Ti sto dicendo grazie – Daniele Campanari

Riprende, dopo un po’ di tempo, la pubblicazione su Grafemi di racconti di altri autori. Nel caso specifico, sono rimasto estremamente colpito dalla qualità della scrittura di Daniele Campanari, e dalla bellezza di questo racconto: non faccio il talent scout (mi piacerebbe ma non ne ho il tempo), ma mi auguro che qualche editore in ascolto valuti seriamente di contattare l’autore…
Per l’occasione ritorna anche la collaborazione con la grafica che aveva già curato l’aspetto “grafico” di un vecchio post di marzo, quello su Matija e i suoi capelli rossi. Come ho già avuto modo di dire, non ho alcun talento nella scelta delle immagini; questa ragazza, invece, evidentemente sì. Sono felice che questa collaborazione sia ripresa!

Ti sto dicendo grazie
di Daniele Campanari

Metti le mani sulla pancia, senti, scalcio.
Sono le impronte, le prime di una creatura che ancora non esiste. Dopo le mani ecco l’orecchio poco sopra l’ombelico, sul baricentro di tua moglie, mia madre. Ogni feto è figlio unico, mi stavi responsabilizzando prima di avere un’età. Mi hai fatta perché fossi un’adolescente con le caratteristiche di una donna. Donna magra, magrissima, diciamo pure anoressica. Pesavo come il peso delle parole affidate a una bilancia che preferiva numeri disperi: venticinque. Venticinque chili. Troppo pochi per tenersi in piedi, comunque sufficienti per farmi notare. Adesso mi vedi, papà, come mi vedi? Una figlia modello, forse, una bambina – è la mia bambina! hai sempre detto tra la gente – incapace di intendere ma desiderosa di volere. Ho pesato la mia vita partendo dal punto più basso, sono diventata grande a vent’anni iniziando con le faccende domestiche: pulire la nostra casa, addobbare la nostra casa, aspettare la nostra casa. Perché la nostra casa non è nostra, è tua, e io non ho mai vissuto oltre i confini del bagno. Il bagno è il luogo della costanza, lo spazio tra la tazza e il bidet l’angolo della riflessione. È qui che mi sedevo dopo ogni pasto, un filtro d’aria, le dita in gola per stimolare l’eruzione. Il cibo trasformato in poltiglia cola come lava, lava le labbra cancellando le parole. Alcuni pezzi finivano nel reggiseno, che schifo, dovevo lavarmi spesso e ricominciare. Altri andavano a terra, pulivo il pavimento con il sapone per le mani velocizzando le operazioni. Di nuovo, dicevi, di nuovo, urlavi, e io urlavo cercando comprensione da chi se non da te. E tu urlavi, cosa hai fatto, dicevi urlando, cosa hai fatto, ripetevi ancora più forte mettendo le mani sulla testa. Che dovevo fare, papà, ho fatto quello che non mi hai detto di fare. Sono una ventenne che nasconde il proprio vomito nel reggiseno. Scalcia la bambina. Il mio sesso l’hai conosciuto presto.
Una femmina, sbotti quando il ginecologo risponde alla tua domanda: chi dovrò sopportare. Come è stato difficile amare perché amarsi è un concetto distante dalla tua idea di vita. Figuriamoci amare una bambina per te che avresti voluto un maschio. Per accontentarti ho chiesto soldati di plastica, ho giocato alla guerra in una stanza rosa, anzi, una stanza bianca come quella della clinica. Mi vestivo come un maschio, sulla testa un cappello al contrario e ho tatuato la pelle con due, quattro, sette, dieci disegni di inchiostro. Ero una bambina prodigio, infrangevo ogni regola per essere al pari dei bulli della scuola e quando avevo voglia non mangiavo, sì, pativo la fame imparando a soffrire. Perché ero più forte della natura. Ero un uomo, comunque con i capelli lunghi. Quelli non hai potuto negarli, volevo pettinarli spesso come faceva mamma con i suoi. E amavo una donna perché è così che volevi: uomo e donna, donna e uomo. E io ero uomo nel mio corpo di donna.
Mi annusi come un cane alla ricerca di qualcosa che crede ci sia, ma non c’è niente in questo spazio dove siamo, noi siamo il nulla e occupiamo il vuoto. Il vuoto riempie le persone di oggi, dicevi, e io ascoltavo quando lo dicevi cercando di capire cosa volessi dire, se quel vuoto di riferimento fossi io, piccola donna diventata grande in una clinica per anoressiche. È qui che hai detto che saresti tornato, invece non sei mai più venuto a riprendermi.
Tra sei mesi tornerò, dicevi. Credevo fosse un patto di sangue, una conseguenza tra padre e figlia: uno protegge, l’altra non va mai al tappeto. Io invece finivo a terra come quella volta al centro commerciale: tu pagavi l’anello, io soccorsa dai medici del 118.
C’è mio padre dentro, dicevo, c’è mio padre dentro. Intendevo dire che eri dentro di me, tu, mio padre.
Due padri crescono figli ciechi, dicevi. Ti alzavi di scatto, sbattevi il pugno sul tavolo, gridavi – gridavi sempre quando volevi che ti sentissi; ma le tue ragioni sarebbero state attraenti se fossero state sussurrate – due padri crescono figli ciechi. Ma due madri possono dare tanta vita quanta si vorrebbe, pensavo mentre eri pronto a sparire. Del tuo corpo conoscevo il lato posteriore, quello che mi davi ogni volta che partivi per illustri lunghi viaggi. Ti identificavo come l’etichetta che esce dal collo, dai pantaloni, un uomo in milionesima copia con i suoi cliché, le sue certezze, le idee con le quali masturbavi la mente dei lettori del tuo giornale.
Chiedere, assicurarti che tutto sia come visto, domandare, sono cose che giustificano il tuo lavoro. Ti assicuri che la porta della mia stanza sia chiusa, usi la maniglia come certezza. Non entri nel profondo nero dei miei occhi per paura di annegare. Ma non si annega alla vista di una bambina. La bambina ero io, una bambina perfetta con manie anoressiche: tiravo la maglietta fino al seno e la tenevo così, su, trattenevo il respiro ed ero bella perché magra, la più magra del mondo. Ed ora sono qua, al cospetto di mio padre, ti mostro l’anello che mi hai regalato. Forse mi vuoi sposare, papà, sposami. Ma io ho altro per te, qualcos’altro.

*

frozen5

Il venerdì era il giorno della seduta, il giorno in cui mi sentivo capita, la più magra di tutte le magre. Realmente non ero al centro dell’attenzione, ma al centro del mio mondo. Durante questo periodo ho scoperto il significato dell’altruismo, della solidarietà. Aiutare altre ragazze serve a mettere in pace la coscienza, lottare insieme per continuare a vivere.

Vivere significava restare sotto il lungo effetto contraddittorio di uno psicofarmaco. Alla seduta di gruppo partecipavano solo quelle che erano nelle mie stesse condizioni, ragazze guidate da una voce che suggeriva quando mangiare e, soprattutto, che ordinava di rimettere quello che ancora non era stato digerito. Ognuna di noi raccontava la propria storia ogni giorno per cinque minuti: un loop soporifero eppure attraente perché offriva nuove possibilità, variazioni storiche, addirittura risvolti mai esistiti. Tu eri diventato Papà Gambalunga. Hai presente il personaggio dei cartoni animati che interpreta l’ombra di sé stesso? Papà Gambalunga non è mai distratto dalla natura evasiva degli uccelli, dalla libertà del vento e da tutte le altre libere conoscenze dell’uomo. Il suo unico scopo è proteggere sua figlia. E poi aiutarla a scegliere il vestito giusto, accompagnarla a scuola, darle i soldi per divertirsi. Non utilizza armi né rimproveri ma solo la sua lunga ombra. È legato alla sua ombra, la protegge. E se ne ha bisogno le cucina qualcosa di buono, la fa sedere a tavola, non occupa il posto dove è abituata a stare. Ma è solo una proiezione della carne, quella che per lungo tempo mi è mancata, la carne.
Tu come ti chiami?
Gaia…
Vuoi raccontarci la tua storia, Gaia?
Così iniziavo a parlare di te, sempre e solo di te. Ponevi in secondo piano la malattia, eri più forte di lei, più decisivo anche se assente.
Mio padre è scomparso, nessuno sa dov’è, cosa fa, e soprattutto perché è andato via di casa dopo la morte di mamma. Se sono anoressica lo devo a lui, alla sua incompetenza, alla linea di colla sul mio corpo e alla sparizione, una specie di operazione che annulla tutto.
Come si chiama tuo padre?
Mi chiedevano il tuo nome, capisci? Come se battezzare una persona cambiasse il mio stato. Ecco perché scelgo di non darti un nome, vorrei che tu sia nato anonimo.
Non me lo ricordo…
Non me lo ricordo, dicevo.
Una bugia che confondeva le idee di chi mi ascoltava.

*

La discesa era lenta, le cause da ricercare nell’uso smisurato di antibiotico e cortisone. Pazienza, mi dissi: la storia insegna che provando e riprovando gli Achei entrarono a Troia.
Intanto ero penetrata nel tuo silenzio indossando una veste diversa dalla solita. Con te bisognava fare così, muoversi in punta di piedi facendo sentire il rumore degli orecchini di metallo che si tamponano.
Ero uscita dalla mia camera perché tu e mamma gridavate. Non capivo cosa dicevate, sentivo soltanto la tua voce sbattere continuamente sul suo petto costringendola a indietreggiare fino ai mobili della cucina.
Così avevo infilato il cappotto fingendo di essere una figlia di passaggio e me ne sono andata chiudendo la porta di casa.
Quel giorno dovevamo vederci, avevi promesso che mi avresti portata al cinema e poi, chissà, a ballare. E invece niente, hai proseguito violenze verbali su mamma.
Ti posso chiamare? È urgente.
L’urgenza reale era che non avevo fame. Nessuno stimolo. Ma non potevo permettermi di restare nuda nel freddo del mio corpo.
Che è successo?
Non voglio un sostegno, ma cerca di capire. Così hai detto.
Pensieri muti anticipavano l’errore commesso questa volta. Qualsiasi fosse ero decisa a trovarlo. Che è successo con mamma?
Le ragazze come me si sentono piombo quando devono camminare tra le linee emotive. E per farlo devono essere certe che sia stato steso un tappeto rosso, uno di quelli che si vedono sulle passerelle pronte ad accogliere scheletri addobbati da rigori alimentari.
Tua madre ha un tumore.
Non capisco…
Un tumore, sì.
Ecco cosa cercavi di estrarre dal corpo di mamma. Come se la responsabilità del malessere fosse a lei dovuta.
L’occasione fu ghiotta per ribadire che ero stata io a metterla da parte, a farla soffrire e a indurla a non rivelare il suo stato fisico. Perché la mia era un’intelligenza unica, diversa da ogni percezione umana. Questo stato, quindi, creava distanza.
Non andare, aspetta!
Non ho saputo dirti che eri tu il fattore della mia differenza. Sentivo i tuoi passi frettolosi già nel corridoio del mio passato.
Aspetta papà!
Cosa potevi saperne della massa uniforme che vedevo ribellarsi come se volesse modificarci. Mi ero presentata al tuo paterno cospetto con leggi diverse da quelle rispettate dagli altri.
I miei altri erano proiezioni che non mi accettavano per quello che ero: a volte grassa, altre magra, altre ancora troppo truccata, brutta, bella, incapace, decisa, religiosa. Vuota. Ognuno vedeva quello che voleva, ma nessuno ci aveva visto davvero.
Ho ripensato alla domanda che ti ho fatto quella sera: Dove stai andando?
In realtà speravo che mi facessi sapere da dove stavi tornando.

*

Sai cosa odio di te?
Avevi gli occhi dispersi, puntati in alto, una vista asciutta come una pozza d’acqua nel deserto.
Cosa?
È il tuo ultimo respiro che ricordo, non le parole.
A volte è necessario permettere al corpo di lasciarsi andare come in un copione teatrale che si recita senza pensiero. Quelle domande erano per te un’occasione per confermare fatica e dolore.
Il tuo ordine, la solitudine, i riflessi lenti, le mani che mi mettevi tra i capelli; è questo ciò che odiavo. Odiavo la tua compostezza come quella di un militare schierato a favore di una morale. Odiavo la tua risata fragorosa e il fatto che non sapevi raccontare le storie della buonanotte. E odiavo quando eri indifferente al mio non ti importa niente di me.
È il momento di fuggire, hai detto.
Questo invito era il biglietto obliterato per un viaggio di sola andata. Mi hai voltato le spalle e sei partito nell’indifferenza. Facevi sempre così quando non avevi voglia di parlare.
Stamattina mi hai svegliata da un lungo sonno. Poteva essere un tuono nel cielo limpido, una frenata brusca.
Pronto…
Gaia?
Sì…
Sono papà.
Ho indossato la maglia che avevo il giorno della cresima. Ancora mi sta bene nonostante siano passati diversi anni. Ho sciolto i capelli e lasciato il viso senza trucco. Poi sono uscita di casa per venire da te, per andare dove mi hai detto di venire: in redazione. Sono entrata e ti ho guardato da lontano. Ho osservato i tuoi gesti, gli occhiali spostati sulla fronte e una piccola imprecazione per qualcosa che, probabilmente, non stava funzionando come volevi.
Vorrei intervistarti.
Che cosa significa?
Vorrei sapere come sono andate le cose da quando…
… da quando sei scappato senza salutarmi, da quando hai lasciato morire mamma perché ti sei affidato alla cura ecclesiastica, da quando mi hai abbandonata nella clinica senza sapere cosa sarebbe stato dopo.
Gaia, per favore…
E di Ludo, perché non hai voluto sapere niente di Ludo?
Ancora con questa Ludovica…
Si chiamava Ludo, non Ludovica! Ed era la mia amante, la mia compagna, la mia confidente, la mia spalla su cui piangere, il laccio delle scarpe, il risvolto dei jeans, la coperta per l’inferno, talvolta si è finta pure un padre; il mio tutto finché non è rimasta nemmeno una briciola, finché morte non ci ha separato.
Comprendo il tuo disappunto ma adesso smettila.
Dovrei smetterla di fare cosa, papà? Il mio non è un disappunto, non fingere di comprendere ciò che è incomprensibile. Sei scomparso, non hai lasciato nemmeno una traccia, una briciola delle tue scarpe per seguire i passi, niente di niente, nessun tragitto è stato segnato dal tuo cammino. Avrei voluto che fossi presente al funerale di mamma, avrei voluto che tutto il mondo fosse presente invece di dovermi inchinare all’altare di Cristo come una figlia abbandonata. Avrei voluto tutto questo e avrei voluto essere trattata come ciò che ero, una malata e non una principessa da curare con il denaro.
Ti prego, l’intervista….
E va bene!
Ho bisogno di sapere come sono andate le cose da quando, insomma, da quando sono andato via; ho bisogno di sapere che rapporto hai col cibo, se la tua volontà di essere magra ti spingeva a sopportare il sacrificio e cosa diresti, oggi, a una ragazza anoressica.
Papà, perché lo fai? Perché mi chiami una mattina di un giorno qualsiasi, mi inviti a raggiungerti nel tuo luogo di lavoro e non mi chiedi come sto. Vuoi intervistarmi!
Perché ho bisogno di tornare a essere tuo padre e l’unica maniera che ho per farlo è fingere di lavorare anche con te, intervistarti, svolgere la mia attività di giornalista. Ma ad ogni domanda voglio che tu aggiunga sto bene, papà.
Cercavo di capire cosa avessi in testa, ammesso che qualcosa ci fosse, ammesso che non ti fossi trasformato in una creatura che non conoscevo. Cercavo di capire se questa tua richiesta fosse il tentativo di accorciare la distanza del cielo.
Mi sono fermata a guardare il nulla conservato in quella piccola stanza che ci conteneva. Pensavo a noi due mentre mi stavi di fianco, pensavo a come la vita ci aveva messo davanti a una condizione ingiusta: essere padre e figlia ma non esserlo. Io non avevo scelto di essere orfana, non avevo scelto di essere anoressica e tantomeno avevo scelto di vederti quella mattina. Si era trattato di un condizionamento, di una spinta proveniente dall’interno più profondo che mi aveva trascinato qui dove eravamo.
Avevo preso un bicchiere d’acqua, poggiato una spalla sulla parete e attivato il rilascio della rabbia covata per lungo tempo sostituendo tale rancore con un viso pallido, il mio. Poi avevo inserito una moneta nella macchina per il caffè e atteso la fine del procedimento meccanico. Seguivi ogni mia azione, il movimento della mano, era il tuo momento per conoscere le mie abitudini, i gesti perduti nell’adolescenza. Sono stata ragazza e donna a vent’anni, hai perduto per sempre il mio tempo migliore.

Sto bene, papà…
Puoi farlo per me?
Sto bene, papà.

Dal diario che tenevo tra le mani era caduta la lettera che ho iniziato a scrivere da quando sei partito. Ho anche riportato i pensieri di alcune ragazze accomunate dalla stessa magrezza. Senza dare fastidio mi sono seduta sul pavimento. A te invece è sempre mancato il coraggio di sfidare il freddo.
Sai cosa odio di te?
Cosa?
Ancora oggi rispondi così. Ma stavolta non potrai voltare le spalle in questo spazio così piccolo. Mi auguro che il tuo sorriso arrivi puntuale.

*

Non ci eravamo fatti neanche gli auguri di Natale. Però avevamo diviso un pacchetto di crackers e questo poteva bastare. Mi chiedevo dove fossi finito mentre mi sedevi accanto durante lo studio. Ti imploravo di spiegare l’esercizio che non avevo capito. Perché tu eri bravo, papà, risolvevi ognuna delle nostre equazioni mancate e dicevi che i problemi erano stati inventati proprio per essere risolti. Venticinque è stato per lungo tempo il risultato della mia maledetta operazione, venticinque come il peso del mio corpo.
Non ci siamo fatti neanche gli auguri di Natale, però ci siamo scambiati i regali: tu mi hai dato l’anello, io un po’ della mia insoddisfazione.
Non ci siamo neanche detti quanto fosse fondamentale l’amore tra un padre e una figlia, non ci siamo chiesti perché fossimo così distanti.
Non ti sei accorto che un giorno sono caduta dietro di te: eravamo al centro commerciale, i medici del 118 mi hanno soccorsa mentre tu pagavi il regalo.
È il tempo che passa a fregarci.
Ero la tua ragazza, il tuo vanto, la bambina perfetta che hai scelto. Come se fossi una figlia prenotata su un catalogo di alta moda.
Non ci siamo mai uniti, ma nemmeno ci siamo lasciati. Ci siamo traditi a causa dei modi di fare. Non ci siamo neanche accorti del tempo passato da quando mi rincorrevi alla fine della scuola. Ci fermavamo solo per guardare un cane randagio che cercava qualcosa da mangiare.
Avevo sei anni.
Eravamo due adulti differenti quando durante la notte venivo a cercarti perché spaventata dal buio, e tu mi abbracciavi senza immaginare che un giorno sarei diventata talmente esile da rischiare di scomparire nella luce.

Indossi l’anello che ti ho regalato, hai detto toccandomi delicatamente.
Riconosco questo tocco.
Sono io…
Mi avevi promesso che saresti tornato quando sarei uscita dalla clinica.
Ti piace l’anello?
Non cambiare discorso.
Perdonami se non ho fatto in tempo.
Ritraggo la mano dalla tua presa, guardo l’anello.
È solo un po’ largo.

 FROZEN2


Daniele Campanari è nato a Latina nel 1988.
È giornalista, speaker radiofonico, scrittore, e doppiatore pubblicitario. Collabora con testate cartacee e online, tra le quali “Poesia, di Luigia Sorrentino”, il primo blog di poesia della Rai. Si occupa di arte cultura, oltre che di cronaca bianca. È membro dell’Associazione Libero de Libero che organizza il Festival di poesia “Verso Libero” e il Premio Solstizio all’opera prima.
Nel 2017 ha pubblicato la raccolta di poesie “Corpo disumano”, edita da Oèdipus con prefazione di Simona Baldelli (autrice Giunti).
Ha prestato la voce per le campagne pubblicitarie (tra le tante) di Edison (in onda su Radio Italia e Radio Italia Tv) e Alì Alìper (in onda su RTL 102.5, Radio 105, Radio 24, Radio Rai 1-2-3).
È voce ufficiale degli store nazionali Ikea.

 

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3 risposte a "Ti sto dicendo grazie – Daniele Campanari"

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  1. Il titolo è ironico? La bellezza di questo racconto, almeno secondo me, è proprio tutta in questa domanda. Complimenti all’autore.

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