Federico Baccomo – una conversazione

Dopo la chiacchierata con Andrea Tarabbia di qualche giorno fa, continua la serie di interviste a scrittori italiani contemporanei – galeotto fu un viaggio in comune fatto a settembre, una settimana durante la quale abbiamo avuto modo di parlare di scrittura, e di confrontarci con i nostri diversi punti di vista. Quello di Federico Baccomo, che qui risponde ad alcune domande, è leggermente eccentrico, nel senso letterale del termine: il centro del suo cerchio è diverso rispetto a quello della maggior parte degli autori che conosco. La sua esperienza, infatti, è legata anche al mondo del cinema, nel quale è entrato grazie al suo primo romanzo Studio illegale (Baccomo, prima di dedicarsi alla scrittura, era un avvocato che lavorava in uno studio di Milano), e che poi è continuata con altre intersezioni (La gente che sta bene, ad esempio, il suo secondo romanzo, dal quale è stato tratto l’omonimo film con Claudio Bisio e Diego Abatantuono).
Durante le chiacchierate russe, ho apprezzato molto l’approccio pragmatico, per certi versi disincantato, verso l’editoria e, allo stesso tempo, la sua grande passione per i libri e per le storie, in qualsiasi forma esse vengano raccontate. Il mio augurio è che questa breve intervista restituisca un po’ di quello spirito.

Non so come sia la situazione a livello mondiale, ma in Italia sono sicuro che la letteratura umoristica venga considerata minore rispetto a quella drammatica. Paolo Villaggio raccontò un aneddoto molto significativo, al riguardo: invitato con altri celebri scrittori in Russia, tra i quali anche Moravia, fu l’unico a essere premiato – nella motivazione lo si paragonava a Gogol. Da cosa dipende, a tuo parere, questa discriminazione? A quando risale? E che danni potrebbe aver provocato alla letteratura italiana contemporanea?

Questo è un argomento su cui son sempre stato molto sensibile, un po’ per ragioni oggettive (ho sempre amato la letteratura umoristica) e un po’ per ragioni personali (ho cominciato il mio percorso di autore con un romanzo comico). La mia sensazione è che a volte nella letteratura italiana odierna si abbia un po’ di remore a far ridere, come se ci fosse qualcosa di poco dignitoso, o addirittura un po’ vergognoso, in una scrittura che muove al riso. Non so dire perché, o quando questa ritrosia sia nata, o se possiamo parlare di danni alla letteratura; quello che so è che a volte mi pesa un po’ trovare nelle pagine dei romanzi mondi e personaggi che non partecipano della splendida esperienza dello sguardo comico, leggero, come se questa fosse un’esperienza da bandire. Il che non significa scrivere un testo inconsistente (ci sono passaggi de “I demoni” di Dostoevskij che sono profondamente comici), significa non privarsi di una possibilità espressiva e, in fin dei conti, di una rappresentazione complessa e fedele del mondo, che come non si risparmia il pianto, non si risparmia nemmeno il riso.

cop-low-woody-5MPQVZ7UWoody, penultima fatica letteraria di Baccomo, racconta una storia dal punto di vista di un cane, un basenji cresciuto con la sua adorata padrona, una ragazzache lui ama sopra ogni cosa. Un giorno, però, scopre che tutto è cambiato: il mondo che conosceva, pieno di gioia, avventure e affetto, è stato sostituito dal buio e dalla sporcizia di una gabbia. Come è finito lì dentro? Perché? E, soprattutto, come può tornare dalla sua padrona? È da queste domande che comincia la storia di Woody: una favola nella quale, a poco a poco, si affacciano i segni di qualcosa di terribile, un evento drammatico di cui Woody è l’unico testimone.

I romanzi sono un’attività solitaria, le sceneggiature sono un’attività di condivisione.

Dal tuo primo romanzo, scritto sull’onda del successo di un tuo blog, è stato ricavato un film con Fabio Volo, “Studio illegale”; dal secondo, “La gente che sta bene”, un film con Claudio Bisio, Margherita Buy e Diego Abatantuono. La tua attività di scrittore si interseca, quindi, in misura significativa con il cinema. Come stai vivendo questa esperienza? Quando scrivi pensi già a una possibile trasposizione cinematografica? Quali sono le differenze tra lavorare a un romanzo e contribuire alla sceneggiatura di un film o di una serie?

locandinaQuando mi si chiede che lavoro faccio rispondo sempre che scrivo romanzi. È un po’ una bugia. È vero che la maggior parte dei miei pensieri e del mio battere sulla tastiera lo dedico ai libri, ma se guardo ai soldi con cui mi pago l’affitto o i vestiti che ho addosso o lo yogurt con cui faccio colazione la mattina, il mio lavoro è quello di sceneggiatore. Sono attività simili in tanti aspetti, molto differenti in tanti altri. A voler isolare la differenza principale direi che i romanzi sono un’attività solitaria, mentre le sceneggiature sono un’attività di condivisione. Quando scrivo un romanzo sono da solo ad avere l’idea, da solo a pensarci, da solo a darle forma in pagine che da solo scrivo e da solo correggo, un processo che può essere di grande sconforto e allo stesso tempo di grande soddisfazione. Quando scrivo una sceneggiatura, questo aspetto eremitico viene un po’ meno: ci sono produttori, registi, attori, co-sceneggiatori, perfino completi sconosciuti con cui si spende il solo tempo di una riunione, che in ogni momento del processo creativo hanno parole e suggestioni più o meno gradite da avanzare e di cui non si può non tener conto. Processi molto differenti. Meglio l’uno o meglio l’altro? Difficili entrambi, stimolanti entrambi. Per quanto mi riguarda, con i romanzi cerco di conservare la libertà cui a volte si deve necessariamente rinunciare con le sceneggiature: in questo senso un romanzo cerco sempre di costruirlo come un romanzo, senza trucchi, senza artifici, sfruttando a pieno il mezzo espressivo. Se mai diventerà un film tanto meglio, ma nel momento in cui lo scrivo ho in mente solo la parola, lasciando da parte attori, sfondi o colonne sonore.

Il modo migliore per costruire qualcosa di duraturo mi sembra resti quello di fare del proprio meglio: scrivere il libro più bello che si possa scrivere, fare la presentazione più coinvolgente che si possa fare, buttar giù la sceneggiatura migliore che si possa buttar giù, essere originali, gentili, puntuali, professionali.

Il mondo dell’editoria, vasto ed eterogeneo, sembra sempre caratterizzato da una certa “rilassatezza”. Tutto procede con tempi lunghissimi – completamente diversi, ad esempio, da quelli che caratterizzano altri ambiti lavorativi, come l’informatica o l’industria. Da questo punto di vista, com’è il cinema?

BaccomojpgIl cinema sembra più rapido ma in realtà lo è negli aspetti forse meno prevedibili. I tempi di scrittura di una sceneggiatura a volte possono essere molto stretti (soprattutto se si pensa alla lezione di Billy Wilder che sosteneva che 8 mesi fossero un tempo congruo per una buona sceneggiatura) ma i tempi di produzione possono allungarsi ben oltre la “rilassatezza” dell’editoria. Proprio in questi giorni ho ripreso in mano la sceneggiatura di un film la cui prima versione risale al 2014 (e di cui abbiamo cominciato a discutere nel 2012). Se le cose procedono al meglio, il film verrà girato nel 2019 e uscirà tra il 2019 e il 2020: otto anni dal concepimento all’arrivo in sala (se ci arriverà). Viceversa mi è successo con il mio quarto libro – Woody – di cominciare la scrittura nel mese di gennaio 2015, senza avere nemmeno un editore, e di uscire in libreria nell’ottobre successivo: meno di dieci mesi dal concepimento all’arrivo sugli scaffali. Insomma, mi vien da dire che non esista una regola, ogni progetto segue davvero un destino tutto suo.

studio illegaleStudio illegale racconta la storia di Andrea Campi, giovane avvocato nella sede milanese del prestigioso studio legale internazionale Flacker Grunthurst and Kropper, che si occupa di importanti operazioni societarie per conto dei più grandi colossi industriali. Aveva ambizioni, aveva amici, aveva una ragazza. Ora ha prospettive. Lavora fino a notte fonda, mangia pizza e sushi sulla scrivania, vive con un bonsai e parla con il muro. Le giornate scorrono tra pause alla macchinetta del caffè, redazione di contratti e riunioni interminabili, fino al giorno in cui Andrea si trova coinvolto in un nuovo progetto particolarmente delicato. Le responsabilità si moltiplicano, come pure le ore di lavoro e i deliri di un capo sempre su di giri. È l’inizio di un turbine di eventi e incontri che investe la routine di Andrea spazzandone via certezze ed equilibri.

In Italia, a volte, occuparsi di libri pare voglia dire stare fuori dal mondo.

Molti autori scoprono, sulla propria pelle, che il sogno di poter vivere di scrittura è, appunto, un sogno: le copie vendute sono poche, anche quando il libro va bene; la percentuale riconosciuta all’autore è bassa; i tempi di pubblicazione lunghi e incerti. Per te, invece, la scrittura è una professione a tutti gli effetti: eri avvocato, hai mollato tutto, e ora ti mantieni scrivendo. Quanto difficile è stato, per te, fare questo salto? E com’è scrivere pensando che le tue scelte artistiche, estetiche, letterarie, determineranno il tuo tenore di vita?

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Danze russe, con Baccomo 🙂

È stato più difficile di quello che speravo e meno di quello che temevo. I momenti duri, le delusioni, i fallimenti, sono stati – e sono – tanti (un articolo rifiutato, un libro che non vende, una serie tv cancellata poco prima di entrare in produzione, mesi di lavoro non retribuiti, ecc.), ma anno dopo anno dei tanti semi che sono stati gettati qualcuno ha messo radici e la sensazione è che il ghiaccio fragile su cui si scivola sia diventato un po’ meno fragile. Naturalmente non ci sono garanzie di un futuro sostenibile ma questo tipo di garanzie in fondo non esiste per nessuno, che si parli di un avvocato, di un responsabile marketing o di un posatore di parquet. Il modo migliore per costruire qualcosa di duraturo mi sembra resti quello di fare del proprio meglio: scrivere il libro più bello che si possa scrivere, fare la presentazione più coinvolgente che si possa fare, buttar giù la sceneggiatura migliore che si possa buttar giù, essere originali, gentili, puntuali, professionali. Insomma, un occhio aperto sul pubblico e le sue fantasie è necessario, ma ancora più necessario è un occhio aperto su se stessi. In questo senso sapere che dalle scelte artistiche che si fanno dipende la propria sopravvivenza non solo può diventare il più utile stimolo professionale ma persino il più efficace stimolo umano.

41OjOnjZJfL._SX325_BO1,204,203,200_Riccardo Merisio è tornato a sorridere. Un nuovo lavoro e una nuova ragazza hanno cancellato le ombre di un periodo difficile. Ma una sera, mentre sta chattando con Anna, la collega con cui ha da poco intrecciato una relazione, un insolito annuncio invade lo schermo del suo telefonino.
Si tratta dell’invito a scaricare un’applicazione dal curioso nome di WhatsTrue. Anzi, più che un invito pare un obbligo, visto che ogni tentativo di impedirne il download si rivela inutile.
Da questo momento iniziano ad accadere strane cose: sempre più spesso, i messaggi di Anna sono accompagnati da una scritta sinistra: «Anna sta mentendo…». Uno scherzo, una trovata pubblicitaria, o un sistema effettivamente in grado di svelare le bugie dell’interlocutore?

A San Pietroburgo hai avuto la possibilità di presentare due tuoi libri a un pubblico di russi, in una libreria le cui finestre si affacciavano su Prospettiva Nievskij. L’esperienza è stata sicuramente breve, ma sei riuscito a farti un’idea delle differenze tra le aspettative dei lettori russi e quelle dei lettori italiani? In altre parole, hai avvertito un interesse diverso?

Presentazione
Una porzione della libreria

So bene che non è possibile fidarsi dell’impressione di una sola presentazione, peraltro condivisa con parecchi colleghi, ma è difficile non lasciarsi trascinare dall’entusiasmo di decine di persone che si fermano più di due ore in una libreria ad ascoltare con attenzione un pugno di scrittori italiani raccontare le esperienze e i libri più diversi. La sensazione è di avere trovato una forma di considerazione più diffusa, quasi endemica, come se i libri, la letteratura, fossero qualcosa di popolare, condiviso, al pari di un paesaggio o di un piatto tipico. In Italia, a volte, occuparsi di libri pare voglia dire stare fuori dal mondo, in Russia, mi sembra il contrario, entrarci nel mondo. Ma devo dirlo di nuovo, sono solo impressioni, figlie di un gran bel viaggio e di una splendida serata.

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La libreria di San Pietroburgo dove è avvenuta la presentazione

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