L’altra vita

[…] Durante la cerimonia Sara lesse una lunghissima promessa che probabilmente aveva scritto a tredici anni e che aveva tenuto da parte per quell’occasione. Pietro, costretto da qualcuno o mosso da spirito di emulazione, ne lesse una ancora più lunga in cui riuscì a citare Sant’Agostino, Madre Tersa di Calcutta, Cesare Pavese e Jovanotti; a metà fece casino con i fogli, invertendo l’ordine di due pagine, facendo scivolare la cerimonia in una piece teatrale di Beckett. Tra i presenti, alcuni si commossero quando Sara dovette bloccarsi per il groppo in gola: si fermava, provava a riprendere, di nuovo si fermava mentre Pietro le asciugava le lacrime con un fazzoletto di un metro quadrato; altri, più cinici, si sforzavano di trattenere le risa. Lui, che si era messo in una delle ultime file, vicino ai tedeschi, avrebbe voluto piangere per sentirsi vivo ma da qualche anno l’amore gli si era rivelato per quello che era: un divertimento biologico ampiamente sopravvalutato. Ora che il suo spirito vitale si era spento – non fino a morire: se ne stava disteso in qualche letto esistenziale, immobile, agonizzante, tormentato dalle piaghe da decubito – guardava il mondo con l’occhio asciutto di una telecamera di sorveglianza. Il velo che copriva il mondo si era levato, e ciò che ora vedeva oltre il consueto inganno, dietro le case, gli alberi e i colli, era il vuoto, il nulla. Sapeva di essere depresso; tuttavia rifiutava l’idea che essere depressi fosse una deformazione patologica del modo di relazionarsi con l’universo. La verità non gli era mai stata così chiara come negli ultimi anni. Si passava una buona parte della propria vita a credere di essere dentro a una qualche storia dove i fatti, le coincidenze, i legami e le scelte, erano gli elementi di un’allegoria dove ogni cosa assumeva un ruolo in stretta relazione con tutte le altre; ma bastava vedere le vite degli altri, dei vecchi che piagnucolavano per ogni evento inaspettato, delle mamme che continuavano a rinviare il momento in cui sarebbero state felici, dei padri che morivano di cancro o di cuore o di tristezza davanti alla scrivania che doveva essere provvisoria ma che con il tempo si era trasformata in una bara senza troppi fronzoli, bastava alzare la testa per capire che non c’era alcun mondo trascendente del quale il mondo contingente era espressione… Nel corso degli ultimi cinquecentomila anni il cervello dell’uomo si era sviluppato con un obiettivo ben preciso: consentire al suo proprietario di immaginare il futuro. Grazie al prodigioso fiorire della corteccia cingolata anteriore e di quella prefrontale media, grazie al precuneo, all’ippocampo e alla corteccia parietale laterale, gli uomini avevano imparato a costruire una metafora di se stessi, e a farla muovere nel tempo: eccomi mentre realizzo tutti i miei sogni, tra venti o trent’anni! E quelle fantasie erano diventate così vere, così nitide, da riuscire a scavalcare la realtà, a sostituirla. Dal punto di vista evolutivo, era un successo grandioso: nessun altro animale era disposto a sacrificare il presente senza ricevere in cambio un vantaggio concreto, qui e ora… La depressione era la liberazione dai sogni, dalla follia di crederli veri; un ritorno al cervello dell’australopiteco, con lo svantaggio di avere la certezza di morire. Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare a illudersi sulla propria vita.[…]

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