Viaggio nel tempo

Il ricordo è il principale motore della scrittura. C’era una volta…. Nasce tutto da là. Un mondo che non esiste più, e qualcuno che si siede e dice ora vi racconto. Lo sanno bene Proust, che sulla memoria ha costruito il suo monumento letterario, e Nabokov (la sua autobiografia si intitola Parla, ricordo) e perfino Philip Roth, che già a partire da Lamento di Portnoy ha ricostruito la storia della sua generazione.

Anche le nostre vite si intrecciano costantemente con il ricordo: sfioriamo, per caso, oggetti, luoghi, persone, che appartengono al passato e, come ben aveva intuito proprio Proust con la sua famosa madeleine, improvvisamente si ripresenta un mondo intero, in tutta la sua fragranza.
Se poi è l’infanzia a essere ricordata, dobbiamo ammettere che ci troviamo di fronte a una dolcezza incommensurabile, capace di sovrastare il retrogusto un po’ stucchevole della retorica del “fanciullino” che, in questi casi, cerca sempre di insinuarsi. I miei primi dieci anni sono stati obiettivamente felici; li ha seguiti un’adolescenza normalmente complicata, fatta di indecisioni, insicurezze, qualche piccolo fallimento, ma nulla in grado di intaccare la bellezza dell’infanzia. Ho vissuti quegli anni in un angolo periferico di un quartiere abbastanza centrale e un po’ sonnecchioso di una città di provincia del nord Italia, un luogo qualsiasi nel quale sono capitato per caso, scelto dai miei genitori con buon gusto, certo, ma per motivi pratici: mio padre lavorava a Padova – e questo ha determinato tutto il resto. Ma nell’economia della mia vita, il valore emotivo di quei due o tre ettari di case, asfalto, piccoli giardini, incroci, garage, terrazze, cantine, campetti ca calcio, è enorme – così enorme che è impossibile fare un qualsiasi paragone con la forza emotiva di qualsiasi altro posto in cui ho vissuto. Lì ho visto, toccato, provato ogni cosa per la prima volta. Proprio ieri pensavo che se potessi esaudire un sogno, chiederei di passeggiare su Saturno – solo allora, forse, potrei provare il medesimo stupore.

In questi giorni, grazie ai preziosi suggerimenti di un caro amico di infanzia da poco ritrovato, ho scoperto che anche il mio passato ha, a sua volta, un passato che non conoscevo; e in particolare che un luogo nel quale ho giocato per anni, e sul quale avevo elaborato fanciullesche teorie, ha una storia tutto sommato recente, e ben documentata. A meno di cinquanta metri dal condominio in cui vivevo, c’era una costruzione diroccata che noi bambini chiamavamo la “Caserma”. Era un edificio piuttosto ampio – qualche centinaio di metri quadrati, una decina di metri di altezza, con il tetto crollato. Non c’era un accesso vero e proprio: ci si poteva entrare o salendo per una scaletta alta due o tre metri con dei pioli di ferro piantati nel muro, oppure scendendo attraverso delle finestre che si aprivano nella parte bassa della grande parete frontale, con l’aiuto dei calcinacci che accompagnavano dolcemente la discesa. Dentro, c’erano sale gigantesche, che noi pensavamo essere parcheggi per vecchie macchine da guerra, e pertugi segreti per passare da una sala all’altra; e poi, sopra, un vasto spazio ricoperto dai resti del tetto, dove crescevano piante ed erba. Le parete laterali erano praticamente aperte.

Che idea avevamo, di quel luogo? Per noi, bambini di sei o sette anni, lì c’era stata una caserma di soldati; la piccola vasca di pece che si trovava nella parte bassa dell’ampio spazio ricoperto dal soffitto crollato era un serbatoio di carburante per i mezzi corazzati che si trovavano nei parcheggi sotterranei. Le feritoie che si aprivano lungo uno dei lati consentivano ai soldati di sparare, difendendo così la caserma stessa. Non avevamo alcun dubbio sul fatto che tutto questo fosse vero: continuavamo a portare prove che nessuno aveva mai visto direttamente (bossoli ritrovati nei sotterranei, tracce di pneumatici) ma che per noi erano “vere”. Con il senno di poi, mi è diventato chiarissimo come si formano certi fenomeni di psicosi collettive nelle quali sono coinvolti bambini, come Lourdes o Fatima. Quello, era il nostro miracolo, che avevamo visto, e nel quale credevamo ciecamente.
Qualche anno dopo, intorno al 1984, l’edificio è stato raso al suolo e al suo posto è stata costruita la palestra di una scuola, l’istituto tecnico Einaudi che sorge poco più in là. Da allora sopra quei luoghi è calato il silenzio. Ma soprattutto, sono diventato grande, cioè la curiosità  si è spenta e la fantasia ha smesso di elaborare teorie.

Ogni oggetto segue questo processo: nuovo, usato, vecchio, antico. I miei trent’anni tutto sommato impetuosi avevano relegato l’infanzia nel terzo stadio, quello delle cose superate e un po’ ingombranti, che non si sa dove mettere: provavo tenerezza per quegli anni troppo vicini nel tempo, e troppo lontani da un punto di vista emotivo. Non ne avevo bisogno perché il presente mi bastava. Con il passare degli anni, però, è arrivata la voglia di scavare, con la speranza di trovare piccoli gioielli dimenticati – di provare la gioia che accompagna quei ritrovamenti. E così, tra una chiacchiera e l’altra, ho scoperto finalmente la storia di quell’edificio; per quanto mi sforzi, per me è impossibile, nel senso letterale del termine, descrivere l’emozione che ho provato guardando il video qui sotto:

quando al secondo 35 scopro, come in un’illuminazione, cos’era l’edificio nel quale andavamo a giocare alla guerra; cos’era quell’ampio spazio dall’altissimo soffitto, che, crollando, aveva coperto tutto; perché le pareti laterali erano aperte. Ogni cosa è andata al suo posto. Ecco il testo:

Il segretario del partito fascista Starace giunge a Padova per il rapporto alle gerarchie provinciali; il segretario accompagnato dai gerarchi locali percorre la via che porta all’Istituto Fascista d’Istruzione Media Sandro Mussolini con la gente e i gagliardetti delle varie associazioni e federazioni locali ai lati della strada; l’ingresso dell’Istituto; Starace inaugura l’istituto visitandolo; la piscina coperta della Casa della Gioventù del Littorio anch’essa inaugurata da Starace…

tutankaenQuindi: nella zona che ora è occupata da una scuola dall’architettura anni sessanta, vicino ai Giardini della Rotonda, a pochi passi dal pomposo acquedotto a forma di torre, c’era una scuola dedicata a Sandro Mussolini, e subito dietro la Casa della Gioventù del Littorio, all’interno della quale era stata costruita una piscina! Ecco le vetrate enormi che illuminano i ragazzi degli anni trenta impegnati a nuotare; ecco gli spogliatoi sotto la piscina, gli spazi per le caldaie per l’inverno… In quei corridoi dove noi avevamo visto passare soldati in tempo di guerra, avevano camminato giovani nuotatori, istruttori, atleti… E’ stato come vedere la foto di un fantasma del quale si era sentito il fruscio per un sacco di tempo, oppure vedere una di quelle ricostruzioni iperrealistiche della faccia di un faraone vissuto quattromila anni fa.

E poiché l’intelligenza artificiale di Internet è in grado di recuperare praticamente tutto, ecco un secondo video in cui, al secondo 17, si vede la piscina da fuori, con le sue ampie vetrate:

Per quanto l’edificio nel quale giocavo fosse praticamente distrutto, riconosco tutto: la geometria delle forme, le dimensioni, il rapporto tra le parti, la vasta piazza che si apre davanti. Ogni cosa è andata al suo posto, come in un poliziesco nel quale la versione ufficiale della polizia è stata confutata da una nuova versione dove tutto è diventato finalmente chiaro.

Cercando ancora, scavando tra siti di archittettura, ho trovato tutto quello che cercavo in uno splendido sito dedicato al caso di Padova che fu significativo dal punto di vista dello sviluppo dell’architettura italiana degli anni trenta.

In questo sito, che ringrazio, ho trovato le bellissime foto che riporto qui sotto.

piazza mazzini 3
La scuola vista dall’esterno, dal lato opposto rispetto a quello della Caserma
caserma2
Sullo sfondo, la piscina con le sue ampie vetrate, e che noi chiamavamo “Caserma”
mazzni 2
La bellissima piscina
caserma
La pianta dell’edificio, con l’indicazione della “Caserma”

La memoria selettiva, che organizza le nostre vite a posteriori, modifica il passato per rendercelo più dolce – è come se sapesse che prima o poi ci servirà avere un luogo nel quale rifugiarci per trovare un po’ di tenerezza. Ciò che si trova cercando tra le pieghe dei propri ricordi non è mai la verità, che non esiste, ma una ricostruzione sentimentale di quello che è stato. La consapevolezza che esistono luoghi, persone, momenti, carezze, angoli segreti, voci, che non potranno mai tornare dona al passato la malinconia che accompagna la morte – una morte a rate, in miniatura, reale, concreta. Ma non tutto è perduto. Ci sono le nostre personali madeleine capaci di riportare in vita ogni cosa: si tratta solo di saperle ascoltare; di lasciarci travolgere dall’emozione di qualcuno che inizia il suo racconto con la formula magica del c’era una volta…

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2 thoughts on “Viaggio nel tempo

  1. spesso cerco di riordinare i ricordi ma è una impresa ardua , i volti si sovrappongono e anche la collocazione temporale si confonde ma restano sempre ricordi di vita vissutadove ognuno di noi ha il suo punto di vista privilegiato

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