Honey moon

Abbiamo fatto il viaggio di nozze in Spagna: non subito dopo il matrimonio, quando mi ero preso solo un giorno di ferie il venerdì e uno il lunedì, ma in agosto, tre mesi dopo, con calma, due lunghe e calde settimane. Siccome ai tempi vivevamo in un appartamento di 60 mq dalle parti di via Magenta, e non riuscivamo a immaginare dove saremmo stati dopo un anno – troppo presi dal presente scintillante in cui vivevamo – avevamo fatto una lista di nozze abbastanza striminzita (perfino il servizio da piatti era da sei: a casa nostra dodici persone non ci sarebbero mai state), lasciando la possibilità, a chi lo avesse voluto, di aiutarci a fare delle belle vacanze.

404921_3324640595459_395056602_nAllora io avevo appena compiuto 32 anni e Dunja ne aveva ancora 28. Eravamo una coppia giovane e molto innamorata – ci conoscevamo da poco più di un anno e ciascuno stava ancora esplorando il vasto territorio della nostra relazione. Ogni cosa era leggera e divertente, il futuro non ci faceva paura, e il passato non si era ancora appoggiato sulle nostre spalle. Anche quel viaggio fu all’insegna della massima serenità: non avevamo bisogno di niente, se non di stare insieme, di ridere, di fare qualche scemenza – costuire ricordi per i giorni che sarebbero venuti.
Siamo arrivati a Madrid in aereo e abbiamo subito prenotato una macchina. Nei giorni successivi puntammo il muso della Corsa verso sud – non avevamo neppure una guida turistica che ci indicasse cosa fare. Siamo andati verso Toledo, incrociando, da un certo punto in poi, le grandi anse del Guadalquivir, e non ci siamo più fermati. Dormivamo in campeggio, montando ogni sera la tenda in un posto diverso. Il materassino ce lo siamo comprati in un grande magazzino di Cordoba, uno dei primi giorni. A Siviglia abbiamo passato mezz’ora a guardare le formiche che portavano il cibo dentro al loro formicaio costruito sotto terra: davamo loro dei chicchi di mais tostato, grandi come un camper per le loro dimensioni, e se lo trascinavano dentro, instancabili. A Granada, fuori dal campeggio dove c’era una grande piscina, abbiamo trovato un McDonald con cinema: panino e poi “La ragna umana” in spagnolo, che nessuno dei due capiva. Ce lo siamo visto tutto. A Cadice abbiamo camminato per mezz’ora in una spiaggia lunghissima con il sole al tramonto, come in certe coste del Brasile; oltre i grattacieli che si affacciavano sul mare, invece, c’era una città mal ridotta, come una Sicilia decaduta. Sempre a Cordoba abbiamo mangiato una tazza di gaspatcho in una specie di chiostro con le piastrelle di ceramica blu, a ora di pranzo, dalle parti della casa dove era vissuto Cervantes. A Siviglia, abbiamo visto un matrimonio sontuoso con tantissime bambine vestite da damigelle, davanti a una chiesa barocca – gli sposi elegantissimi e un po’ mafiosi che attendevano sui gradini di una scalinata  (cercando su Google, potrebbe trattarsi della chiesa de El Divin Salvador, anche se non mi tornano alcuni dettagli).

Un po’ alla volta ci siamo spostati verso il mare. Avevamo un appuntamento con l’aereo che ci avrebbe riportato a casa, a Valencia, alla fine delle due settimane, e non volevamo arrivare in ritardo. Dopo otto giorni, siamo arrivati in Almeria, una regione che per entrambi era sconosciuta. Abbiamo vagato per un po’ alla ricerca di un campeggio; a caso, siamo arrivati a San Josè e là ci siamo fermati. San Josè è un piccolo paese vicino a spiagge di origine vulcanica, con la sabbia nera. E’ un luogo riservato e, per certi versi, cosmopolita. Il personale del campeggio, che si spacciava per spagnolo, era per la maggior parte composto da italiani. C’era l’impressione che fosse un luogo di persone in fuga.
Si stava bene, a San José. La spiaggia era sormontata da montagne nere, che si potevano scalare a piedi. Ho una bella foto di Dunja su una di queste enormi dune, con la spiaggia sotto, il cielo azzurro. Ma non era il posto giusto per fare mare. L’acqua era fredda, scura. Preferivamo passeggiare nei dintorni, andare la sera in centro a comprare braccialetti di cuoio da scambiarci o pareo venduti da donne abbronzate dall’aria libera. Ogni tanto ci sedavamo al bar a berci una birra e a pensare al giorno dopo.

san joseIl secondo o il terzo giorno, abbiamo trovato una libreria. Il proprietario era un inglese sulla sessantina – sembrava un ambasciatore decaduto, un agente segreto che aveva deciso di nascondersi nel nulla, quei tizi che prima si chiamavano tipo Gregory Greenwald e ora si facevano chiamare Greg da tutti, e a nessuno raccontavano la loro vita – o forse era solo una balena spiaggiata che non era più riuscita a prendere la via del mare. La libreria era casa sua, o casa sua era diventata una libreria. Greenwald, o Percival, o Marychurch o come diavolo si chiamava, era seduto a una scrivania rivolta verso una finestra affacciata sul mare azzurro. Parlava un inglese oxfordiano ed era tutto rosso in faccia. Gli abbiamo chiesto qualche consiglio. I libri erano usati, e ora non saprei proprio dire dove li prendeva, chi glieli portava. Conosceva l’esatta collocazione di ogni volume. A un certo punto si è alzato per cercarci qualcosa: respirava a fatica, come se avesse solo mezzo polmone, e si muoveva con una lentezza penosa. Sembrava felice di essere proprio là, ma chissà come doveva essere d’inverno. Aveva scelto quel posto per passare gli ultimi anni della sua vita, al calduccio, lontano dalla brughiera inglese. Alla fine ci ha dato una guida in inglese, che ci ha cambiato le vacanze.

Il giorno stesso, seguendo le indicazioni della guida, siamo andati a Nìjar, una città di orgine araba, nell’entroterra. Abbiamo attraversato una pianura enorme, una specie di specchio ustorio ricoperto da serre bianche. Siamo arrivati in città dopo mezz’ora di viaggio, abbiamo risalito il viale centrale, ci siamo fermati a mangiare tapas e a bere vino rosso, ridendo, fino a quando ci siamo dimenticati che ore erano. Quando siamo ripartiti, era già buio, la temperatura era calata, e noi eravamo un po’ brilli. Seguendo un’indicazione della guida, invece di scendere verso la pianura e puntare a San José, siamo saliti verso la montagna. Non c’era nulla, intorno a noi: solo campagna arsa, cespugli, terra, sabbia e tornanti. I fari della macchina illuminavano la strada, ma tutto intorno a noi era notte in ogni direzione. In  mezzo a quel nulla, abbiamo incrociato un vecchio con un cappello di paglia che andava da nessun posto verso nessuna parte. A una curva, abbiamo visto un cartello: “embalse de Isabel II”. Abbiamo iniziato a scherzare. Qualcuno aveva imbalsamato una regina? La sua mummia riposava da quelle parti? Poi, abbiamo incrociato cani solitari, altra terra arsa. Quando siamo arrivati al campeggio, era mezzanotte passata. Il vicino di tenda, un belga grande e grosso, aveva già iniziato a russare – un uomo che tagliava un tronco. Durante la notte, strane apparizioni di regine morte, nei sogni miei e di Dunja; il giorno ci ha sorpreso abbracciati.

I ricordi non sono importanti per i fatti che raccontano, ma per i sentimenti che risvegliano. Una decina di giorni fa abbiamo festeggiato le nozze d’oro dei miei genitori, e siamo andati a pranzo, con tutti i parenti, nel paese in cui andavo in vacanza da piccolo, e dove andava mia mamma da piccola, e dove andava mia nonna da piccola. C’è un pezzo della nostra storia, tra quelle poche case. Dopo pranzo siamo andati a passeggiare, e mi è stato chiaro che quei luoghi non avevano alcun valore se non sovrapponevo la mia vita – se non davo loro un particolare significato attraverso la mia storia personale.
Anche quello che è successo il giorno dopo la nostra gita a Nìjar non ha alcun senso, con il senno di poi: non ha nulla di oggettivamente memorabile. Abbiamo passato la mattina a fantasticare sul mistero della regina; dopo pranzo, siamo saliti di nuovo a Nìjar, l’abbiamo attraversata, abbiamo puntato verso le montagne fino a che non abbiamo trovato il cartello della sera prima. Lo posso ritrovare anche ora, aprendo le mappe di Google. Peccato che Google abbia offuscato il cartello, per motivi che non so.

embalse ii

 

Abbiamo parcheggiato la Corsa e abbiamo iniziato a scendere a piedi. Erano le tre del pomeriggio e c’era un caldo tremendo. Sulle montagne davanti, dei trattori continuavano ad andare avanti e indietro, ad arare quella terra secca. Abbiamo trovato lo scheletro di un animale. Ci siamo fatti delle foto, pensando a quel film sulla strega di Blair: qualcuno avrebbe ritrovato la nostra macchina fotografica e si sarebbe chiesto che fine avevamo fatto. Avevamo paura e ci veniva da ridere. Abbiamo continuato a scendere lungo il letto di un fiume. In lontananza, ci è sembrato di vedere una costruzione scavata nella pietra. Se cerco ora sempre sulle mappe di Google, trovo questo:

isabel ii 2

Sembrava di essere su Marte. La valle era stata scavata da un fiume che non esisteva più. In giro, continuavamo a trovare mandibole. A un certo punto abbiamo visto un palloncino di un cavallo nero alzarsi nel cielo. Siamo corsi in macchina, e non riuscivamo a smettere di ridere.

Nella mia vita, credo di non essermi mai sentito così vicino a una persona, così “un’unica cosa”, come in quel minuscolo, fanciullesco, insignificante momento. L’amore è una parola di difficile definizione: c’entrano la passione, il sesso, la confidenza, l’intimità; ma dentro puoi trovarci anche cose da bambini, come il gioco, la ridarola, la leggerezza, la percezione del presente come di un attimo infinito in ogni direzione. Ecco, il mio attimo infinito è stato nell’agosto del 2002, in luna di miele con mia moglie Dunja, in Spagna, dalle parti di Nìjar, accanto a una stupida indicazione stradale. Buffa la vita, no?

 

 

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3 thoughts on “Honey moon

  1. Mi sa che l’amore, quello che viene dopo l’ubriacatura iniziale dei sensi, è quella cosa lì, il lavorio di due persone che come le formiche che trasportavano mais, senza accorgersene si costruiscono una torre di ricordi comuni, quegli attimi di nulla e di eterno, in cui la presenza dell’altro è certezza e conforto

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