Faccio Yaya (come Tourè)

Tra i pochi libri che mi hanno cambiato la vita (no, non sono proprio pochi, ma sono comunque numerabili) c’è anche “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Thomas Khun – un saggio che non può essere riassunto in poche righe senza perderne il senso complessivo; facendo una forzatura, però, ne estrapolo alcune idee… La prima: ogni periodo storico è caratterizzato da un paradigma scientifico, un insieme di concetti, idee, convenzioni, domande che forniscono le basi, e definiscono il perimetro, all’interno della quale si muove la scienza. La seconda: le rivoluzioni scientifiche, tipicamente, non danno risposte a domande insolute ma, piuttosto, pongono nuovi problemi. Un esempio? Quando Einstein, nel 1905, propone la sua relatività ristretta, la maggior parte degli scienziati era convinta che, bene o male, la scienza si fosse spinta fino ai limiti di ciò che poteva essere conosciuto – proprio qualche anno prima, nel 1900, Hilbert aveva elencato una serie di problemi ancora irrisolti, e tra questi non compariva quello a cui la teoria della relativià ha dato risposta.

Il bello di questa teoria è che vale non solo per la scienza, ma anche per contesti molto meno nobili (punti di vista) come la musica…. Mi piacerebbe, da sostanziale profano, scrivere un bel libro dal titolo “La struttura delle rivoluzioni musicali”: farei vedere che la musica non si è evoluta in linea retta ma che le nuove generazioni hanno, di volta in volta, soppiantato, o fatto fuori, quelle precedenti proponendo un cambio radicale, una rivoluzione rifiutato, denigrata, sbefeggiata – esattamente come è successo con tutte le rivoluzioni scientifiche. Quello che voglio dire è che il rock non è nato perché a un certo punto Frank Sinatra o Dean Martin hanno messo un po’ di batteria in più nelle loro canzoni, così come il punk non è stato inventato da chi, fino al 1975, faceva glam rock o musica progressive. E ogni volta che si affaccia un nuovo genere, la reazione è sempre la stessa: “questa non è musica”. Ognuno di noi si adegua al paradigma musicale che lo ha formato: mia suocera cerca la fisarmonica, la bella voce e il ritmo della polka; quelli della mia età le chitarre, una linea melodica, la struttura strofa/ritornello; i miei figli, qualcosa che per me risulta sostanzialmente incomprensibile, inutile, ma che per loro ha lo stesso significato che potevano avere le canzoni che ascoltavo io alla loro età.

La musica del 2018 nasce in casa, su computer portatili con Ableton o FL Studio – programmi che consentono di costruire, con uno sforzo tutto sommato ridotto, delle basi molto ritmate. Se gli anni sessanta e settanta servivano una chitarra, un basso e una batteria (e non a caso quello è il periodo d’oro delle rock band), ora basta molto meno. E’ finito il concetto dell’album come insieme di canzoni della durata complessiva di 40 minuti (ai tempi dell’LP) o intorno ai 60 (ai tempi del CD); è finita anche l’epoca dei singoli che dovevano essere trasmessi per radio (e la cui lunghezza intorno ai 4/5 minuti si è definita durante l’epoca dei 45 giri): ora si pubblica direttamente su Youtube, accompagnati da video girati con un iPhone. E poiché le distrazioni sono tante, e la banda (intesa come collegamento alla rete) costa, le canzoni si stanno riducendo a dimensioni minime, tra il minuto e mezzo i e due minuti. La struttura strofa/ritornello è sparita, e credo che questo sia una conseguenza di Ableton e FL Studio, che spingono verso una struttura basata su tracce di loop (basso, innumerevoli tipi di percussioni, ecc) che vengono attivate o spente nel corso della canzone. Per i testi, il riferimento è il mondo del web, con i suoi meme, i suoi personaggi virali, la sua sostanziale anarchia. Per fare alcuni nomi, in America sta emergendo Lil Pump, un diciassettenne di origjne messicana che confessa candidamente di non essere mai stato interessato alla musica e, allo stesso tempo, di essere pronto a rivoluzionarla. La sua “Boss” (durata: 1 minuto e 42 secondi) ha 64.000.000 di visualizzazioni. La canzone non ha una strofa e non ha un ritornello. Nel video esegue tutte le “mosse” tipiche dei ragazzi nati dopo il 2000; brandisce un mitra e agita pacchi di dollari; indossa i vestiti obbligatori per i rapper (o trapper, in questo caso) dei nostri giorni: Gucci (un altro suo pezzo è “Gucci Gang”), Louis Vitton, Prada, Rolex, Lamborghini. Al primo ascolto (e al secondo e al terzo) si sente solo rumore e filastrocche; al quarto, però, si inizia a scorgere qualcosa di totalmente inedito.

Credo che quando alla fine degli anni cinquanta le città inglesi erano state invase da gruppetti che suonavano rock e rhytm and blues, quella musica risultava comprensibile solo ai ragazzi sotto i vent’anni. Allora, il canone era totalmente diverso: valutate con il metro di quel paradigma musicale, le nuove canzoni non rispondevano ad alcuna delle sue regole implicite. Anche alla fine degli anni sessanta, a Battisti si rimproverava di non saper cantare… e quello che è successo, poi, non è stata una conversione di chi non capiva: semplicemente, il nuovo corso ha di volta in volta imposto un modo nuovo di intendere la musica. Mia suocera continua ad ascoltare la musica che ascoltava negli anni sessanta: la sua resistanza ha sconfitto il rock, il punk, la musica new wave, il grunge e il rap. Succederà lo stesso con chi ora cerca le chitarre o una melodia nelle canzoni di adesso: rimpiangeranno per tutta la vita il buon rock dei Led Zeppelin o l’abilità musicale dei Pink Floyd. Che ci piaccia o meno, il futuro appartiene a gente come Lil Pump o, in Italia, a Ghali (la sua apparizione da Fazio mi ha ricordato quando gli Who andavano nelle trasmissioni inglesi e venivano presentati come animali esotici), a Sfera Ebbasta, Rkomi, Mostro, Low Low, Salmo… Saremo pronti? Non credo. Io ci provo ma so che non sarà semplice. Intanto, ascolto G.bit e la sua splendida “Yaya Tourè” (1 minuto e 29 secondi). Per capire il testo, dovrete necessariamente avvalervi della consulenza di qualche dodicenne.

 

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8 risposte a "Faccio Yaya (come Tourè)"

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  1. La mia formazione musicale è andata a fasi. C’è stato – ahimè – il periodo delle boyband, poi il recupero dei classici degli anni Ottanta (con la convinzione che fosse il meglio), infine un assestamento sull’alternative rock con alcune incursioni nel cantautorato italiano.
    Per fortuna non conosco nessuno degli ultimi nomi che hai citato (sono ferma a Benji e Fede).

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    1. Eh eh… Credo che ognuno si assesti sulla musica che ha imparato ad ascoltare tra i 10 e i 25 anni – si finisce per valutare quello che viene dopo con quei precisi parametri. E’ come con le lingue: o si imparano da piccoli, come lingua madre, o si dovrà sempre passare attraverso il processo innaturale della traduzione.
      Io non credo che Lil Pump o G.bit, o i rapper che stanno andando forti adesso saranno ricordati per molto tempo… ma questa è la “scena musicale” nella quale si formeranno i grandi del futuro – da qui emergeranno autori capaci di trasformare questa materia ancora informe in qualcosa di veramente grande. Torno sempre all’esempio dei Beatles: sono nati facendo musica commerciale, come molti altri gruppi di quel periodo; poi, attraverso il loro genio, hanno saputo trasformare quel nuovo mondo musicale nei capolavori prodotti nella maturità. Io mi aspetto che i grandi autori del 2025 avranno questo specifico background.

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  2. Sarà una coincidenza, ma da qualche giorno sono in botta con Eminem e non so perché, anzi lo so bene: mia figlia, grazie alla quale lo ho scoperto. Ovviamente sapevo chi fosse, ma è servita lei per farmelo ascoltare e che dire…ho il timore di diventare come lo Stan del suo brano omonimo. Questo per dire che ascolteremo Lil Pump  & C, o li ascolteranno i nostri figli, o magari lo faremo assieme, così come mi piace pensare che la contaminazione generazionale, così come le rivoluzioni scientifiche nascono per la rottura di paradigmi, ma potrei dire le società tramite il meticciato, la vita biologica tramite l’assimilazione e la diversità, saranno le cose grazie alle quali andremo avanti, a dispetto di tutte le suocere e i canoni. Potrà poi anche accadere che coloro che oggi invadono la rete a suon di free style, spoken word, trap o checchessia o i loro “visualizzatori” , vengano a cercarci per ascoltare assieme a noi non dico Beethoven o Mozart, ma più prosaicamente  i Kiss, oppure The Smiths, Depeche Mode, Radiohead (ma qui si va nel personale) e sarebbe altrettanto bello. Sono anche io alquanto profano riguardo alla musica e a molte altre cose, ma ho sempre ricordato quello che diceva un mio amico di gioventù che suonava in un gruppo rock e che riguardo al blues diceva che questa musica che lui amava non sarebbe esistita senza la classica.  Non ci resta che attendere, l’anno è appena iniziato, quindi buon anno e buoni ascolti 🙂   

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    1. Bello vedere le vite parallele di genitori con figli che ascoltano musica! 🙂 Eminem è un grande, che viene rispettato anche dai ragazzi di oggi, anche quelli più piccoli – ne riconoscono l’originalità e la potenza. I suoi testi sono stati commentati positivamente anche da un grande della letteratura americana, del quale non ricordo il nome: se negli anni sessanta c’era Bob Dylan, negli anni duemila c’è sicuramente lui.
      E anch’io penso che la contaminazione, il meticciato (mi piace questa metafora!), siano il secondo motore che muove e trasforma la musica. Ora nessuno potrebbe incidere un disco come uno qualsiasi dei dischi degli Smiths, ma sono anch’io fiducioso che qualcuno sappia trovare nella loro musica (e in quella degli altri grandi gruppi che citi tu) un’ispirazione che sappia “elevare” quello che fanno. La cosa che noto guardando i miei figli, e in particolare il più piccolo che fa già musica per conto suo, nonostante la giovanissima età, è il fatto che i parametri con i quali ascoltano e valutano la musica sono completamente diversi dai nostri. Chiunque abbia suonato, o strimpellato, la chitarra tra gli anni sessanta e novanta, partiva sempre da un “giro” di accordi, e poi su questo si costruivano le canzoni; ora questo paradigma, questo “pattern”, non esiste più: si parte dal ritmo, dalla presenza di certe suoni ben precisi (penso al pacchetto di suoni 808 sui quali si basa il rap, che riprende di peso le sonorità della famosa batteria elettronica TR-808 della Roland, realizzata ai primi anni ottanta, o ai pacchetti “Mafia” che creano l’atmosfera delle musiche trap di adeso). Paul McCartney ricordava che da ragazzo gli capitava di prendere l’autobus e di attraversare tutta Liverpool perché dall’altra parte dellla città c’era uno che sapeva fare l’accordo Si7 in un modo diverso – si andava a imparare. Ora si guardano i tutorial; si impara a campionare una sirena della polizia perchè la si vuole metttere, magari suonata al contrario, per introdurre un drop; si cerca un pacchetto che contiene un sitar perché anche in una canzone di un cantante americano sconosciuto compare quel particolare suono. Gli accordi sono molto meno rilevanti – in “Boss” di Lil Pump, come in tantissime altre canzoni dello stesso genere, non si riconoscono, non ci sono; anche la melodia è stata sostituita da altri elementi. L’altro giorno mio figlio ha rifatto tutta la base di “Illegale” di Simone Heron: un lavoro certosino, in cui contano gli hit-hat, il giro di basso, le transizioni tra una parte e l’altra della canzone. Questo è il contesto nel quale si svilupperà la musica del futuro; da qui nasceranno i grandi del 2020.
      Un abbraccio e buon anno, e grazie per questa bella condivisione!
      Paolo

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      1. Grazie a te! Devo ammettere che sei anche un ottimo musicologo 🙂 Ricambio ovviamente augurio e abbraccio!
        PS: Il grande della letteratura che ha parlato di Eminem dovrebbe essere Seamus Heaney, ma può darsi che mi sbagli perché era irlandese (mi documentero’ sicuramente).

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  3. Paolo, condivido la logica dei cambi ciclici di parametro.
    Poi esistono i giudizi di valore legati a questi cambi.
    Ci sono alcune cose di questi ultimi venti-trent’anni che resteranno, alcuni parametri di produzione, alcuni devices.
    A costo di sfidare il luogo comune del vecchio nostalgico, continuo a pensare che questo sarà ricordato per il periodo d’oro delle serie televisive e del software, perchè i grandi cambiamenti e le vere grandi novità vengono dal mondo dell’informatica mobile che, ad esempio, permette la fruizione immediata dell’intero patrimonio culturale, anche musicale, cosa meravigliosa e lungamente desiderata da tutti noi.
    Poi c’è la qualità.
    Al di là della feroce irrilevanza del 90% della musichetta muzak che ci ammorba, il rap è oltretutto il wasabi della musica.
    Quello che doveva essere un condimento minimale, da usare con estrema attenzione, è diventato il main course con effetti devastanti sul nostro palato.
    Nel frattempo Beethoven e i Beatles sono celebrati ed eseguiti ancora adesso.
    Sono curioso di vedere cosa rimarrà della musica post anni 90.
    C’è più novità in 1 minuto di Zappa o Stockhausen che in ore di questo nulla.
    Sempre imho, of course.

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    1. Scusa il ritardo con il quale rispondo al tuo interessante commento…
      Io non esprimo giudizi sul valore: cerco di capire verso quale direzione si sta muovendo la musica, cercando di non farmi condizionare dai gusti che ho sviluppato per il semplice fatto di essere nato in un preciso momento storico. Come te, credo, anch’io amo i Beatles – la mia potrebbe essere definita quasi una sorta di venerazione: so suonare tutte le loro canzoni al pianoforte (e tieni conto che io non so suonare il pianoforte!), ho letto un sacco di libri su di loro… e tuttavia mi è ben chiaro che quando i Beatles, e in generale il rock si sono imposti in Occidente, chi era abituato ad ascoltare tutt’altra musica (penso a Cole Porter o a Kurt Weil) abbia guardato con orrore la nuova musica: da un certo punto di vista queste persone avevano ragione, perché ciò che era cambiato non erano tanto le melodie o i ritmi, ma il paradigma stesso che stava dietro alla musica.
      Ora, se insistiamo nel voler valutare il rap contemporaneo con il paradigma dei Beatles, non c’è dubbio che siamo costretti ad ammettere che ci troviamo davanti a una porcheria priva di contenuti; d’altra parte, valutare “Help” o “Michelle” con il paradigma di Beethoven, porterebbe più o meno alle stesse concusioni. Il punto è che i Beatles non erano una versione semplificata di Beethoven: erano “altro”. Se li avessimo valutati sulla base della complessità delle armonie, della capacità di sviluppare un tema, cosa avremmo detto? Musicalmente i Beatles erano degli analfabeti – sto parlando da un punto di vista tecnico. Non sapevano leggere uno spartito, non avevano ricevuto alcuna educazione formale o teorica… eppure ora siamo qui a parlare della loro grandezza.
      In questo post non sto confrondando g.bit con i Beatles. Sto solo dicendo che la musica del futuro assomiglierà più a questo che a ciò che noi adulti siamo abituati ad ascoltare; che per la prima volta da molti anni (forse dai tempi del punk, o al più tardi dalla new wave inglese degli anni ottanta) sta emergendo qualcosa di diverso – nuovi modi di intendere la musica. Può essere che questo non sia il periodo d’oro della musica; d’altra parte, nel 1900 gli scienziati si guardavano intorno dicendo: embé? cosa ci è rimasto ora da scoprire? 😉
      Un abbraccio!
      Paolo
      ps in Italia uno di cui si parlerà a breve sarà “Tha supreme” https://www.youtube.com/watch?v=9tKQDABiYuI

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      1. Certamente i Beatles erano qualcosa di diverso e su questa strada sono d’accordo, ossia sul fatto che i parametri cambiano sempre.
        Ma la musica è fatta anche di mille rivoli spezzati e sicuramente se guardiamo il criterio di qualità perfino la storia ha una certa onestà di fondo.
        Ecco perché ancora adesso i giovani in fondo riempiono le sale da concerto e ascoltano Beethoven ed ecco perché ancora adesso SGT Pepper o altre cose del rock anni 60-70-80 vendono bene e colpiscono perfino i giovanissimi.
        In sintesi : è vero che tutto cambia ma la qualità resta.
        Come diceva mio padre quando ossessivamente mettevo Lady Madonna sul mio mangiadischi dal colore improbabile (sic) : questi qua sono bravi davvero!

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