L’amore respinto

Ci sono alcuni aforismi che continuano a rimbombarmi in testa. Uno di questi l’ha scritto Stendhal e parla di amore e letteratura. Vado a memoria: ci sono così tanti tipi di amore da riempire una galassia; noi, fino ad ora, ci siamo limitati a descrivere due o trecento stelle, e neppure le più luminose.
In questa opera di paziente censimento, una bella botta l’ha data, più di cento anni dopo, Nabokov, con il suo capolavoro Lolita, un romanzo che, al di là del suo nucleo morboso – il desiderio sessuale verso una bambina di 12 anni –, riesce a rappresentare con attentissima precisione l’ampio spettro amoroso che va dal colpo di fulmine iniziale fino alla conclusione, dolorosa e umiliante.
La grandezza di Lolita, l’elemento che salva questo libro dall’orrore posto a suo fondamento, risiede nella sapiente crudeltà di Nabokov. Il personaggio principale, Humbert Humbert, sopporta ogni genere di tormento per colpa del suo amore impossibile. Nabokov lo crea così ingenuo, così romantico, che quest’uomo non riesce a capire che Lolita non lo ama neppure per un momento. Anzi, lo prende in giro per due o trecento pagine, portandosi dietro, nel loro folle viaggio attraverso l’America, un amante che, lo si scopre alla fine, è un vero e proprio orco. A un certo punto fugge, e non dà più notizie di sé. Humbert sprofonda nel dolore. Quattro anni dopo questo abbandono improvviso, Lolita scrive una lettera a Humbert Humbert perché ha bisogno di soldi. Lui riesce a rintracciarla e la va a trovare (siamo al capitolo 29 della seconda parte del libro). Il suo obiettivo è uccidere l’amante – tra i tanti amori di cui parla il romanzo, c’è anche quello che alimenta la più bruciante delle gelosie. Per tutta la durata dell’incontro con una Lolita incinta e un po’ sformata, Humbert terrà la mano in tasca, stretta su una pistola.

«Ma guarda chi c’è-è!» esalò dopo un attimo di silenzio, con tutta l’enfasi dello stupore e del benvenuto.
«Tuo marito è in casa?» gracchiai, il pugno in tasca.
Non potevo uccidere lei, naturalmente, come ha pensato qualcuno. Vedete, io l’amavo. Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista.

Lolita è molto cambiata. Ora vive in una catapecchia. Odore di Dolly, con lieve aggiunta di fritto sente nell’aria il naso raffinato di Humbert Humbert, che intanto pensa:

Curioso: benché la sua bellezza fosse sfiorita, mi resi conto con precisione, così disperatamente tardi, di quanto somigliasse – di quanto avesse sempre somigliato – alla fulva Venere del Botticelli: lo stesso naso delicato, la stessa grazia evanescente.

La bellezza è negli occhi di chi guarda – questo è risaputo. In ogni caso, Humbert ha uno scopo molto pratico: vuole conoscere il nome del suo amante, quello che lei si era trascinata per mezza America, allo scopo di ucciderlo. Esclude subito che sia il marito, Dick, un ragazzone che sta sistemando qualcosa sul retro. Le chiede allora di confessare il nome; lei si rifiuta di dirglielo, lui insiste, lei tentenna, lui minaccia di andarsene, lei cede e glielo rivela. Lo fa in questo modo (ancora la precisione mostruosa di Nabokov):

E con voce sommessa e confidenziale, inarcando le sopracciglia sottili e sporgendo le labbra screpolate, emise in tono beffardo, leggermente schizzinoso, ma non senza tenerezza, con una sorta di sibilo attutito, il nome che il lettore astuto ha indovinato da tempo.

(Per inciso: la prima volta che sono arrivato a questo punto della lettura, non ho indovinato il nome. Non rientro evidentemente nella categoria dei lettori astuti).
Per Humbert tutto diventa improvvisamente chiaro – le firme fasulle sui registri dei motel, le recite a cui partecipa Lolita… Ma la sorpresa più grande è che lei lo ama!

Lei, come dicevo, parlava. La sua voce era fluida e rilassata. Era l’unico uomo per il quale avesse perso la testa. E Dick? Oh, Dick era un angelo, erano felici insieme, ma lei voleva dire un’altra cosa. E io non avevo mai contato nulla, naturalmente?

La crudeltà, senza un’umana, struggente comprensione del dolore che prova un uomo quando viene ferito, non vale nulla – è mero esercizio retorico. Nabokov infierisce sul suo protagonista, ma comprende fino in fondo il tormento dell’amante respinto.

E io non avevo mai contato nulla, naturalmente? Mi osservò come se avesse colto all’improvviso il fatto incredibile – e in qualche modo tedioso, imbarazzante e inutile – che il distaccato, elegante, snello abitudinario quarantenne che le sedeva accanto con la sua giacca di velluto aveva conosciuto e adorato ogni poro e ogni follicolo del suo corpo pubescente. Nei suoi slavati occhi grigi, stranamente occhialuti, il nostro povero romanzo d’amore fu riflesso, ponderato e scartato come una festa noiosa, come un picnic sotto la pioggia a cui abbiano partecipato solo i più barbosi scocciatori, come un compito monotono, come un pezzetto di fango risecchito che inzaccherasse la sua infanzia.

Nell’orribile cucina in cui sono seduti fa finalmente capolino il marito di Lolita, Dick, con un amico senza un braccio che si è tagliato un pollice aprendo una lattina. Lolita cura il ditone del tizio. Poi, ritornati soli, riprendono a parlare.

«Così mi hai tradito? Dove sei andata? Dov’è lui adesso?».
[..]
«Tradito? No». [..] No. Non mi aveva tradito. [..] Lui vedeva – sorriso – dentro tutto e tutti, perché non era come me e lei, era un genio. Molto in gamba. Spiritosissimo! Quando gli aveva confessato come stavano le cose tra me e lei era morto dal ridere, e aveva detto che lo aveva intuito.
[..]
Non era un maiale. Era in gambissima, sotto molti aspetti. Ma non faceva che bere e drogarsi. E, certo, in fatto di sesso aveva dei gusti molto strampalati, e i suoi amici erano suoi schiavi. Non potevo neanche immaginare (io, Humbert, non potevo immaginare!) le cose che facevano tutti al Duk Duk Ranch.
[..]
«Quali cose?».
«Oh, cose strambe, sporche, fuori del normale. Sai, prendeva due ragazze e due ragazzi, e tre o quattro uomini, e l’idea era di abbrancarci tutti nudi mentre una vecchia ci filmava»

Humbert è un mostro, e sa di esserlo. Ma l’amante di Lolita è mille volte peggio di lui, e non si fa alcun problema. Eppure Lolita ha le idee chiare, in merito. Prima di andarsene, Humbert fa un ultimo struggente, fiabesco, tentativo:

«Lolita,» dissi «forse questo non sta né in cielo né in terra, ma devo dirlo. La vita è molto breve. Da qui a quella vecchia macchina che conosci così bene ci saranno venti, venticinque passi. È un tragitto brevissimo. Falli, quei venticinque passi. Subito. Immediatamente. Vieni così come sei. E vivremo per sempre felici e contenti».
[..]
«No» rispose. «No, caro, no».
Non mi aveva mai chiamato caro.
«No,» disse «neanche a parlarne. Piuttosto tornerei da Cue. Voglio dire…».

(Mentre leggo questo capitolo meraviglioso, sul quale mi ero soffermato già in questo post, non posso non pensare a una delle più belle poesie della letteratura americana, The raven di Edgar Allan Poe. Qui Lolita è il corvo del quale conosciamo in anticipo tutte le risposte; tuttavia, non resistiamo alla tentazione di porgli le domande che ci fanno più male.)

***

picnicÈ probabile che uno dei motivi per i quali io adoro questo capitolo di Lolita è il fatto che, tra le altre cose, parli della mia vita. Mi fa sentire meno solo, che in fondo è la prima motivazione che spinge le persone a leggere. E poi sublima un mio dolore privatissimo, grazie al caleidoscopio luminoso di Nabokov. Ora facciamo finta, per un attimo, che non esista quella cosa noiosissma chiamata privacy – la mia, in particolare. Ecco, allora, una storia che mi riguarda, raccontata con franchezza. La prima estate da “fidanzato” – era il 1986 e io avevo sedici anni – finì male: lei, tornata dalle ferie in Sicilia, mi disse che non mi amava più. Insistetti, come Humbert, per conoscere la verità che nascondeva quell’abbandono; e lei, con la stessa ingenuità di Lolita (aveva ancora quindici anni, non era poi così lontana), confessò che c’era un altro, un amico del quale mi aveva parlato in altre occasioni, un diciottenne siciliano con la moto, le dita grosse come tubi, la strafottenza di un bullo – un troglodita, insomma. Gli aveva perfino regalato una bellissima foto che le avevo fatto nel salotto di casa mia, accanto a un vaso di fiori. Poche settimane dopo, io ancora innamorato, le prestai L’insostenibile leggerezza dell’essere che avevo divorato durante l’estate. Era il primo romanzo che mi aveva fatto sentire adulto… E speravo che capisse – non so esattamente cosa, ma che capisse. Lo lesse, e alla fine qualcosa capì, in effetti, perché mi disse: “Ecco, tu assomigli a Franz”. Improvvisamente, la nostra storia era diventato il picnic sotto la pioggia di cui parlava Humbert.
“Come a Franz? Il professore senza alcuna sensualità della quale Sabina si prende gioco? L’uomo che viene tradito per quel figlio di puttana di Tomáš?” (il personaggio al quale, per inciso, avrei voluto disperatamente somigliare).
“Più o meno”.
1422In quel gioco delle parti, in quella trasposizione letteraria della nostra vita, il troglodita era interpretato da Tomáš e lei, io credo, non da Tereza, immagine dell’amore fedele, ma da Sabina; io, invece, ero quel cornuto di Franz. Oppure io ero Humbert, lei Lolita e l’altro, quel tizio con i ditoni, l’orribile Cue. La cosa buffa è che ci ricascai, con questa personale Sabina. Superammo l’ostacolo del troglodita, ne trovammo altri (li trovava sempre lei, a dire il vero), fino a quando fu chiaro che era impossibile continuare. Ci vollero altri tredici anni per capirlo, per dirla tutta. Feci comunque un ultimo tentativo, proprio mentre stavamo calando la saracinesca, e le scrissi una lettera in cui le dicevo che potevamo riprovarci, in qualche modo. Una lettera che traboccava amore – forse più di quanto ne avessi davvero. Lei la lesse dopo essere tornata da un giro di giostre di due giorni con un istruttore di bungee jumping e mi rispose con un complimento: “scrivi proprio bene”.

trogloditaÈ successo altre due volte, e le racconto – affanculo la privacy. Intorno ai trent’anni, una ragazza che avevo frequentato per due mesi mi ha lasciato. Succede. Era il 26 dicembre, se la memoria non mi tradisce. A marzo l’ho ritrovata assieme a Dj Bobo. Bene, le ho detto, sono felice per te – e lo ero davvero, la nostra breve relazione era acqua passata, nessun rimpianto e nessun ripensamento. Però io l’avevo già conosciuto, questo Dj Bobo. Era stato in classe con mio fratello più piccolo alle elementari, e ricordavo con chiarezza che era una delle poche persone al mondo a possedere un quoziente d’intelligenza negativo. Eppure lei lo amava. Gli amici mi dicevano che con lui ora si sentiva finalmente a posto. (Anche questa, ora che ci penso, mi aveva detto che scrivevo molto bene, in risposta a una mia mail… forse dovrei perdere meno tempo a scrivere…). Poi ce n’è stata un’altra, di storia come questa, così asimmetrica intendo, ma molto più lunga e molto più complicata. Una relazione che ha accompagnato gran parte della mia vita prima dei trent’anni, come certi fiumi carsici (il Timavo, ad esempio) che spariscono e poi riaffiorano – ma ci sono sempre. Io avrei fatto di tutto, per quell’amore. Intorno ai vent’anni ero addirittura sul punto di lasciare la mia fidanzata storica (quella per la quale assomigliavo a Franz, per capirci), così, di punto in bianco, prendermi un appartamento e andare a convivere. Ogni volta che ci pensavo, dovevo masturbarmi. Mi ricordo di averci pensato molto intensamente durante un viaggio di ritorno da Barcellona, in treno, in una carrozza letto, accanto ad altre cinque persone (tra le quali la mia personale Sabina): un incubo. Ma non sono mai arrivato neanche al punto di proporglielo, di farglielo sapere, che mi sarei gettato ai suoi piedi. Non l’ho fatto perché avevo la certezza che, tra i due, l’unico a essere innamorato ero io. Andavamo a letto insieme, ma, ancora, io ero Humbert (“Vieni come sei e vivremo per sempre felici e contenti” – “No, caro, no. Neanche a parlarne”) o, nelle migliori delle ipotesi, Dick (“Un angelo, ma io volevo un’altra cosa”). Gli altri suoi uomini erano terribili, insignificanti, tonti, eppure il suo cuore, inspiegabilmente (inspiegabilmente per me, serve dirlo?), apparteneva a loro. Non c’era nulla che mi facesse sentire tanto brutto, e barboso, e totalmente privo di appeal, come quell’amore sistematicamente respinto.

E più di qualche volta sono stato anch’io dalla parte dell’aguzzino – di quello che gettava alle ortiche un amore pieno di bellezza per una porcellina che, vista da fuori, non aveva poi molto da dire. So cosa vuol dire essere amati e sentire che, tutto sommato, quell’amore pieno di buone qualità non significa nulla. Il mancato accordo rientra tra i possibili esiti del gioco – è il motivo per cui è cosa buona e giusta fare un po’ di esperienza prima di arrivare all’età del matrimonio. Ma il punto è che questi amori rifiutati, respinti, questi dolori e questi rifiuti così intimamente legati, non avevano nome, non avevano forma, non erano nulla, prima che Nabokov trovasse il modo giusto di raccontarli.

Annunci

6 risposte a "L’amore respinto"

  1. Letto d’un fiato ieri sera, ma ti ringrazio adesso.
    Pensa che io agli amori respinti, rifiutati, impossibili ho l’abbonamento a vita, e non ho ancora capito se ciò faccia di me un eroe o un coglione, un angelo o una capra, un eletto o un maledetto, uno che non sa amare o uno che non vuole essere amato.
    Pure a me è capitato anche di trovarmi (più raramente) dalla parte di colui che rifiuta. A volte mi viene da pensare che davvero il nome del terribile dio dell’amore sia quello inventato in un racconto da Stefano Benni (lo scrivo sbagliato ma conta la sostanza): AMIKINONTAMANONAMIKITAMA.
    Un abbraccio.

    Liked by 1 persona

  2. Ho sentito quasi un male fisico a leggere questo articolo, nonostante tu scriva effettivamente molto bene (me lo concedo perché non ci amiamo :-).

    Per il resto… l’amore è nemico della razionalità, ci si può fare poco.

    Mi piace

  3. Bellissimo e vero, tutto. Mi avevi già convinta al “Mi fa sentire meno solo, che in fondo è la prima motivazione che spinge le persone a leggere”.
    Grazie :-).

    Mi piace

  4. Di esperienze così ne avrei anch’io da raccontare sarà per questo che adoro e mi ritrovo nei tuoi personaggi con tutte le loro umane debolezze.
    Tornando a Nabokov, pochi autori sanno essere così crudeli coi loro personaggi.

    Mi piace

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...