Le piccole cose

Tanto tempo fa, durante la mia adolescenza – cioè tra i 29 e i 31 anni –  c’era una tizia austriaca con la quale mi scrivevo – era una donna o una ragazza, a distanza di anni non ricordo neppure l’età – ma studiava italiano, di questo sono sicuro, ed era abbastanza brava nel capirlo e discreta nello scriverlo, in un periodo nel quale non esisteva ancora Google Translate: nella preistoria del XXI secolo, insomma.

Se non ricordo male, viveva nel Nord Tirolo, quindi poco oltre il confine. Aveva un figlio, o forse due, ma era separata. Erano gli anni in cui la gente iniziava ad avere una mail e, non sapendo che fare, cercava amici di penna – un’usanza a mio parere meravigliosa, che purtroppo si è completamente persa (o sbaglio?). Quindi ci siamo trovati in un sito dedicato a questo, allo scambio di indirizzi per trovare nuovi amici – non ho un ricordo preciso, al riguardo, ma sono comunque certo che le cose siano andate in questo modo: in che altro modo sarebbe potuto succedere che io scrivevo a una tizia austriaca che non avevo mai sentito nominare?

5d20e3cef0efe801e041284c5fb607eeLa cosa buffa di questa mia passione per gli amici di penna era che io cercavo amici di penna. Nessun secondo fine. Avevo delle “storie”, in quei mesi – cioè delle ragazze che ho amato follemente, nella vita reale – e non cercavo altro, dal punto di vista sentimentale. La mia più grande curiosità era quella di sentirmi raccontare da persone dall’altra parte della terra – o a qualche centinaio di chilometri da casa mia – cosa vedevano in quel momento dalla loro finestra; come si chiamava il loro gatto e quanti anni aveva; se erano felici. Queste mail le scrivevo tipicamente la domenica pomeriggio, con un computer fisso che avevo comprato nel 1998, collegato a Internet attraverso il modem (che andava staccato se qualcuno voleva telefonare), a casa dei miei nella quale ancora vivevo (con il senno di poi: ma con quale dignità?), ascoltando musica. Non avevo molti cd, allora – ce ne erano alcuni che mi passava una collega del lavoro, a pagamento (!). Mi piaceva molto Max Gazzè. E poi uno dei Cranberries, quelli di Zombie. Ho cercato su youtube quello che ascoltavo allora: non ricordavo neppure il titolo. E’ Bury the catchet o qualcosa del genere.

Comunque, tra le altre persone con le quali ero amico di penna, c’era questa tizia austriaca che capiva l’italiano. Mi aveva mandato anche delle foto di casa sua, una villetta in mezzo al verde, tutta di legno, molto tirolese nello stile, e anche una foto di suo figlio, o dei suoi figli, che erano biondi, e una foto di lei – una donna normale, come tante. E a un certo punto nella cassetta della posta, quella vera, quella di casa mia, ho trovato una candela a forma di cuore con sopra scritto Love, e una sua lettera scritta a mano con la quale mi rigraziava perché finalmente, dopo tanto tempo, sentiva di essere di nuovo felice, e fiduciosa per il suo futuro.

In un’altra mail, mi diceva che di lì a poche settimane sarebbe venuta a Sottomarina, una spiaggia a 50 km da Padova, una specie di discount delle vacanze, con un pullman di persone austriache, una gita organizzata. Ci eravamo dati appuntamento, o forse no, forse si era detto che ci saremmo visti di sicuro, ma non fissammo mai alcuna data. E poi io iniziai a non rispondere, a non trovarne il tempo. Forse, persi la password, ma probabilmente questa è una scusa che mi sono costruito a posteriori. La candela l’avevo messa in un cassetto sotto lo stereo. Quando ascoltavo i Cranberries pensavo a lei, e sentivo un po’ di dolcezza, un po’ di amore; ma non abbastanza. Ora ricordo vagamente una sua mail con la quale mi diceva che sarebbe stato sufficiente dirglielo che non volevo continuare, e io ci rimasi male per essere stato così…. così superficiale.

In quei mesi, ebbi alcune relazioni complicate: nel caso più semplice, erano storie in cui una amava uno che amava una che amava un altro; in quelli più complessi, l’alternarsi dei sessi, in quelle catene dell’amore non corrisposto, non era del tutto regolare. Vivevo con il cuore sulla pelle, e le musiche, anche quelle un po’ melense dei Cramberries, lavoravano direttamente sul sistema nervoso periferico. E in tutto quel marasma, c’era questa donna austriaca che mi aveva mandato una candela a forma di cuore, e aveva fatto qualche progetto su di noi, immaginato qualcosa di diverso per suo figlio, o i suoi figli, in un paese di montagna, nella sua casetta di legno…

Mi piacerebbe tirare fuori una qualche conclusione, una specie di morale, o una considerazione generale valida per tutti – ma non ci riesco. A volte succedono cose talmente piccole che non riescono neppure a diventare una storia. Sarebbe potuta andare diversamente – che continuava, o che ero io a mandare candele – ma si è fermata molto prima che diventasse importante, almeno per me. Certo, è maliconica, questa mancata corrispondenza amorosa; triste, questo errore di traduzione; antipatico, questo aver lasciato intendere qualcosa che non c’era; ed è umiliante per tutti, con motivi opposti, il fatto che io non sia neanche in grado di ricordare il suo nome; ma non c’è niente di drammatico. Posso dire solo questo: che anche adesso, se sento i Cranberries… be’, un po’ di quella dolcezza io la sento ancora. Ed è tutto qui.

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5 thoughts on “Le piccole cose

  1. Mi hai fatto ricordare il mio amico di penna… era svedese, il nome francamente nemmeno io lo ricordo. Condividevamo la passione per Ingo Strnmark, grande sciatore, e per il telefilm “il santo” con Roger Moore. Hai ragione, era una cosa bellissima e io ancora amo, adoro, le letter di carta e penna! Ci siamo scambiati, noi in inglese, decine di lettere, disegni, foto. Era una felicità, e ancora il ricordo lo é. Ma sai che forse sono capace di aver conservato le lettere? Domani vado a cercarle…

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  2. Bury the Hatchet, quel CD lo comprai originale molti anni dopo la sua uscita trovato, mi pare, semiabbandonato in uno di quei cassoni da supermercato, ma l’avevo ascoltato per anni. Ho sempre adorato Promises, quella col video della strega e dello sceriffo.
    Ma in realtà mi hai ricordato tante altre cose. I primi amici di penna in inglese ai tempi delle medie, o quelli conosciuti d’estate in campeggio, quando ancora si si scambiava l’indirizzo su un pezzetto di carta, ma anche i messaggi scambiati quanto, ai tempi, avevo un blog su splinder. Sembra un secolo fa.
    Questa credo sia la più preziosa abilità di uno scrittore, riuscirea entrare in risonanza con le emozioni del lettore.

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  3. Anch’io alle superiori avevo due amiche di penna: una, Despina, era una ragazza greca, abitava vicino ad Atene, l’altra era una ragazza dello Sri Lanka, di nome Hemanthie: la cosa incredibile è che era nata il mio stesso giorno , ma dall’altra parte del mondo. Ho tenuto rapporti epistolari con loro per due o tre anni, ci siamo anche scambiate delle foto… ma poi abbiamo perso i contatti. Chissà adesso, dopo trent’anni come sarà la loro vita…

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  4. Penso che la risposta sia nel motivo per il quale hai iniziato la corrispondenza diverso da quello della donna della candela a forma di cuore.

    p.s.
    ho appena finito di leggere “La passione secondo Matteo” ho lasciato qui le mie impressioni. Bellissimo, Paolo, ti ringrazio per questa lettura che non potrò dimenticare.

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  5. per un certo periodo ho odiato questa cosa dell’amico/a di penna. Ci aveva obbligati la nostra prof di inglese ad avviare questa corrispondenza e a me era capitato un ragazzino che mi scriveva solo delle auto che amava, del motore, del cambio… ma che me ne fregava…. poi, anni dopo, ho conosciuto una ragazza canadese in un ostello a Londra e, dopo quella vacanza, abbiamo cominciato a scriverci lettere, perché io non avevo un computer a casa. Con lei è stato diverso, è nata una amicizia che abbiamo portato avanti per molti anni, vedendoci una sola volta quando lei, nel 1989, poco prima di Natale, è venuta in Europa, per andare a Berlino a festeggiare la caduta del Muro di Berlino. Era il suo desiderio in previsione della sua “dipartita”… morì l’anno dopo per un tumore. Ci siamo sempre scritte via lettera, anche quando avevamo la mail. Ho ancora tutte le sue lettere, cartoline e foto in una scatola di biscotti.
    Tutto, qui. Volevo solo ricordarla. si chiamava Hellen.

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