Quando ero morto

Non mi è mai successo di sentirmi in dovere di aggiungere un qualsiasi tipo di spiegazione a uno dei miei racconti – se talvolta sono risultati ambigui, dal punto di vista morale, o sessuale, o antropologico, posso dire di aver fatto bene il mio lavoro. Quando si parla di Hitler, però (e questo racconto parla di Hitler: anzi, in questo racconto è proprio Hitler a parlare), diventa necessario premettere alcune considerazioni che io ritengo fondamentali.

A mio parere, il più grande errore che si può fare parlando di Hitler è considerarlo uno psicopatico malato di mente che, con la sua follia, ha trascinato una Germania e un’Europa innocenti nel suo più disastroso conflitto. Capisco che la tentazione sia forte: escludendo Hitler dal genere umano, riducendolo a una bizzarra, mostruosa anomalia, assolviamo tutti gli altri. Gli uomini, lasciamo sottintendere, sono fatti di una sostanza completamente diversa da quella di cui era composto il dittatore tedesco. Ma se i 12 anni che vanno dal 1933 al 1945, se la breve parabola della Germania tra le due guerre e del suo dittatore, sono un aberrazione che releghiamo a un caso da manuale di psichiatria, corriamo un rischio immenso, perché escludiamo, di fatto, che quanto è successo in quegli anni possa ripetersi in analoghe circostanze.

Per quanto possa farci male, invece, Hitler fu il prodotto specifico di una particolare epoca. I suoi deliri antisemiti non erano il frutto di una mente malata ma l’espressione del cuore dell’Europa dei primi del novecento: lui non inventò nulla (al riguardo, si veda l’illuminante e sconvolgente saggio “I volenterosi carnefici di Hitler” che mostra come l’antisemitismo fosse un carattere specifico e diffuso della Germania e dell’Europa più in generale). Allo stesso modo, Hitler non obbligò nessuno a votarlo, non costrinse nessuno a sostenerlo, non intimò a nessuno di seguirlo: la sua ascesa fu accolta con un entusiasmo straripante da una buona parte della Germania, che riponeva in Hitler le proprie speranze di rinascita e riscatto. Per quanto possa sembrarci impossibile, le cose che diceva Hitler, il suo piano di ricostruzione della Germania, la sua volontà di usare la forza contro gli altri stati per imporre il dominio tedesco su un’Europa debole e smarrita, l’antisemitismo, erano la risposta a una situazione ben precisa: uno stato piegato dall’inflazione e dalla disoccupazione (nel 1933 in Germania c’erano sei milioni di disoccupati), sotto la costante minaccia di una rivoluzione comunista, e una democrazia immatura che non riusciva a dare alcuna risposta soddisfacente alle masse impaurite. Andando a leggere le pagine che descrivono gli anni venti in Germania, prendendo coscienza della situazione nella quale un partito di sette persone arriva, in dieci anni, ad avere il 35% dei voti su scala nazionale, si ritroveranno molte, troppe, analogie con il presente: un parlamento immobilizzato dalla frammentazione dei partiti, una diffusa mancanza di fiducia nella democrazia e nelle persone che esercitano il potere, la sensazione che quel particolare meccanismo di governo chiamato “democrazia” non avesse più gli strumenti per uscire dalla crisi, il desiderio, alimentato ad arte, di un profondo repulisti della classe dirigente, pur in assenza di un qualsiasi progetto alternativo. Il partito nazista, se si escludono l’espulsione degli ebrei dalla vita sociale tedesca (poi tragicamente attuata attraverso la deportazione e la realizzazione dell’Olocausto) e la lotta contro i bolscevichi, non aveva alcun programma, o ne aveva così tanti, e così vari, che nessuno era più in grado di ricordare cosa era stato promesso. Eppure convinse tutti che non c’erano alternative. L’uso della forza per arrivare al potere fu tutto sommato ridotto (infinitamente inferiore, ad esempio, all’uso che ne dovette fare il comunismo per imporsi in Russia), tanto che Hitler poteva tranquillamente dire, senza timore di essere smentito, che quella nazista era stata “la rivoluzione meno sanguinosa nella storia del mondo”. Quando il 19 agosto del 1934 chiese al popolo di ratificare, attraverso un referendum, l’unione delle cariche di presidente della Germania (Hindenburg era appena morto) e cancelliere, fuse nella nuova carica di Führer, il sì vinse con l’84,7%, e ci si stupì che ci fosse ancora un 15% che non si era convertito all’adorazione di Hitler. Il terrore esercitato fu pervasivo; servì ad accelerare la presa di potere, e a renderla più completa; ma Hitler diventò cancelliere della Germania senza che fosse necessario sparare un colpo: entrò, come si dice, dalla porta principale. La violenza, per spiegarmi meglio, faceva parte del programma da attuare, non necessariamente dello strumento per prendere il potere.

Il punto è che trasformare Hitler in una creatura diabolica in preda a un perenne delirio di onnipotenza, o in una macchietta ridicolmente isterica, racconta solo una parte della verità, e la semplifica talmente tanto da renderla irriconoscibile; peggio, si impedisce un’analisi corretta non solo di quei tempi, ma anche, e soprattutto, della società contemporanea. Se tante persone hanno seguito la sua visione, significa che il genere umano è in grado di contenere, pensare, accettare, seguire, apprezzare anche uno come Hitler, le sue idee, le sue ossessioni e i suoi sogni e i suoi incubi: questa verità, per quanto scomoda, dolorosa, perfino terrificante, va detta. Ma continuiamo a non tenerne conto. Fingiamo che il nazismo sia un mero compendio di mostruosità che una qualsiasi persona sana di mente non avrebbe difficoltà a riconoscere come tali, consentendo a chiunque di prenderne le distanze, e impedendo a molti di vederne le sue nuove concrete declinazioni. Questo è il più grande regalo che possiamo fare al più irriducibile e spaventoso nemico della democrazia. Hitler e il nazismo furono agghiaccianti, e questo è fuori di dubbio; ma ebbero un consenso immenso da parte di persone che non sono molto diverse da noi. Negarlo significa dimenticare quale pericolo concreto rappresenti questa ideologia per tutti noi.

In questi mesi, alla lettura della monumentale biografia di Hitler a opera di Fest, ho accompagnato quella dei romanzi di Saul Bellow, che mi hanno portato a riflettere, secondo prospettive sempre diverse, sul concetto di trascendenza – l’idea che esista qualcosa al di là del mondo che siamo in grado di misurare, toccare, vedere. In questo secolo dichiaratamente materialista, l’unica visione del mondo accettata, la sola che non fa partire un sorriso ironico o sarcastico da parte di chi ascolta, è quella che stabilisce la sostanziale uguaglianza tra democrazia e libero mercato, e tra libertà personale e libertà di consumo. Stop. (Ho letto un recente discorso di Bush junior contro Trump: per tutto il tempo parlava di “democracy” e “free market” come fossero sinonimi. Ma chi sarebbe mai disposto a sacrificarsi in nome del free market? Chi a morire per difenderlo?). Ogni aspetto trascendente – anche il più triviale, come l’esistenza del “popolo”, la presenza di una “patria”, il concetto di “destino”, fino ad arrivare a quelli più alti che riguardano l’anima e Dio – è stato espulso dall’esperienza individuale. Dal mio punto di vista, questo è bene: ciascuno vive la propria morale secondo le proprie inclinazioni. Ma la storia dell’umanità, purtroppo, mostra come la tensione verso il “mondo delle idee”, soto forma di ideologie politiche o religioni, abbia sempre esercitato un fascino quasi perverso su milioni di persone; anche gli eventi di questo scorcio iniziale del ventunesimo secolo, visti da una prospettiva non occidentale, stanno lì a dimostrarlo. E io credo che Hitler riuscì, come il pifferaio di Hammelin, a trascinarsi dietro mezza Germania perché ebbe l’intuizione di mostrare che le vite delle persone erano tasselli di un progetto più grande, qualsiasi esso fosse; che le decisioni che prendeva si basavano su considerazioni che guardavano al futuro della Germania nei secoli successivi; capì che un politico doveva assomigliare più a un messia che a un amministratore di condomini. Gli elettori tedeschi non scelsero tra la guerra e la pace, tra l’antisemitismo e la tolleranza, ma tra una prospettiva millenaria e una democrazia che era stata ridotta a beghe di partito. L’humus di ogni fanatismo – compresi quelli che ora agitano il mondo – sta proprio in questo desiderio innato di trascendenza, desiderio che cresce al peggiorare delle condizioni di vita. Con la pancia piena, non guardiamo oltre il nostro tavolo imbandito; ma se un mondo pensato per soddisfare gli appetiti più bassi non riesce più a garantirli, si spalanca la strada a folli avventure – la teocrazia, la dittatura dell’uomo forte, il potere del popolo che si esprime non attraverso l’elaborazione di un progetto ma tramite un click su una piattaforma web. In altre parole, se la democrazia non mostra alcuna aspirazione a un mondo migliore, se non ha un afflato che vada molto al di là del quotidiano, se dimostra di essere mero esercizio di potere, ci sarà sempre qualcuno che potrà dire: si può fare in modo diverso, e meglio. Ed è quello che, in effetti, sta succedendo ora negli Stati Uniti, in Francia e in Italia. L’errore che continuiamo a fare, e che ci impedisce di vedere i germi nel nazismo, è non distinguere tra “creazione del consenso” e “programma da attuare”. Il Nazismo è andato al potere con due obiettivi: eliminare gli ebrei e conquistare l’Europa – due cose che ora nessun politico metterebbe nella propria agenda politica. Ma il punto è che, indipendentemente dagli obiettivi specifici, il Nazismo è anche, e soprattutto, un modo di intendere (o non intendere) il potere, il ruolo della nazione, i diritti di ogni singolo individuo.

In questi anni sentiamo ripetere sempre le stesse cose: la democrazia è caduta in mano ai ladri e ai burocrati che pensano solo a prendere uno stipendio e a barattare privilegi sulla nostra pelle; la nazione è umiliata, è priva di orgoglio, e deve tornare grande; basta con i politici di professione che in tutti questi anni non hanno saputo risolvere i problemi; ci accusano di essere violenti ma se non ci fossimo noi a gestire questa rabbia, a raccoglierla e a convogliarla, il paese sarebbe già in mano a rivoltosi; il potere è in mano alle banche, che strangolano i cittadini; votare non serve a niente perché tanto poi decidono tutto loro. Ma per quanto attuali, contemporanee, possano sembrare queste frasi, esse sono assolutamente identiche (non simili: identiche, parola per parola) alle affermazioni che il Partito Nazionalsocialista di Hitler ha continuato a ripetere tra il 1923 e il 1933 per rendere possibile la sua presa del potere. La risposta a questo assalto virulento non può essere semplicemente “la democrazia è migliore”: è un argomento che, l’abbiamo già visto, da solo non basta, e non vince.Il succo del nazismo, e di molte altre dittature, è: l’individuo viene dopo il bene collettivo. La democrazia, invece, dice che il bene collettivo non può spingersi fino al punto da ledere i diritti fondamentali degli esseri umani. Quando Bush dice che la democrazia è free market, forse stiamo perdendo il senso importante di qualcosa.

***

Dopo tutta questa lunghissima premessa, diventa forse difficile tornare a parlare di “letteratura”. Sono sempre stato convinto che la forza della fiction in senso lato, o dell’arte, usando un termine che trovo più congeniale, consista nella sua possibilità di non dover esprimere giudizi – di poter usare, provocatoriamente, lo strumento della finzione per mostrare la realtà da una prospettiva diversa. Dire che Hitler era un mostro, farlo agire o pensare come un demente, o una macchietta, non aggiunge nulla alla nostra comprensione; ci conferma, piuttosto, nella stupida idea che tra noi e Hitler non vi sia nulla in comune e che quindi il contagio del suo orrore non possa mai propagarsi. Ma se in un racconto, l’autore prova a trasformarsi in quel mostro (se ne parlava pochissimo tempo fa proprio su Grafemi, con Andrea Tarabbia, che ha immaginato e scritto l’autobiografia del più feroce tra i serial killer russi), se osa prenderne, per certi versi, le parti, se ne indossa i panni e tenta di ricostruirne la vita partendo dalla sua specifica, del tutto soggettiva, prospettiva, cercando quel briciolo di coerenza, per quanto perversa, che lo rende simile a noi, il risultato può essere, almeno nelle intenzioni, più utile a tutti. Hitler sapeva essere suadente, e convincente. Persone convinte di sapergli resistere, avevano ceduto su tutto una volta che lo avevano sentito parlare. Provare a riportare una parte dei suoi pensieri senza aggiungere alcuna considerazione morale, significa costringerci a cercare risposte reali e concrete a queste folli illusioni; significa, ancora, considerare fino in fondo il pericolo concreto che una figura come la sua possa ripresentarsi anche ora, sotto forme diverse ma con le stesse possibilità di successo; facendo propri i suoi deliri, infine, si può tentare di capire in che modo ci si possa difendere dall’opzione che il nazismo ha rappresentato per una parte significativa dell’Europa.

Quando sono morto
Paolo Zardi

La seconda volta che sono morto è stato un lungo, doloroso e silenzioso trapasso. Avevo settantotto anni, da tempo ero malato di cancro – prima la prostata, poi le gambe – ma a portarmi via fu un raffreddore che diventò polmonite. Morire, ora lo so, non è difficile: l’istante fatale assomiglia allo schiocco delle dita con le quali richiamavo il mio cane, un suono secco come di un ramo che si spezza, e la vita che, obbediente, torna al suo padrone. La malattia, invece, la lenta manovra di accerchiamento da parte della morte, è stata una guerra con un nemico che, non osando palesarsi, ha preferito un lento logoramento allo scontro a viso aperto. Nessun onore nel campo avversario: la storia della mia vita.
Ho esalato il mio ultimo faticoso respiro nella piccola camera dove avevo vissuto buona parte della mia seconda vita. Accanto al letto, poco distanti da me, amici recenti mi guardavano mentre me ne andavo, e non dicevano niente; nei loro occhi non vedevo dolore ma i fiochi barlumi dei progetti che già stavano facendo su come spartirsi ciò che lasciavo in terra: i miei pochi vestiti, i libri stipati nella libreria del soggiorno, alcuni ricordi. Per nessun motivo si sarebbero offerti di prendere il mio posto, in quella discesa nel buio eterno: l’ignavia dei servitori che non hanno più paura, il calcolo meschino, vite senza trascendenza.

La prima volta che sono morto, invece, c’erano urla disperate, colpi di pistola, i corpi esamini di alcuni bambini uno accanto all’altro, la disperazione degli ultimi baci. Sopra le nostre teste si udiva un sordo cannoneggiare, il rombo di stormi di aerei nemici liberi di solcare i nostri cieli, e poi, più vicine, grida di soldati, voci e lingue sconosciute. Il cuore di acciaio della nostra patria era stato violato. Accanto a me, ai miei piedi, c’era Eva, distesa, gli occhi fissi nel vuoto. Dieci anni prima si era sparata un colpo di pistola in gola, per amore. Un ricatto ignobile al quale io cedetti: c’erano, nella mia vita, alcune sottili crepe nelle quali si potevano rinvenire tracce di borghesia, la sottile segatura di ciò che era stato piallato. Ora, il suo destino si era compiuto, in una scala infinitamente più grande. Mentre lei offriva la tempia alla canna della mia pistola, calcolavo l’abisso che separava la sua morte da quella del mondo che stavo lasciando: mi erano più care le sue guance che l’infinita schiera degli uomini morti per la patria.

La seconda volta che sono morto avevo finito da poco di leggere un libro che parlava di me. Perfino lo specchio nel quale mi guardavo restituiva un’immagine distorta di ciò che ero e di ciò che ero stato. Da tempo avevo dovuto tagliare i miei baffi – giravano voci di ebrei in missione che, come cani da tartufo, frugavano ovunque con il loro naso indagatore. Avevano vinto, questo era chiaro, e non erano disposti a riconoscere l’onore delle armi. Avevo dunque ragione: nella lotta tra i popoli, nell’interminabile scontro per il predominio, eravamo stati sconfitti dall’unico nemico privo di un esercito (ma a ben guardare era vero proprio il contrario: ogni soldato, ogni aereo, ogni nave, ogni carrarmato che puntava un’arma contro di noi era mosso dalle loro lunghe dita). Mentre morivo per la seconda volta, mi tormentava soprattutto questa idea: che proprio quando era diventato chiaro che il mondo era finito nelle loro mani, nessuno mi credeva più. Il libro su di me, comunque, non l’ho finito. C’erano stupide mistificazioni. In taluni punti sembrava quasi che io avessi percorso i cieli della Germania spruzzando un gas che aveva fatto perdere la ragione al popolo tedesco. Soprattutto, raccontava la mia vita come se potesse essere ricondotta a una sequenza di fatti terreni: la mia formazione giovanile, la fondazione del partito, il carcere, le mie battaglie, le congiure, le guerre… C’era tutto, non potevo negarlo; ma mancava l’essenziale, la rappresentazione del mio disegno, il riconoscimento della visione. La cerimonia di un prete che spezza l’ostia e leva il calice di vino al cielo è un atto divino o un ridicolo dramma interpretato da burattini: dipende dagli occhi di chi guarda. Chi sarebbe così sciocco da raccontare Dio partendo dai gesti dei suoi sacerdoti? Io ragionavo in termini di popoli e di millenni. Ogni mio gesto era un tratto di matita nel gigantesco progetto di un nuovo futuro. Per vederlo, era necessario fare molti passi indietro e contemplare il disegno nella sua interezza.
Assistere alla storia di un popolo in via di formazione richiede coraggio e, forse, uno stomaco di ferro. Se i miei critici avessero sovrainteso alla formazione del mondo, avrebbe bloccato i continenti che si spostavano mentre cercavano la loro posizione definitiva; avrebbero spento i vulcani, fermato gli oceani che scolpivano le coste. Perché da sempre verso i potenti si leva questa supplica: conservate il presente, conservate il presente. Il presente… Quanta importanza si dava al mantenimento di quell’equilibrio precario, casuale, transitorio! Il ventesimo secolo era stato forgiato dalle mani inesperte del caso, ma tutti si erano affezionati a quello sgorbio. A mani giunte, la parte più debole del mondo ci chiedeva di rinunciare all’uso della forza mentre eravamo intenti a immaginare un mondo diverso, come se quell’atto di codarda clemenza sarebbe stato un segno di ragionevolezza. Ma ogni allevatore sa che il nemico più grande dei propri armenti è il medico pietoso. Da bambino, in campagna, avevo udito le grida di un vecchio al quale stavano segando una gamba andata in cancrena: malediva, con voce roca e straziante, il dottore e la sua sega. Un mese dopo lo rividi in chiesa, con i suoi parenti accanto, in prima fila, mentre ringraziava il Signore per il miracolo della salute ritrovata: aveva gli occhi umidi e continuava a farsi il segno della croce, Avrebbe dovuto baciare i piedi del medico che l’aveva salvato, e i denti della lama che avevano rimosso il male dal suo corpo, uno a uno.

La prima volta che sono morto ho deciso di non morire. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano invaso la Germania occidentale; i Russi erano arrivati a Berlino. Le forze degenerate del capitalismo stavano incontrando le forze primitive del comunismo proprio sopra le nostre teste. Che cosa avessero in comune, questi mostri opposti, non lo sapevano neppure loro, e gli anni che seguirono mi diedero ragione; io, però, avevo tutto chiaro. Era servita la coalizione più potente di tutti i tempi per abbattere l’unico popolo che aveva osato seguire il proprio fato: la Germania era predestinata a governare il mondo. Se una mattina il re di una tribù del Burundi si levasse in piedi e gridasse, brandendo il suo bastone, che è giunto il tempo in cui il suo popolo si sieda sul trono più alto delle Terra, sarebbe accolto dal fragore delle risa delle tribù vicine. Ma il popolo tedesco – le sue gloriose virtù, il suo sprezzo del pericolo, il ribollire della sua audacia – facevano paura. Duemila anni fa, l’impero più potente di tutti i tempi aveva dovuto piegare la testa di fronte all’irruenza della forza germanica. Ci chiamavano barbari, perché non avevano fatto neppure in tempo a capire il nostro nome: avevano visto un lampo, e poi udito il fragore di un tuono provenire da nord e si stavano ancora domandando cosa fosse successo che già la molle Roma era stata presa. Avevamo forgiato il cuore nell’asprezza delle nostre terre, nel buio delle nostre foreste; all’Europa arresa avevamo imposto la regola del nostro vigore. Poi tra le nostre membra si è insinuato il morbo della corruzione. Anche il più nobile dei cavalli, posto in cattività, finisce per accoppiarsi con l’asina grassa e sporca che gli ronza intorno: per bisogno, debolezza, disperazione, svilisce il suo seme, dando alla luce un mulo sterile, servo di ogni padrone. Così è successo al mio popolo; ed è successo per così tanto tempo che si è dimenticato del suo stato originario, ha smesso di riconoscere la propria degenerazione. Io ho risvegliato il ricordo di una razza superiore. Ho indicato la strada che le era propria. Quando a tutti i popoli è stato chiaro come la Germania intendeva occupare il ruolo che le apparteneva, si è organizzata la rivolta del gregge. Il lupo avrebbe potuto vincere, se solo lo avesse voluto davvero… Ma troppo a lungo avevamo creduto di essere pecore tra le pecore; troppo facilmente ci siamo lasciati convincere dai popoli che ci odiavano che solo la pacifica convivenza ci avrebbe impedito di soccombere. Nessun lupo è democratico; ogni lupo è giusto. Con le fauci aguzze, il ringhio feroce, la baldanza piena di determinazione, impone l’ordine a garanzia del benessere di tutti. Non esita a mordere la carne flaccida, se necessario; non cede il peso del suo scettro, consapevole della responsabilità che la forza gli impone. Noi, invece, abbiamo tentennato; nell’affondare la lama nel malevolo bubbone ci è tremata la mano, incapaci di distinguere chiaramente tra ciò che era sano e ciò che era infetto. Per questo motivo ho deciso di non morire, la prima volta.

La seconda volta che sono morto avevo un giornale sopra il mio comodino, una rivista americana in cui si raccontavano le abitudini e i fatti di quel popolo vincitore. Ora la vita che i cittadini sono invitati a seguire è piena di elettrodomestici, forni per cucinare torte, zuppe in scatola già pronte, liquori e sigarette e lingerie. Ho guardato con curiosità le pagine delle inserzioni pubblicitarie. Non capivo le parole, ma ho visto il sorriso di una donna mentre provava un nuovo aspirapolvere, l’estasi che accompagnava quell’atto; ho riconosciuto la gioia di un bambino che beveva una bibita zuccherata; ho assistito al momento in cui un padre di famiglia mostrava ai propri cari una nuova macchina. È questo, dunque, il mondo che ha vinto; sono questi gli ideali per i quali quel popolo ha combattuto. I maiali che vengono ingrassati a forza nei porcili delle fattorie tedesche hanno conosciuto gioie simili a quelle; e avrebbero lottato con la medesima determinazione per un truogolo sempre pieno. Mentre sfogliavo quelle immagini, ero troppo vicino alla mia seconda morte per indignarmi – troppo prossimo all’eternità per valutare come rilevante quella degenerazione che, per sua costituzione, è destinata a rivoltarsi presto contro i folli che l’hanno inventata. Senza una trascendenza che dia forma al mondo, che lo descriva in termini di necessità e destino, rimane solo un effimero piacere primordiale, che non può conoscere né interruzione né vincoli: il silenzio tra una portata e l’altra, la quiete tra un inutile bene di lusso e quello successivo, la pace triste e malinconica che segue ogni coito, diventeranno sempre più insopportabili, perché non hanno alcun significato. In questo nuovo mondo, tutti si sforzano di accaparrarsi la più grande fetta di piacere possibile, perché a ogni famiglia, a ciascun individuo, è stato insegnato che solo il raggiungimento della propria soddisfazione personale può assicurare il benessere di una nazione; che l’egoismo è un atto di generosità verso il popolo; mentre a me è sempre stato evidente che è vero esattamente il contrario.

La prima volta che sono morto ho scelto di sopravvivere alla fine del mio sogno. Talvolta, nel corso della mia vita, sono stato accusato di aver compiuto atti di vigliaccheria. Non sono interessato a questo genere di pettegolezzi perché ho sempre considerato l’individuo come l’ingranaggio di un meccanismo molto più grande. La verità è che i tedeschi aveva bisogno di me più di quanto io ne avessi di loro. Quando, negli anni precedenti, ero fuggito di fronte a un pericolo reale e concreto – ed era successo, non lo posso negare – mi ero limitato a preservare il bene più prezioso della Germania: me. I cimiteri del nostro paese erano pieni di eroi; eppure la nostra patria era umiliata, derisa, incapace di sollevare la testa e riprendere il posto che le apparteneva. Io ero lo strumento della provvidenza, non il fine ultimo. Non vivevo per il potere. Lo dicevo spesso: non avevo nessuna intenzione di passare la vita con un fardello così grande sulle spalle. Immaginavo la mia vecchiaia nell’agio di una casetta in riva a un lago di montagna, nel cuore di un’Europa finalmente risanata. La pampa argentina dove mi sono trovato a passare i miei ultimi ventidue anni, invece, mi è ancora del tutto incomprensibile. Spazi troppo ampi, orizzonti che non mi ricordano nulla. Talvolta ho provato a dipingere questi paesaggi: mi sono stancato al quarto quadro. Non è stato facile continuare – la perdita di tutto è un dolore che ancora mi strazia. Ma morire sarebbe stato peggio: avrei apposto la mia firma sotto un documento che attestava l’irreversibilità di quella sconfitta. Pensai, mentre distoglievo la canna della pistola ancora fumante dalla mia tempia fredda (il destino di Eva si era appena compiuto), che da vivo avrei potuto ricompattare i sopravvissuti, riorganizzare le forze rimaste, far sentire di nuovo la mia voce. Durò poco, a dire il vero. I mesi seguenti furono occupati esclusivamente da spostamenti in incognito, travestimenti e carte contraffatte, in un rapido alternarsi di false speranze e cocenti delusioni. Più volte credetti che la mia vita fosse arrivata al capolinea. Alla fine riuscii a partire, grazie all’intercessione di personaggi che avevano tutto l’interesse a risolvere il mio problema: mentre la nave si allontanava dalla costa, guardavo la terraferma, l’Europa sempre più distante, e la immaginavo ferita, martoriata, forse sfregiata, ma ancora viva, ancora ebbra per la fiammata che l’aveva arsa. Nella violenza estrema che era scaturita dallo scontro c’erano le prove di un’energia incontenibile, e dimenticata. Mondi opposti si erano affrontati nel campo di battaglia e avevano scoperto di essere disposti a morire per un grande ideale: questa era pur sempre una vittoria. Da qualche secolo il Vecchio Continente, infatti, si era lasciato corrompere dalla mollezza suadente della democrazia: aveva iniziato a credere che una decisione presa da molte persone del tutto prive di qualità, valesse più dell’opinione di un singolo uomo di genio. Io, contro il potere del popolo, avevo una sola obiezione, ma irremovibile: non funzionava, da nessun punto di vista. La gente ha desideri vili; pensa a riempire la propria pancia, e lo vuole fare entro sera. Non esistono paesi che siano diventati grandi sulla base di questi presupposti; non ci sono popoli che abbiano trovato la forza di mettersi in marcia verso il proprio futuro, se non c’era qualcuno che lo guidasse. Dopo il novembre del 1918, alla democrazia tedesca furono concessi quattordici anni per realizzare la rinascita del paese. I risultati erano sotto gli occhi di tutti: un’inflazione fuori da qualsiasi controllo, sei milioni di disoccupati… ma questi erano pur sempre problemi che con un po’ di buona volontà si sarebbero potuti risolvere. Questioni, per così dire, di mera contabilità. Quello che non era riuscito a compiere, la democrazia, era l’unificazione del popolo. Per quattordici anni, invece di perseguire gli obiettivi comuni, ciascuna fazione aveva lottato per il proprio personale tornaconto. Esisteva una Germania operaia che combatteva contro una Germania borghese che combatteva contro la Germania dei ricchi possidenti. In quegli scontri, si consumava tutta la nostra forza. Ma la Germania era una sola. Il suo compito consisteva nell’assumere il peso della responsabilità che le era stata assegnata, e vincere sotto la guida di un uomo capace di condurla. Se la Germania avesse perso il suo Führer, avrebbe perso se stessa. Non potevo privarla di questo. Posai la pistola e presi la via dell’esilio.

La seconda volta che sono morto è stata l’ultima: era il 1967, ero vicino al confine tra l’Argentina e l’Uruguay, e avevo un nome falso e una vita che non era più la mia. Me ne sono andato come un qualsiasi uomo di settantotto anni: con rammarico e dispiacere, e un rapido sospiro di sollievo. Per un certo periodo della storia del mondo, sono stato il condottiero più potente sulla faccia della terra. Se dovessi riassumere la mia esperienza in una frase direi che sono stato un uomo sufficientemente bravo da realizzare le idee che aveva avuto da giovane. Ho messo il bene del popolo sopra l’interesse individuale, la speranza di un futuro migliore sopra il mantenimento di uno status quo di grigia consuetudine. Ho sbagliato con la consapevolezza che gli effetti collaterali delle mie scelte fossero il prezzo da pagare per un fine superiore. E ho nascosto così a lungo l’essere umano che avrei potuto essere da non trovarlo più: è questo il costo più grande. Sono stato Hitler per tutta la vita, e nient’altro che questo.
Ora guardo il mondo con disincanto e un po’ di amarezza. Mi indigno vedendo l’Unione Sovietica esportare la sua folle idea di stato – la stessa che ho combattuto, e che non ho potuto sconfiggere a causa dei loro peggiori nemici di oggi. E mi infurio nel vedere gli Stati Uniti in cima al mondo: incapaci di immaginare il ventunesimo secolo, hanno ridotto tutto a una questione di microeconomia; affrontano il futuro con lo spirito di un negoziante di successo che gongola facendo la prima nota del suo esercizio a fine giornata. Ma le nubi in cielo sono sempre le stesse: vite vuote che galleggiano nel nulla, popoli allo sbando, la dittatura dell’individuo, l’abolizione del futuro, l’anestesia esistenziale. L’unità di misura della storia è il millennio e prima o poi, ne sono certo, riprenderà a tuonare.

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10 risposte a "Quando ero morto"

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  1. Hai mai letto “Storie americane di guerra” di Fruttero e Lucentini? Mi ha sempre angosciato leggere di quanto l’antisemitismo fosse presente in quegli stessi eserciti che venivano qui a “liberarci” del nazifascismo.
    Che poi: il cappello iniziale è giustissimo. Dimenticarlo porta al male cui stiamo assistendo oggi.
    È che si fa presto a puntare il dito sugli altri, però non perdiamo per strada i vari Mussolini e i loro fascismi. Nessuno governa una nazione senza averne un qualche consenso, che sia Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e così via…

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  2. Lettura molto interessante. Cibo per la mente. L’esperimento di far parlare in prima persona un personaggio simile (l’ipotesi di un personaggio simile, sopravvissuto a se stesso – sempre che “sopravvivere” possa essere un verbo adatto e attingibile dopo una sciagura cosmica di tale portata) è qualcosa che si colloca a mezza via fra l’audacia e la temerarietà, e il risultato può anche lasciare perplessi, ma in fondo agli Scrittori è questo che si chiede: coraggio, sopra ogni altra cosa, e la forza di accettare (e di lanciare a se stessi) qualsiasi sfida espressiva e intellettuale, per cui alla fine poco importa sapere se un eventuale Hitler sopravvissuto avrebbe scritto esattamente queste parole, oppure nemmeno mezza.
    Grazie.

    (p.s. Pensa che in un capitolo tagliato di “Mailand” si faceva proprio l’ipotesi che la scomparsa di Dupré fosse legata a una missione segreta per catturare Hitler, ancora vivo in Sud America. Corradino andava avanti per un po’ a rimuginarci sopra, ma poi era costretto a scartarla e a darsi del piciorla, perché nel caso suo era decisamente troppo tardi: nel 1987 Hitler avrebbe dovuto avere 98 anni…)

    Un abbraccio.

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    1. Pensa che ora c’è un tizio in Argentina, che dice di avere 128 anni e di essere Hitler! 🙂 Per quanto riguarda le cose dette da Hitler, c’è un bel libro che nomino spesso, che è “HHhH” di Binet, Einaudi. Tutta la prima parte è una riflessione su quello che potrebbe o non potrebbe dire un personaggio reale calato all’interno di un romanzo. Nel caso specifico di questo raccontino, ho cercato di usare il lessico di Hitler, così come si desume dai suoi discorsi pubblici e dalle conversazioni private con i suoi sodali, togliendo un po’ del livore giovanile e aggiungendo un po’ di rimpianto senile.

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      1. Infatti trovo che il risultato sia ottimo, attendibile, impeccabile. Un difetto, ripensandoci, potrebbe essere proprio questo: hai attribuito al “nuovo” ipotetico Hitler pensieri ricavabili, quasi con progressione da equazione matematica, da quelli del “vecchio” e vero Hitler. Ma forse un simile mostruoso personaggio, responsabile di una delle più strazianti e allucinanti catastrofi psicocosmiche e materiali di sempre, sarebbe stato ben più spiazzante. Forse si poteva osare e azzardare di più, anche rischiando di tradire le intelligenti premesse della tua introduzione. Per esempio: e se il vecchio, moribondo e irrancidito Hitler, in odio all’evoluzione di un Occidente (ai suoi occhi) segnato dal trionfo “sionista” fosse diventato COMUNISTA?

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        1. Si potrebbe osare ancora di più, e pensare a un’antologia di racconti su Hitler scritti dalle delle penne italiane più dissacranti! 🙂
          Per quanto riguarda la scrittura, sto esplorando nuove strade, per me misteriose e complicate. Questa è la prima volta in cui provo a scrivere un racconto “politico”, che nasce da una mia paura: che in un secolo così povero dal punto di vista morale e ideologico, il nazismo possa tornare ad avere un ascendente, che possa essere scambiato per una possibile risposta.
          Un abbraccio e grazie per gli spunti!
          Paolo

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  3. Abito a poche decine di metri da dove da ormai qualche anno ogni lunedì sera si ritrova il gruppo di PEGIDA. Quindi lo tocco con mano ogni lunedì sera quel che tu dici nella premessa, troppo facile, autoassolutorio dire “eh, ma lui era un mostro”. Sbagliano i media italiani a definire PEGIDA un movimento neonazista, basta guardarli, sono persone comuni, portano i figli nel passeggino alle manifestazioni, sono convinti di essere nel giusto, di difendere valori e civiltà occidentali. O forse per questo sono ancora più neonazisti dei naziskin che qui sfilano ogni 13 febbraio per commemorare il bombardamento, proprio per questa loro convinzione profonda di essere dalla parte dei buoni.
    Quanto al racconto è molto bello, sei riuscito a scrivere dalla parte del “mostro”, a portare il lettore a pensare come lui, quasi a provare compassione per un povero vecchio in punto di morte, ma soprattutto sei riuscito a portare il lettore a porsi delle domande, che è proprio ciò che dovrebbe fare uno scrittore, non proporre delle risposte preconfezionate ma lasciare al lettore l’onere di trovarle.

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  4. Racconto coinvolgente, nella sua attitudine a farsi vischioso per linguaggio e materia. Credo non sarebbe un azzardo pensare ad un redivivo Hitler che militasse nelle file dell’ISIS

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  5. Interessante e ben scritto, anche il cappello introduttivo.

    Sconfortante pero’. Dover scegliere tra una realta’ dove l’unica ideologia (o “religione”) è quella economica, dove tutto è ridotto e valutato secondo un criterio economico, e una realta’ dove “la tensione verso il mondo delle idee” è foriera di fanatismi e tragedie e’ molto triste. Spero che sia possibile una terza opzione.

    un commento di Cioran che mi è sempre sembrato molto lucido e lungimirante..

    “Intanto, la nostra situazione, per noialtri di qui, non manca di essere curiosa. Immagina una società, sovraccarica di dubbi, in cui, a eccezione di qualche sbandato, nessuno aderisce completamente a nulla; in cui, indenni da superstizioni e da certezze, tutti si richiamano alla libertà e nessuno rispetta la forma di governo che la difende e la incarna. Ideali senza contenuto o, per usare un’espressione altrettanto spuria, miti senza sostanza. Tu sei deluso da promesse che non potevano essere mantenute; noi lo siamo per mancanza di promesse, semplicemente.”

    Storia e utopia – Su due tipi di società. Lettera a un amico lontano. 1960

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    1. sì, è il mio sconforto… in questi mesi, in questi anni, sento una sorta di indifferenza per la democrazia: la si accetta come se fosse una delle possibili opzioni, o qualcosa che ci hanno prescritto, ma nel complesso ci siamo dimenticati di cosa significhi veramente, e di cosa voglia dire esserne privi…. la democrazia dovrebbe essere qualcosa per cui tutti dicono: porca vacca, ma è fantastica! che probabilmente è quello che dicevano le persone dopo essere passate sotto l’incubo degli anni trenta. Invece abbia ridotto tutto a interessi economici, anche della più bassa lega: privilegi, assunzioni, vili compromessi. Servirebbe una classe politica ancora capace di “credere” – anche se si tratta di un ossimoro, che fossero mossi da un “fanatismo democratico”. Hitler diceva che è sufficiente una pace lunga venticinque anni per svilire un popolo, per ridurlo in uno stato di prostrazione… vorrei che fossimo capaci di gridare che non è così, che la pace ci ha resi migliori, più forti, più felici, più consapevoli… e invece è come se piano piano ci stessimo dimenticando tutto – tutto l’orrore che c’è stato, e tutta la salvezza che poi è venuta con la democrazia… boh, speriamo bene! ps grazie per il commento, la considerazione di Cioran è molto bella, e riassume anche il mio modo di sentire.

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      1. La democrazia, senza il gusto per i facili aforismi, somiglia un po’ al corpo per Hegel, una “fluidità” basica che non avvertiamo, un qualcosa che cogliamo soltanto se ne viene meno l’equilibrio interno, misterioso, inconoscibile.
        Ecco perché Cioran, che della democrazia si potrebbe banalmente dire, fu cinico e tagliente detrattore, in realtà ci fornisce la ” giustificazione omeopatica”, mettendo alla berlina, nel suo onnicomprensivo disprezzo, anche le tendenze potenzialmente alternative ad essa (vadansi scorciatoie tiranniche).
        Amai molto Storia ed Utopia ma ancor più Précis de decomposition, quando definisce il mondo un abattoir médiocre, un mattatoio mediocre.

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