L’altra Lolita

Ieri sera ho visto il film “Lolita” nella versione di Adrian Lyne, un regista ingiustamente sottovalutato che nel corso della sua carriera ha saputo nascondere, dietro ai suoi “blockbuster”, perle di grande bellezza – penso alla scena de “L’amore infedele” in cui Connie, interpretata da una gigantesca Diane Lane, torna a casa dopo aver consumato il suo tradimento, o quella, minore ma comunque intensa, in cui Kim Basingere, in crisi con Mickey Rourke in “9 settimane e 1/2”, va a trovare il pittore Farnsworth per il quale sta preparando una mostra. E’ come se dentro di lui si fosse nascosto un artista che ogni tanto si inserisce di soppiatto per dire quello che veramente gli sta a cuore.
lolita 02Il film non è male, per quello che ne capisco io di cinema. Credo sia impossibile trasportare un libro come Lolita, dove l’aspetto letterario è predominante sopra ogni altra cosa, in un film di due ore, dove invece sono i dialoghi e le immagini a parlare. Lyne ha dovuto fare delle scelte ben precise, piegando la storia alle sue esigenze. Humbert Humbert assomiglia al Dottor Zivago che guarda il mondo (e Lolita in particoalre) con uno sguardo spalancato. Dei suoi tormenti interiori non rimane molto, mentre emerge, in forma superiore a quella del romanzo, la sua gelosia, che finisce per riempire la seconda metà del film. La ninfetta ha i capelli rossicci, mentre nel libro è scura; ha qualche anno in più, perché i 12 anni dell’originale sono difficilmente compatibili con un film non pornografico; le rimane la malizia, ma perde in sensibilità, fino a diventare, in certi momenti, colpevole (e in questi giorni in cui il caso Weinstein/resto del mondo sta tenendo impegnati molti social, la scelta non sembra particolarmente felice). In ogni caso l’ho guardato cercando proprio la corrispondenza tra romanzo e film – cosa è stato tolto, cosa è stato aggiunto. Mi sono meravigliato di una scena in cui Humbert, forse drogato, si alza dal letto e trova davanti alla porta dei tizi con una maschera di carta sulla faccia. Non ricordavo nulla di simile ma poi, ieri sera, andando a riprendere in mano il libro – merito innegabile – ho trovato questo dettaglio del tutto dimenticato, che occupa qualche riga. Mi è dispiaciuto che Humbert e Charlotte, in riva al lago, non siano scesi a nuotare: manca, quindi, il momento in cui Humbert è tentato di uccidere la madre di Lolita, e rinuncia per la presenza di due tizi che, in riva al lago, stanno sistemando una barca.

Lolita_(film_1997)Ma in ogni caso, una trasposizione fedele era impossibile. E ciò che senza dubbio si è perso quasi completamente è l’ironia implacabile del romanzo. “Lolita” è, prima di tutto, una commedia, che spesso assume i toni grotteschi. Ed è una commedia in cui il soggetto non è, come si sarebbe tentati di credere, la terribile storia d’amore tra un adulto e una dodicenne, ma, piuttosto, la storia di un uomo che racconta la terribile storida d’amore tra un adulto e una dodicenne. La voce narrante sta scrivendo un diario perché due motivi ben precisi: per spiegare alla corte che lo giudicherà i motivi della sua pazzia, confidando nella clemenza dei giurati, e per rendere immortale Lolita e il loro amore. Entrambi gli obiettivi richiedono una falsificazione della realtà (è proprio nella postfazione a questo libro che Nabokov specifica come questa parola possa essere scritta solo tra virgolette) e la sua mistificazione. Humbert Humbert è contemporaneamente il narratore e il burattino di questo romanzo. Mentre Lolita sta parlando con una compagna di classe, Humbert la sente pronunciare questa frase:

“Sai, quello che è tremendo della morte è che l’uomo è completamente abbandonato a se stesso”; e mi resi conto con stupore, mentre le mie ginocchia di automa andavano su e giù, che non sapevo proprio nulla della mente del mio tesoro

Anche nel finale, quando Humbert si trova finalmente faccia a faccia con Quilty, tutta la dinamica di questo scontro – la lotta goffa, la fuga, i colpi che feriscono Quilty (il quale reagisce come se fosse sul palco di un teatro) – è una rappresentazione vista da lontano: la voce narrante guarda il mondo come se non gli appartenesse più, o non gli fosse mai appartenuta. In un altro momento, proprio nella scena del lago assente nel film, Humbert improvvisamente vede tutta la scena come se fosse già un ricordo. In questo senso “Lolita” è un romanzo letterario: perché le parole di Humbert creano il mondo a propria immagine e somiglianza.

lolita97_01Ma c’è un punto in cui questo aspetto diventa più chiaro – diventa chiaro anche guardando il film, che proprio su questa scena memorabile lascia giù la sostanza dell’originale. Humbert Humbert, abbandonato da Lolita ormai tredicenne, passa del tempo a cercarla ma alla fine vi riuncia. Dopo quattro anni, però, riceve una lettera di lei che gli chiede dei soldi – lo chiama papà – perché è incinta e lei e suo marito, un certo Richard Schiller, vorrebero andare a lavorare in Alaska ma sono schiacciati dai debiti. Humbert recupera l’indirizzo e va a trovarla. L’intero capitolo, il ventinovesimo della seconda parte (del ventinovesimo della prima parte avevo già parlato in questo post), è uno dei punti più alti della letteratura di tutti i tempi – la perfezione assoluta. Lolita non è più la ninfetta di un tempo; vive in una specie di baracca scalcinata in un sobborgo di una grande città; il marito è un ragazzotto senza alcuna qualità che, mentre Humbert è in salotto  con Lolita, sta sistemando qualcosa in giardino con un tizio senza un braccio. Il cane che hanno è un delfino delfino che, quando lui se ne va, lo insegue “ma era troppo vecchio e pesante, e presto si arrese”. Il motivo di quella visita è pratico: vuole conoscere il nome di chi l’aveva portata via. Ma quando è davanti a lei… Era esplicitamente, enormemente incinta. La testa sembrava più piccola, e le guance dalle pallide lentiggini erano scavate, e i polpacci e le braccia nudi avevano perso tutta l’abbronzatura, tano che se ne vedeva la peluria. Portava un vesito di cotone marrone senza maniche e sformate ciabatte di feltro…, Humbert scrive questo:

Da qualche parte, dietro la baracca di Bill, una radio accesa dopo il lavoro aveva cominciato a cantare di fato e follia, e lei era lì, con la sua bellezza distrutta, le mani strette e le vene in rilievo, da adulta, e le braccia bianche con la pelle d’oca, e le orecchie appena concave, e le ascelle non rasate, era lì (la mia Lolita!), irrimediabilmente logora a diciassette anni, con quel bambino che già sognava, dentro di lei, di diventare un pezzo grosso, e di andare in pensione intorno al 2020 – e la guardai, la guardai, e seppi con chiarezza, come so di dover morire, che l’amavo più di qualunque cosa avessi mai visto o immaginato sulla terra, più di qualunque cosa avessi sperato in un altro mondo. Di lei restava soltanto il fievole odor di viole, l’eco di foglia morta della ninfetta sulla quale mi ero rotolato un tempo; un’eco sull’orlo di un precipizio fulvo….

L’amore di Humbert Humbert diventa, per un  momento, sublime. Lui stesso dice che l’antico vizio venne cancellato, rimosso, scacciato. Per la prima volta, ama un essere umano come lui. Ma non c’è speranza. E qui viene fuori la distanza con la quale Humbert (e quindi Nabokov) guarda alla tragedia della vita umana – l’ironia fondamento del romanzo, che ci consente di partecipare, per un attimo, alle sofferenze di esseri umani inventati, e di poterle vivere senza esserne schiacciati.
Lolita dice no, e lo fa minimizzando la loro “storia d’amore”. A lei piaceva Quilty. Tutto qui. Se avesse lasciato il marito, l’avrebbe fatto per quello, non per lui. Mentre lo dice, non prova nulla per la persona che gli sta davanti: né rabbia né tenerezza. Per sopravvivere a questa scena, l’Humbert narratore entra in scena, rubando lo spazio all’Humbert protagonista.

Lei e il cane mi accompagnarono. Constatai con stupore (questa è una figura retorica, non me ne stupii affatto) che la vista della vecchia automobile nella quale aveva viaggiato da bambina e da ninfetta la lasciava del tutto indifferente. […]
“Un’ultima parola,” dissi nel  mio inglese disgustosamente scrupoloso “sei proprio sicura che… be’, non domani, certo, e non dopodomani, ma… be’, un giorno, qualsiasi giorno, non verrai a vivere con me? Creerò un Dio nuovo di zecca e lo ringrazierò con grida lancinanti, se mi dai questa microscopica speranza” (qualcosa di questo tenore).
“No,” disse sorridendo “no”.
“Sarebbe stato tutto diverso” disse Humbert Humbert.
Poi estrassi l’automatica… cioè, questo è il genere di stupidaggine che il lettore potrebbe aspettarsi da me. Non mi passò neanche per la testa di farlo.

Per quattro volte in poche righe, Humbert Humbert fa vedere le mani del burattinaio in questa tragica rappresentazione. L’idea più geniale di un libro stacolmo di genialità è quell’improvviso e inaspettato passaggio alla terza persona: “disse Humbert Humbert”. La voce narrante si rende conto dell’abisso che separa il suo mondo interiore, stracolmo di bellezza, da quello in cui “succedono le cose”: l’amore tra loro due è assurdo, insensato; Lolita non è all’altezza dei suoi sogni, e lui stesso, perverso e immondo, non è all’altezza del desiderio immacolato che lo tormenta. I dialoghi di addio sono patetici per la loro stessa natura: perché sono terribili per chi li vive, ma insignificanti per chi li ascolta. L’unico modo che trova Humbert per gestire tutto questo è ammettere l’impossibilità di rendere poetici anche momenti così triviali; li riconduce alla retorica dei romanzetti rosa: lo dichiara. Solo quando tornerà solo, lasciata Lolita al suo destino (morirà di lì a pochi mesi, come viene detto a pagina due del libro, di parto, dando alla luce una bambina già morta), può tornare a sognare:

E dopo non  molto guidavo nella pioggerellina del giorno morente, coi tergicristalli in piena azione ma incapaci di tenere testa alle mie lacrime.

 

(la traduzione dei brani di Nabokov è di Giulia Arborio Mella, edizioni Adelphi)

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9 thoughts on “L’altra Lolita

  1. E’ una splendida recensione di una versione cinematografica a cui comunque preferisco sempre quella di Kubrik, che mi pare più vicina al romanzo, anche per la diversa forza degli attori. Ho riletto Lolita l’anno scorso, dopo molti decenni, e davvero il genio di Nabokov è quasi inarrivabile.

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      1. Sì. Dovrei rivedere (meglio, vedere per intero) il film e rileggere il libro. Lo farò.
        Leggendo l’articolo, mi è venuto in mente “Disperazione” e una certa “analogia” nella “prospettiva narrativa” dei due romanzi. Retrospettiva e giustificatoria. Il rapporto dell’io narrante con uno o più giudici-accusatori (compreso se stesso). La ricostruzione distorta e funzionale dei fatti. Un punto di vista narrativo che permette di mescolare reale-ideale-mistificato e porre, senza la minima ombra di immedesimazione, il protagonista allo stesso livello dell’Autore. Solo è quello dell’Autore che si cala nel personaggio il movimento che si avverte, ma il contrario.

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        1. Si, “Disperazione” ha lo stesso meccanismo: un diario in cui qualcuno racconta un crimine commesso, mistificandola. E’ un libro che ho amato, e che contiene almeno due idee fenomenali: la rilettura del libro in cerca dell’indizio che lo inchioda, e la scoperta (da parte di noi lettori) che il suo “doppio” non gli somigliava per nulla. Un amico diceva che Nabokov è il Maradona della letteratura – mi è sempre sembrato un paragone irriverente, e vero! 🙂

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          1. Aggiungo anche “un po’ incompreso”… chi lo conosce lo ama, ma non siamo in molto, io credo. Comunque ieri pensavo al suo più grande pregio: la capacità di raccontare cose estremamente complesse, in modo cristallino. Penso, ad esempio, a quei pochi capitoli che stanno tra l’ultimo incontro con Lolita e l’omicidio di Quilty, in cui Humbert prova a fare una sorta di bilancio del suo rapporto con Lolita… Sono pagine di una profondità immensa: dal punto di vista cognitivo, Nabokov riesce a rappresentare la complessità di un essere umano con una chiarezza ineguagliata… Negli anni successivi, a mio parere ha finito per compiacersi di questa abilità, perdendo di vista il fatto che al centro deve esserci sempre e comunque l’essere umano – in Lolita, invece, tutto funziona alla perfezione (anche in “Ada, o Ardore” ci sono pezzi immensi: ma a sprazzi).

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