasmo – voleva sentire un uomo venire dentro di lui, nel suo corpo, ascoltare i gemiti di un maschio che godeva di lei. Non sarebbe stata una donna emancipata: il suo modello era quello della ragazza timida e sottomessa che cede alle lusinghe.

Non era mai successo nulla. Per consolarsi, su Twitter seguiva la timeline di alcuni travestiti che aveva cercato con chiavi opportune – travesta, sissy, crossdresser. Alcuni erano più giovani di lui, e si depilavano, avevano parrucche, scarpe con i tacchi altissimi, completi intimi pazzeschi; altri avevano la sua età, ed erano impossibili scambiarli per donne: fotografati su sfondi di salotti borghesi, avevano muscoli e un sacco di peli – era chiaro che vivevano in casa con qualcuno e che quella vita così meticolosamente fotografata era un minuscolo spicchio di una vita molto più ampia e complicata; poteva sentire un frenetico batticuore, dentro quelle foto. E poi ce ne erano di vecchissimi, magri, sfatti, e ancora inesausti. Eppure, nonostante tutto, anche loro offrivano all’obiettivo il loro corpo improbabile, il seno che non c’era, le anche strette, nascondendo il pomo d’Adamo, esibendo il buco del culo come se fosse una prugna sugosa o uno strambo surrogato di una golosa figa di donna… E in mezzo, ogni tanto saltava fuori il cazzo, che si vedeva e non si vedeva, timido, raramente invitante, residuo di epoche passate.
Altre volte avrebbe voluto condividere i riti femminili dello smalto sulle unghie, le creme di bellezza, la depilazione, l’ombretto, la pedicure. Sognava di essere sua moglie, o la moglie di sua moglie, unita a lei da una complicità femminile: distese sul lettone, con un paio di calze a righe in stile Pippi Calzelunghe – e per il resto nude –, un tubetto di crema lubrificante, una cioccolata calda, un cazzo di gomma…. Non avrebbe voluto che la sua vita diventasse così: ma l’avrebbe voluta uguale a quella per qualche ora al mese, quando gliene veniva voglia, senza togliere nulla a tutto il resto. Non gli dispiaceva essere un uomo; la verità era che non gli bastava. Quel sesso non copriva tutto ciò che era.

E intanto il carnevale si avvicinava. A casa sua, non era mai importato a nessuno di quella festa. Negli anni precedenti suo figlio si era vestito da Power Ranger, da Uomo Ragno, da Batman, ma sempre senza convinzione. A scuola facevano una festa il giovedì grasso e poi chiudevano per la settimana bianca.
E se martedì andassimo a Venezia?”
Glielo aveva chiesto sua moglie, durante il pranzo della domenica. Suo figlio per la prima volta si dimostrò entusiasta.
Non ci siamo mai andati” aggiunse.
Sarebbe bello, certo”. Non amava la folla ma Venezia gli era sempre piaciuta. “Da cosa vorresti vestirti?”
Una mia amica ha un vestito da tanguera. Dice che me lo presterebbe”.
E tu?” disse rivolto a suo figlio.
A me va bene tutto. Anche quello dell’anno scorso”.
Iniziò a temere che emergesse il ricordo di quando era stato sorpreso in bagno. “Io invece non ho niente da mettermi”.
Ci possiamo pensare. Abbiamo tanti vestiti buffi. Dovrebbe esserci ancora il cappotto di tuo nonno, quello che sembrava un mantello di Dracula”.
Passarono il pomeriggio a rovistare nell’armadio della camera. Alla fine, fu sua moglie a proporlo: “e se ti vestissi da donna?”
Naaa… Sarei tremendo”. Gli tremavano le gambe.
Saresti divertente. La donna più brutta del mondo”.
Dici?”
Guarda qua”. Gli porse una gonna di pelle che aveva comprato tanti anni prima, per un viaggio a Parigi che avrebbero dovuto fare e che poi era saltato. Lui la avvicinò ai fianchi per misurare la circonferenza.
Dici che ci entrerei?”
Provala”.
Si abbassò i pantaloni, nascondendo un principio di erezione, e si infilò la gonna. La conosceva bene – si era scattato un centinaio di foto, indossandola davanti allo specchio: fino al ginocchio, poi un po’ sollevata, poi la macchina fotografica piazzata tra le gambe, verso le mutandine bianche… Esistevano per poche ore, quelle foto: il tempo di guardarle, riguardarle e poi cancellarle, un piacere troppo pericoloso che non poteva essere trattenuto.
Come sto?”
Molto sexy” disse ridendo sua moglie.
Continuarono a cercare. Culotte corte di pizzo. Una canotta nera con le spalline sottili. Una guepiere che lei non aveva mai messo… Un paio di calze autoreggenti. C’era tutto.
Mi spiace, ma dovrai anche truccarti”.
Non si era mai sentito così vulnerabile.

Prese ferie per martedì grasso. Passò la mattina in bagno con sua moglie, che lo truccò: cerone, fondotinta, ombretto, rossetto, un filo di crema coprente. Si vestì di fronte a lei che lo guardava divertita. Uscirono di casa a braccetto, con il loro figlio vestito da agente segreto che le seguiva da vicino. Il vestito da tanguera era bellissimo e sua moglie sembrava a suo agio in quel ruolo di donna passionale e forte. Presero il treno e arrivarono a Venezia. Mangiarono una frittella in Campo Santa Margherita, sedute a un tavolino, le gambe accavallate pudicamente per non scoprirsi troppo, la borsetta sul tavolo, il segno del rossetto sul bordo della tazzina del caffè.
Allora, com’è avere due mamme?”
Fa ridere”.
Lo sapeva, l’aveva sempre saputo. Un uomo vestito da donna era ridicolo. Ma erano ridicole anche quelle donne di ottant’anni che si ostinavano a truccarsi, e gli uomini grassi che si comportavano come se fossero ancora giovani. Ognuno si aggrappava al sogno che amava – un miraggio, un ricordo, un desiderio mai realizzato – e non importava se non era tutto perfetto: uno sguardo benevolo suppliva a ciò che mancava.
Attraversarono il ponte dell’Accademia, tagliarono campo Santo Stefano; mentre camminava per le calli era contenta di non aver trovato le scarpe della sua misura, tra quelle con il tacco di sua moglie: meno elegante, ma più comodo. Qualcuno, scherzando, gli fischiava dietro e lui, scherzando, strizzava l’occhiolino di ritorno. Fingeva di far finta di essere una donna – non era mai stata così vicina a ciò che aveva sempre voluto. Si specchiava sulle vetrine dei negozi: confusa tra la folla, riusciva a cogliere solo qualche dettaglio dell’immagine riflessa, quanto le bastava per riconoscersi. Arrivarono in Piazza San Marco, stracolma di gente. C’erano maschere veneziane, comitive di Minions, suore, infermiere, peruviani che suonavano il flauto pan e un’intera tribù di indiani. La musica era assordante. Iniziarono a ballare. Anche sua moglie era più libera, meno inibita: dietro l’inganno della maschera, poteva finalmente mostrare la parte trattenuta della sua verità. Andarono avanti per un’ora, senza mai fermarsi. Intorno alle cinque e mezza calò il sole e l’aria presto divenne fredda. Il dj fu sostituito da un altro tizio che cambiò genere: ora c’era una selezione di musica classica. Il figlio si era unito a un gruppo di ragazzini e tirava petardi in un angolo. Lui e sua moglie si vennero incontro. Lei accennò un inchino. Si guardarono negli occhi, e per un attimo si videro per quello che erano, e non ebbero paura. Poi, sotto il cielo scuro di Venezia, nel luccichio della lampade che si andavano accendendo, due creature si presero per mano e ripresero a ballare.


L’immagine di copertina è presa da qui: http://sarahdaylj.livejournal.com/

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

2 commenti su “La moglie di sua moglie

  1. Renato
    25/02/2017

    Mi piace!

    Mi piace

  2. loredana
    23/03/2017

    bellissimo. Letto con il batticuore.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 24/02/2017 da in Racconti, racconto.

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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