La cosa

Sette mesi, tu?”
Cinque. Ho trovato un sito che gestisce le rinunce”. Mi guardava gongolante.
Mi stai dicendo che c’è qualcuno che ci rinuncia?”
No, ti sto dicendo che c’è qualcuno che nel frattempo muore e lascia un posto libero”.
Eravamo in pausa pranzo, al bar davanti all’ufficio, e stavamo mangiando un piatto di melanzane alla parmigiana, una specialità che si trovava solo il martedì; fuori pioveva, il cielo era grigio, spento, come tutti i giorni di novembre.
E hai già preso i biglietti dell’aereo?” le chiesi mentre lei stava addentando il primo boccone di parmigiana.
Sì. Quelli mi sono costati un po’ di più”.

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Le melanzane alla parmigiana che mangiavo con Sindi

Capisco” le dissi. Lei era stata più scaltra di me, e la cosa non mi stupiva affatto: anche nel lavoro quotidiano, era sempre lei quella che aveva l’idea più furba, anche se tra i due ero io quello con maggior talento: solo, mi mancava la determinazione per metterlo in pratica. Sono convinto che pure lei la pensasse come me, al riguardo, e che in fin dei conti le facesse piacere riuscire a ottenere dalla vita più di quanto avrebbe meritato. Si chiamava e si firmava Cindy Busnelli, anche se sulla carta d’identità (l’avevo intravista quando ci presentammo alla reception di un cliente) c’era scritto Sindi Croffor Busnelli, un nome che tradiva le origini umili della sua famiglia. Anche per i biglietti era stata migliore di me: io non avevo ancora iniziato a cercare – e sarebbe stata una vera beffa se non li avessi trovati. Avevo visto, comunque, che alcune agenzie organizzavano dei viaggi in pullman, a prezzi tutto sommato ridotti (avrei impiegato dodici giorni ad arrivarci, attraversando mezza Europa e buona parte della Russia); rimaneva in piedi pure l’opzione del car sharing, una soluzione che avevo già adottato con soddisfazione in altre occasioni ma che in quel caso, ne ero abbastanza sicuro, sarebbe stata un’esperienza al limite dell’incubo.
Prima di decidermi a prenotare – prima di riuscire a trovare i soldi per pagare l’ingresso, a voler essere del tutto sinceri – avevo notato che i tempi di attesa si stavano allungando. La richiesta superava di gran lunga l’offerta, come avviene spesso nei regimi di monopolio, e i prezzi, già altissimi, erano aumentati. Per venire incontro al flusso costante di persone da ogni continente avevano esteso gli orari di ingresso: ora aprivano alle sei di mattina e chiudevano a mezzanotte; presto, pensavo, sarebbero stati costretti a tenere aperti 24 ore al giorno. In una pizzeria dove ero andato con degli amici, due o tre mesi prima, avevo visto un televisore sintonizzato su un canale satellitare che trasmetteva tutto il giorno, tutti i giorni, le immagini di una telecamera piazzata proprio sopra quell’interminabile fila.
La scoperta era avvenuta nel cuore della Siberia, a duecento chilometri da qualsiasi centro abitato. Un aereo, un bimotore, aveva subito un’avaria ed era stato costretto a un atterraggio di emergenza in mezzo alla steppa sconfinata. Il pilota e l’equipaggio, una coppia di turisti austriaci e la loro guida, diretti verso il confine con la Cina, non avevano riportato alcuna ferita ma l’aereo non era più in grado di ripartire. Durante l’attesa dei soccorsi, che durò quasi due giorni, la coppia si spinse a perlustrare la zona circostante, con la curiosità dei cittadini che per la prima volta si trovano in mezzo alla natura: girovagarono a caso, spingendosi sulle bacchette da nordic walking, ricoperti da uno strato di Autan spesso un centimetro. Fu così che la trovarono. Da principio non si accorsero neppure loro di quanto avevano trovato: non ne ebbero consapevolezza. Poche ore dopo arrivò la jeep che li avrebbe portati in salvo; nei giorni successivi ebbero altre cose a cui pensare. Qualche settimana dopo, però, i due austriaci iniziarono a considerare meglio ciò che avevano trovato. Pur non trovando le parole per parlarne, riuscirono comunque a condividere la sensazione legata all’esperienza del ritrovamento. Per pagare quel viaggio, che era il sogno della loro vita. avevano speso tutti i loro risparmi; per organizzare il ritorno, vendettero la casa. Non fu semplice individuare il luogo del ritrovamento.

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La zona del ritrovamento

Alcuni falsi indizi li portarono a un centinaio di chilometri dal punto in cui erano atterrati la prima volta. Una tempesta li tenne bloccati per quattro giorni. Ma alla fine riuscirono ad arrivarci…
Era più o meno questa la storia che era possibile leggere sul sito ufficiale. Non ricordavo le date esatte, e i luoghi esatti, ma a grandi linee le cose erano andate proprio così: una casualità, l’iniziale riluttanza a riconoscere l’entità della scoperta, il ritorno… L’interesse aumentò molto lentamente. La coppia invitò alcuni amici che sparsero la voce. Un passaparola su piccolissima scala. Poi, sei o sette mesi dopo, si era fatta avanti un’agenzia americana che aveva una grande esperienza nel settore delle mostre – collaborava da anni con il Moma di New York, con la Biennale di Venezia, e perfino con il piccolo ufficio che organizzava le mostre al Beauburg di Parigi. Per la prima volta, qualcuno, nonostante la perplessità di molti, intravide una qualche possibilità di guadagno. La Russia impose che tutto quello che riguardava la “cosa” – si era già iniziata a chiamarla così – si sarebbe dovuta fare dentro ai confini nazionali. Dopo qualche sopralluogo, comunque, fu chiaro che non sarebbe stato possibile spostarla: se si era pensato a un museo, sarebbe sorto proprio là, nel cuore della Siberia (un cuore freddo e inospitale). Il progetto fu affidato a Tom Wiscombe, un architetto visionario che io allora non avevo mai sentito nominare e che, lo scoprii cercando su Google, era specializzato nel progettare musei, palazzetti per concerti e altri luoghi pubblici. Le sue opere ricordavano delle astronavi. Questa volta superò se stesso in fantasia e ardimento: la struttura era innovativa, immensa. mostruosa. Accanto sorsero un aeroporto e un complesso di alberghi capaci di accogliere fino a centomila persone. Nei paraggi, crebbe anche una fitta rete di piccoli B&B abusivi, costruiti in mezzo ai boschi, che l’esercito russo continuava a demolire incessantemente. All’inaugurazione, faraonica, la coppia degli austriaci non volle partecipare e la nota, polemica, che comparve sul loro sito ebbe poca visibilità. Con il tempo, ci si dimenticò di loro.
Cindy, o Sindi, sarebbe partita prima di me. La invidiavo, per questo. Ero stato io a parlarle della cosa un anno prima, quando ancora non c’era alcun clamore attorno al museo di Wiscombe. Con il tempo si era interessata anche lei all’argomento. Poi c’era stata quella lunga serie di servizi al telegiornale, i link sponsorizzati sui Facebook, le pagine che venivano aperte spontaneamente, i gruppi privati. Io non fui abbastanza veloce a prenotare la mia visita; lei, invece, che sembrava mossa da una smania di vincere – di vincere in generale, sistematicamente su tutto – mi precedette. Cinque mesi dopo partì, e al suo ritorno ci ritrovammo a mangiare la parmigiana nel bar davanti al lavoro.
Come è andata?” le chiesi. Da un lato speravo che mi avrebbe raccontato qual era stata la sua impressione; dall’altro, però, avrei preferito non sapere nulla, andarci senza troppe idee in testa.
Bene. Il palazzo è davvero impressionante. Sembra di essere nel futuro”.
Ma l’esperienza?”

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L’aeroporto che sorge a sette chilometri dal museo

Be’, sono molto organizzati. Quando arrivi, c’è un servizio di accoglienza che ti fa accomodare in una grande sale d’aspetto. Hanno già tutti i tuoi dati – sanno da dove vieni, quanto hai viaggiato, l’orario che hai prenotato. Mezz’ora prima del mio turno mi hanno chiamata e mi hanno fatta entrare in una stanza più piccola dove c’era una specie di spogliatoio con degli armadietti. Mi hanno dato una tunica bianca; mi sono spogliata, ho messo tutti i vestiti in una borsa, mi sono messa questa specie di saio e sono andata. Hanno il terrore delle macchine fotografiche ma non sono riuscita a capire il motivo. Credo sia un modo per creare un po’ di mistero attorno alla visita. Te lo dico perché anche se avessi avuto una macchina fotografica, non sarebbe servita a nulla”.
Lo penso anch’io”. Lo dicevo senza un motivo preciso: mi dispiaceva essere quello meno informato sull’argomento.
Poi ti incammini lungo un corridoio illuminato da lampade bluastre. Silenzio assoluto. Poi finalmente entri in una specie di grotta… Ed è là. È molto più piccola di come me la immaginavo…”
Sì, ho letto che è molto piccola”.
Più di quanto puoi immaginare. È piccola oltre ogni immaginazione. Anche microscopica non rende bene l’idea. D’altra parte, le sue dimensioni sono irrilevanti, no? Comunque ci puoi stare al massimo un minuto e mezzo, ma lo capisci da solo quando è arrivato il momento. Sembra poco, ma in realtà ne basterebbe meno della metà. La stanza successiva è una specie di zona di decompressione: panchine di legno, luci soffuse, vapore, silenzio. Piano piano ritorno verso l’uscita, dove ti ridanno i vestiti. Nessuno parla, neanche nel pullman che ti porta all’aeroporto, neanche in aereo durante il viaggio di ritorno”.
E ora come stai?”
Come dovrei stare? Bene. Normale. Ora mi sto mettendo da parte i soldi per tornarci un’altra volta. So che ora il tempo di attesa ha superato l’anno. Me ne farò una ragione”.
Finimmo le melanzane e tornammo al lavoro. Nei due mesi successivi non ne riparlammo più: avevo l’impressione che a lei non facesse piacere, o che volesse mantenere quell’esperienza a un livello molto privato. Avevo letto molti racconti sulla cosa, e avevo anche trovato un gruppo su Facebook dove le persone postavano dei disegni. Mi ricordavano un po’ le foto sgranate degli oggetti volanti non identificati. D’altra parte, nel sito ufficiale del museo si invitava a non dare troppo credito a quelle rappresentazioni: “chiunque ci abbia fatto visita” dicevano “sa bene come sia praticamente impossibile disegnare quanto visto”. Anche Sindi era dello stesso parere, ma mi infastidiva il suo atteggiamento: mi faceva capire, sempre più spesso, che il mondo poteva essere diviso in tre grandi insiemi, quelli che c’erano stati, quelli che non ci sarebbero mai stati e quelli che ci stavano per andare, e me le diceva secondo un ordine non casuale, dal più alto al più basso. Un po’ mi snobbava; il sottotesto di ogni nostra conversazione era “tu non puoi capire”. Perciò fui contento quando arrivò il mio turno. Partii da Malpensa. Il viaggio fu burrascoso – trovammo una perturbazione di dimensioni continentali che fece sobbalzare l’aereo per almeno un’ora. L’albergo, le cui

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Il progetto iniziale di Tom Wiscombe, poi ampliato

finestre si affacciavano sull’immenso museo progettato da Wiscombe, era molto comodo. Dalla tv in camera era possibile vedere i canali di tutto il mondo. Cercai quello che avevo visto nella pizzeria – ero curioso di vedere la fila di persone che aspettavano di entrare. Quando lo trovai, mi avvicinai al monitor e guardai quelle facce, una a una. C’erano africani, cinesi, scandinavi, filippini, magrebini, sudamericani. Sapevo che molte persone avevano venduto tutto, per fare quel viaggio. Come si sentivano, in quel momento? Mi collegai a Facebook e aggiornai il mio status con una foto del museo, stato d’animo: emozionato. Quando spensi la luce, avevo già ricevuto un centinaio di like. C’era anche quello di Sindi, che aveva anche commentato: “ti aspetto”. Dormii profondamente. La mattina dopo feci colazione e andari verso il museo. Era tutto come mi era stato descritto: i ragazzi della reception, la grande sala d’aspetto, l’attesa, lo spogliatoio, la tunica bianca, il corridoio… Il mio turno. Entrai in punta dei piedi. La stanza era azzurra e buia. Procedetti a tentoni fino a quando non la vidi. La cosa era proprio là, a un metro da me, impercettibile eppure nitidamente presente. Inspirai profondamente, chiusi gli occhi e li riaprii. Ero pronto. Di fronte a me avevo il vuoto. Non c’era niente, niente di niente. Lo zero assoluto, l’assenza di tutto… Era la negazione del tempo, la privazione dello spazio, delle tre dimensioni, della prospettiva, della distanza. Non c’era nulla, là dentro: non c’era assolutamente nulla… Era l’universo prima del big bang, il globo terrestre prima che emergesse la vita, un cielo infinito nel quale le stelle, le galassie e le nebulose si erano spente, il mondo di tutti quelli che erano morti e lo spazio ancora indefinito di quelli che non erano ancora arrivati, il silenzio tra le parole, ogni singolo amore che non era mai nato, le mancate coincidenze, e le persone che avevo incrociato e poi dimenticato, il fuoco spento, la pioggia finita, le notti in cui non avevo sognato, le ore passate sui social, e distese di tombe, di fosse comuni, di campi di battaglia abbandonati, era il male e l’Olocausto, i gol festeggiati e poi annullati, la somma di tutti i secondi tra la fine di una battuta e l’inizio della risata, l’attimo prima di un bacio, il tempo tra l’ultimo battito del cuore e la morte per sempre, fino alla fine di tutto… ed era così grande, questo nulla, così totale, da essere immenso, infinito, e immensamente piccolo, e infinitamente vuoto; e – ora finalmente lo sapevo – parlava di me.

 

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