Chi non ama Virginia Woolf? – di Evelina Miteva

Sono molto felice, e orgoglioso, di ospitare su Grafemi il racconto di un’autrice bulgara nata in Lituania, Evelina Miteva – un’uscita qui in Italia che spero le porti tanta fortuna. Mi piace pensare che tra qualche anno ci saranno buoni motivi per ricordare questo momento!
La traduzione è stata curata direttamente dall’autrice, che ha studiato – anche – presso l’Università di Bari. Le foto sono state scattate da lei. E sotto il racconto, c’è la sua breve biografia. Buona lettura!

Chi non ama Virginia Woolf?
di Evelina Miteva

Pensò, in un breve istante, di capire tutta la sua vita. Così mentre era seduto sulla panchina accanto a lei, a capo chino, lei sentì improvvisamente, con chiarezza cristallina, che sapeva tutto su di lui, che comprendeva silenziosamente tutto. Il suo silenzio le doleva, si sentiva impotente e indifesa. Non poteva avvicinarsi a lui, non era possibile dargli una consolazione per tutto il suo passato sprecato, per i suoi sogni, ottenebrati in rancore, per le sue incertezze, per la propria timidezza. Non era possibile raggiungerlo e cancellare tutto con una nuova speranza. Sarebbe stato ingiusto. Quale nuova speranza poteva dargli? La sua mano rimase svogliata e immobile, la sua impotenza la soffocava.

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Tutta quella illusione – che possiamo salvare qualcuno; che qualcuno ci può salvare – non era altro che una copertura per la propria pigrizia, pensò con una rabbia improvvisa. Nient’altro che pigrizia, maledetta debolezza. Caricare qualcun’altro con la responsabilità della propria felicità, non c’è nulla di più facile. “No, no, no”, pensò sempre più nervosa, “non serve a nulla dispiacersi. Quella è solo una responsabilità sua. Il suo passato è suo, i suoi ricordi sono suoi. Con tutto ciò non ho nulla a che fare!” E la sua mano, languida, si strinse in un pugno, il pollice premeva le dita racchiuse, le nocche sbiancarono. La sua impotenza la faceva sempre infuriare. Non c’era niente che potesse fare. Lei non era nessuno. Si alzò bruscamente dalla panchina nel parco e si incamminò lentamente, in mezzo al prato, la mascella serrata.

L’uomo uscì dal suo torpore, si alzò anche lui e la seguì, ancora con la testa china, le spalle cadute. Capiva la sua rabbia e si sentiva colpevole, lui comunque spesso si sentiva colpevole. Perché rimaneva sempre perso e non faceva mai nulla, ecco, come adesso! Avrebbe potuto fare qualcosa sulla panchina poco fa. Avrebbe potuto protendere la mano, accarezzarle i capelli. O parlare, almeno parlare. Anche su di cose insignificanti, giusto parlare, lasciar le loro voci riempire il crepuscolo e ridurre il freddo serale. Invece no, stava lì con la testa china, fissando qualcosa di poco chiaro, senza senso. Oppure, altre volte, si dava la colpa per aver agito troppo in fretta, con eccesso di confidenza. In un’improvvisa esplosione di imbarazzo si ricordò di come aveva ordinato il vino per quella ragazza quasi sconosciuta che aveva visto due settimane prima nel gruppo di ammiratrici di sua moglie. Sua moglie era imponente e bionda. Poetessa, giornalista, cantante – lei aveva sempre un progetto da cui era catturata, sempre con il rossetto leggermente sbavato, brillante. C’erano sempre donne, ragazze, artiste, fotografe accanto a lei. Lui stava di lato, poi si eccitava per questo gruppo variegato, cominciava a parlare insolitamente agitato, a ridere, ordinava più vino. Poi si pentiva, si sentiva di nuovo invisibile, fissava lo sguardo verso il basso.

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Ma ora questa donna che camminava davanti a lui attraverso il prato nel parco, passando per le ombre degli alberi che si trascinavano sulla sua ombra e si mescolavano con essa, era diversa. Qualcosa in lei gli impediva di toccarla, si fermava indeciso. La guardava camminare tra le ombre che si piegavano attorno a lei e si appiccicavano sui suoi abiti e il suo viso, e gli sembrava sempre di più che tutti questi pensieri fossero ora completamente inutili, l’istante si allontanava, la chiarezza di ciò che si era rivelato poco fa tra loro due affondava sempre di più nel crepuscolo. La guardava come si allontanava lentamente in avanti, senza voltarsi, poi sospirò e la chiamò per nome dicendo che era ora di andare. Le auguro buonasera, si voltò e uscì di nuovo sul vicolo. Si guardò per un attimo le scarpe, spazzolò qualche rametto di erba che vi si era attaccato, e si recò con calma verso l’uscita del parco. Claudia rimase tra le ombre, e, sorpresa, lo osservava immobile mentre si allontanava. Improvvisamente si era scrollato di dosso la sua indecisione, l’aveva privata del vantaggio di vedere attraverso di lui, di provare dispiacere per lui, di essere delusa.

 

Mentre lo guardava allontanarsi, immobile tra le ombre degli alberi, Claudia ricordò con chiarezza di quella sera ormai lontanа, più di quarant’anni prima, quando ancora bimba era seduta sul sedile posteriore della macchina dei suoi genitori e un pensiero, come una palla di polvere, si concretizzava sempre di più dentro di lei: “Nessuno mi ama”. Era sera e stavano rientrando in città, le ombre degli alberi lungo la strada erano lunghe e passavano rapide sull’auto, l’ombra della macchina saltellava, lontana dalla strada, sull’erba alta a secca, fluiva sulle pietre, tra gli alberi, sui fossi, sugli argini e tra i campi lungo la strada. Il sole stava tramontando. Tutti in macchina erano in silenzio. Lei guardava fuori dal finestrino e ne era sicura – amano soltanto mio fratello. Nessuno mi ama. Non si era messa a piangere, allora, e non pianse nemmeno dopo, le erano rimasti soltanto questa certezza e il senso di colpa per aver dubitato di quella dimensione divina – l’amore dei suoi genitori. Allora, e adesso nelle ombre del parco, rimase ferma, con lo sguardo vuoto, con quello stesso rabbioso  senso di colpa di una bambina abbandonata.

Ora, però, era già una donna, era cresciuta, sempre magra come era da piccola, i suoi capelli appena grigi, gli occhi vuoti. Da lontano sembrava più giovane, e per questo motivo la gente si illudeva che fosse allegra. Si scrollò di dosso i pensieri e con la testa china, lentamente, si incamminò verso l’uscita del parco. Trascinava le gambe, nessuno la amava. Di scatto si ricordò di andare più svelta per evitare di attirare l’attenzione su di sé per non sembrare persa, una donna perduta di mezza età, com’era in effetti. Persino quell’uomo scialbo, pallido, le aveva girato le spalle. Affrettò il passo, ma lo sguardo rimase abbassato, i pensieri vagavano.

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Da allora erano passati diversi mesi, l’estate si allungò e tramontò, l’autunno scoppiò in miriadi di colori e morì, arrivarono i giorni di novembre, brevi, grigi e trafitti dal vento freddo. Claudia aveva concluso un altro progetto e avevano organizzato una piccola mostra di sue fotografie in una piccola galleria del circuito alternativo. All’inaugurazione – oltre alla proprietaria della galleria – erano venuti alcuni suoi amici, un paio di studenti che avevano per caso visto l’annuncio, e il solito estraneo con l’aspetto fallito e artistico che nemmeno tentava di nascondere di essere venuto in cerca di cibo gratis. La gallerista disse poche parole e poi il piccolo gruppo si disperse nella sala per guardare le fotografie in bianco e nero. Claudia era defilata con un bicchiere di vino in mano, scrutava le foto, la gente davanti alle foto, e non riusciva a comprendere che cosa li avesse riuniti qui, voleva scappare il più presto possibile, dalla mostra, dai suoi amici, dagli interessati occasionali, da se stessa. Voleva scomparire, come se non fosse mai esistita, come se non fosse mai stata amata, come se non avesse mai significato niente per nessuno. Scomparire senza alcuna traccia. Le fotografie in bianco e nero erano senza firma, potevano essere di qualcun altro, non sue. La sua claustrofobia cresceva, lei si reggeva al suo bicchiere come all’ultimo ponte per la realtà, sorrideva con un’aria assente e aspettava, stremata, che tutto finisse. La sua vita stava andando verso la fine.

Improvvisamente rabbrividì. A distanza di poche persone vide l’uomo pallido che, girato di lato verso di lei, si trovava di fronte a una delle sue foto sul muro. Aveva fotografato una finestra nella quale luce e ombra erano riflessi e rifratti in un modo particolare, sembrava quasi come un quadro di Rothko: sopra la parte illuminata e opaca della finestra, sotto la parte buia, come offuscata da ombre e foglie. L’uomo sembrava magro, le guance scavate, assorto. Sul suo volto passavano delle ombre e di colpo lei sentì di nuovo quella sensazione speciale di prima – come se in un istante l’avesse visto pienamente, con chiarezza cristallina, lui intero e la sua vita intera. Ancora col bicchiere in mano, senza pensarci, gli si avvicinò, i due si trovarono insieme sotto la fotografia della finestra. Lui si voltò e la guardò in silenzio.

La parte luminosa della finestra proiettava la sua luce opaca su di loro. La parte di sotto restava adombrata dalle foglie e non si vedeva se le loro dita si toccavano.

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(Le foto sono dell’autrice)


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Evelina Miteva è nata nel 1981 a Vilnius (Lituania), vive a Colonia (Germania) dove insegna presso l’Università di Colonia. Ha conseguito dottorato di ricerca in filosofia e storia della filosofia presso le Università di Bari e di Colonia. Autrice di uno studio dottrinale sull’antropologia di Alberto Magno nonché di articoli, recensioni, poesie, traduzioni in bulgaro dal latino, inglese, tedesco e italiano.
Ha quattro figli.
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4 thoughts on “Chi non ama Virginia Woolf? – di Evelina Miteva

  1. Sono stato rapito dal respiro di questo periodare, dalle sue ombre e dalle sue luci, oscillanti tra un racconto di Schnitzler (secco, preciso ma non corrivo nel diorama di sfumature e colori che ritraggono la cosiddetta realtà) ed il pugno di versi di uno Stefan George (le parole sembrano stillare umidità e crepuscolo). Bellissimo.Una sola domanda: ma non è lituana l’autrice? Ad ogni modo amo molto la Bulgaria, ricordo una serata splendida in un’osteria sospesa sul Danubio al tramonto, di fronte alla Romania, a poche centinaia di metri da me…

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    1. Grazie per il Suo commento affettuoso!
      Sono nata in Lituania, un paese che mi è rimasto sempre nel cuore. Sono cresciuta in Bulgaria e scrivo in bulgaro.

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  2. Cara Evelina, che bello ritrovare un nuovo tuo testo … intenso e incisivo con quel finale ambiguo come ambiguo è sempre il gioco dei corpi, nelle ombre e nella luce. Li vedo stagliate su quel prato o dentro quella galleria, questi artisti pallidi e opachi, assottigliarsi di fronte al troppo estenuarsi di parole e bagliori della vita pseudo-barocca di oggi. La paura di riconoscersi reciprocamente nell’esile nettezza dell’esistenza, sempre in bilico tra l’abbraccio e l’abbandono. Ma sì, io sono certo che le dita, nascostamente, si sfiorano come si sfiorano sempre le belle anime ritrose, quelle che scoprono negli occhi chini dell’altro, nel suo rossore improvviso, il segno di una consorteria, di una clandestina alchimia, contro questo mondo prigioniero dell’eccesso, dell’osceno, della pornografia. Un abbraccio. Alessio

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