Tempo

Ogni tanto succede: Grafemi va in letargo. Sarà l’inverno? Può essere. Però non sono rimasto fermo, in questi mesi, anche se il mio rapporto con la scrittura e i libri sta cambiando. Ogni tanto mi capita di dover cambiare pc – più spesso di quello che succede alla maggior parte delle persone, per il semplice motivo che vivo di informatica, il mio pc sta acceso 16 ore al giorno; se mi si rompe (ed è successo più di qualche volta), chiedo un permesso di mezz’ora, esco dall’ufficio, vado in un negozio di pc, ne compro uno e torno a lavorare. Queste migrazioni di dati, questi frequenti ripristini di computer, mi portano a riprendere in mano vecchi dischi di backup – alcuni risalgono al 2005, e conservano, di fatto, la mia storia professionale, quella legata alla scrittura e quella della mia famiglia. Ci sono foto dei miei figli appena nati, di me e Dunja quando siamo andati a vivere insieme a Milano, dopo poco più di un mese che ci eravamo innamorati; le vacanze, il mare, le città, le cene, le passeggiate, i boschi, Trieste, la Provenza, Grado, Ivo, i gatti e i cani… La fotografia è una bella invenzione, non c’è che dire. Ci sono anche alcuni video, e quelli che non vedo da molto tempo parlano di cose che non esistono più: in uno ci sono io con una pettinatura volutamente assurda, a casa di mio fratello, nel 2004, e a un certo punto faccio una battuta che, da quello che riesco a capire, anche grazie ai commenti dei presenti, fa riferimento a una pubblicità di quegli anni. Ebbene, io ricordo a malapena quella serata; non ricordo che c’era una telecamera; non ricordo di aver detto quella battuta e non so assolutamente dire quale fosse lo punto: uno sconosciuto appartenente a un’altra epoca con il quale non ho praticamente nulla in comune. Anche il modo di ridere era diverso. Sembravo più sereno. Ora, quando mi vedo, scorgo le ombre, le ferite. Da ragazzo – avevo quattordici anni, a occhio – ascoltavo spesso il primo disco dei Tears for Fears; in particolare, mi piaceva una canzone tra le meno conosciute, che diceva “memories fade but the scars still linger”: i ricordi svaniscono ma le cicatrici rimangono. Allora, quella frase mi piaceva perché assomigliava al mio temperamento adolescenziale, portato all’inquietudine, al pessimismo di maniera, a certe derive crepuscolari (perché? ci sarebbe da pensarci un po’ su), ma tutto sommato parlava di qualcosa che non conoscevo. Immaginavo, certo; ma le ferite che potevo aver subito a quell’età erano per lo più simboliche. Ora, invece, so di cosa stiamo parlando. Ci sono cose che mi hanno letteralmente sfigurato. Anche se i ricordi se ne vanno (e il ritrovamento di quel video in cui un me precedente dice una battuta incomprensibile, con una pettinatura abbastanza ridicola, lo dimostra), le tracce che il dolore ha scavato rimangono… Ma non è questo il punto. Il punto è che grazie a questi continui travasi di dati da un pc all’altro mi ritrovo abbastanza spesso, e senza l’intenzione di farlo, a recuperare frammenti del mio passato; e al di là della constatazione, ovvia, che il tempo passa, mi ci immergo sempre con molto piacere. Bisognerebbe fotografare più spesso il mondo che ci circonda, farlo tutti i giorni. Alcuni dicono che così non si allena la memoria, o che si finisce per conservare cose di poco conto; io credo, invece, che ci servano questi appigli ai quali appendere le nostre esperienze comuni. Le foto dei matrimoni, delle feste di laurea, delle nascite e dei grandi momenti, in fondo dicono poco, di noi; ma l’esatto momento in cui Jurij, a sei mesi, sta mangiando la sua prima fetta di melone è un tipo di passato che mi interessa molto di più – e io ho una foto che immortala (anche se l’immortalità è ben altra cosa, a voler essere precisi). E’ come accade nella storia, dove accanto alle narrazioni dei grandi fatti – guerre, peste bubbonica, alleanze e flotte navail che colano a picco – ho sempre cercato qualcosa che mi parlasse della quotidianità. Alle elementari (la maggior parte delle passioni si forma prima dei dieci anni) avevo un libro che mi aveva consigliato la mia maestra (altra parentesi: l’ho rivista da poco, a una cena in stile revival, ha 87 anni ed è decisamente arzilla), che si chiamava “Tra cronaca e storia”. Raccontava i momenti importanti visti con gli occhi della gente comune. Ricordo un’incoronazione a Firenze raccontata dal figlio di un fornaio, quel genere di cose di cui è pieno, ad esempio, il romanzo “I pilastri della terra”: il pane fatto con le castagne, cose di questo tipo. Non so quanto rigore ci fosse, in quel libro che mi aveva suggerito la mia maestra – non lo so valutare – ma ammetto che in questo momento mi piacerebbe molto riprenderlo in mano, vedere se mi ricordo qualcosa di più della semplice sensazione. Capire se le cicatrici che rimangono sono anche quelle belle. Nel mio passato ci sono anche i libri che mi regalava mio papà per i miei compleanni – me li portava in montagna, a Norcen, a luglio –  e li metto in relazione con le mie passioni di adesso: è innegabile che il legame sia strettissimo. I miei tre preferiti erano: uno sulle scoperte archeologiche, uno sulle grandi spedizioni, un altro sui popoli primitivi sparsi per il mondo. Storia, avventura, antropologia. Per completare il mio presente, mancano solo la genetica, e la biologia in generale – cose arrivate pochi anni dopo, forse in quarta elementare, quando rubavo i libri di scienze a mio fratello che faceva le medie. Cosa cercavo? Cos’è che mi faceva e mi fa emozionare così tanto? Nel 2011 mi è capitato di andare a Cagliari per due giorni. Sono stato ospite in un B&B molto grande – avevo una casa intera a mia disposizione, con cucina, salotto, giardino e due camere da letto. Nella libreria abbastanza fornita della casa, ho trovato quattro volumi della Mondadori che descrivevano tutto il mondo animale; libri scientifici, tecnici, per adulti, con foto in bianco e nero, un’organizzazione degna di Linneo. Ho passato due notti a leggere tutto quello che c’era da sapere sulle forme più primitive di vita; mi sono appassionato ai vermi, ai parassiti che vivono, crescono e si riproducono sul fondo degli occhi di alcuni pesci dell’oceano – la verità è che il 70% delle specie viventi mangia a sbafo! Quando sono tornato a Padova, ho cercato questi quattro volumi. Li ho trovati su eBay, usati, ora ce li ho in camera, sul mio comodino a cinque piani – due metri di altezza pieni di libri. Poche settimane fa, invece, ho iniziato un libro dal titolo incredibilmente bello: “Breve storia di chiunque sia mai vissuto”. Con Stefano Sgambati si era convenuto che è un titolo perfetto per un romanzo; parla di genetica, di come il DNA possa essere visto e letto come un poema epico della nostra evoluzione di esseri umani. Anche se qualche volta strizza l’occhio al lettore in modo troppo smaccato,  come se temesse che la gente se non ride una pagina sì e una pagina no, prima o poi molla, si tratta di un libro di qualità. Ho capito alcuni concetti importanti, il più bello dei quali è questo: ciascuno di noi ha, sopra di sé, un albero genealogico che si fa sempre più ampio, una piramide rovesciata della quale noi siamo la punta: due genitori, quattro nonni, otto bisnonni, e via via di potenza di due in potenza di due. Procedendo in questo modo, scopriamo che il nostro albero, risalendo di appena 30 generazioni (considerando un intervallo di tempo compresto tra i 20 e i 30 anni tra un gentore e i suoi figli, stiamo parlando di un periodo inferiore ai mille anni), si arriva a una generazione teorica con più di un miliardo di individui – il che evidentemente è impossibile. D’altra parte, facendo il percorso inverso, cioè partendo da un tizio che fa tre figli che ne fanno nove, e così via, si capisce che esiste un altro albero orientato nel senso opposto, una pianta che partendo da una radice si allarga sempre di più con il passare del tempo, con sempre più rami. E questi rami, ovviamente, si incrociano con i rami di altri alberi. Questo significa che l’albero che è sopra di noi si è incrociato con gli alberti degli altri; e siccome il nostro albero ha già un miliardo di nodi nell’anno mille, e siccome tutti gli altri alberi hanno un miliardo di nodi…. insomma, a quale risultato si arriva? Che presa una persona qualsiasi tra quelle che vivevano in Europa nell’anno 1000, e presa qualsiasi persona tra quelle che vivono in Europa oggi, esiste, tra loro, un legame di parentela: detta in altre parole, tutti gli europei di oggi hanno almeno un antenato in comune. Sembra sorprendente, no? Questo significa che nel nostro DNA ci sono tracce di tutte le persone vissute in Europa prima del 1000: Giulio Cesare (se ha avuto dei figli: non me lo ricordo), Carlo Magno, Sant’Agostino (che di figli, se non ricordo male, ne ha avuto uno), Teodorico, Teodosio e Gallia Placida; ma anche quella ragazza che lancia un’occhiata furtiva a Ovidio, il quale, incapace di dimenticarla, la descriverà nella sua Ars amandi.
L’autore della breve storia di tutti quelli che sono vissuti ci tiene molto a sottolineare come questo fenomeno geneaologico, che mescola statistica e sesso (la specie avanza solo in questo modo), sia la dimostrazione che il razzismo non ha senso; ma per me che non sono mai stato razzista (non sono mai riuscito nemmeno a capire come si possa credere seriamente a certe sciocchezze), questa storia è meravigliosa in modo sempice e diretto, nel senso squisitamente estetico, senza implicazioni sociologiche o politiche.

Nei miei travasi di dati, dicevo, sono emersi anche resti di vite lavorative precedenti. Anche in questo caso, mi domando chi le abbia fatte quelle cose, chi le abbia pensate, scritte, realizzate. Ho avuto clienti che ora neppure ricordo – persone per le quali ho preparato offerte, realizzato soluzioni, che non hanno significato nulla nella mia vita, in quella vera, quella che conta. Per anni ho pensato che il lavoro fosse lo spazio nel quale mi sarei realizzato come persona, come essere umano. Ora, guardandomi indietro, penso di essere stato ingenuo; e poi, impegnandomi un po’ di più nel ragionamento, penso anche di essere stato uno che davvero non ha mai mollato. Ero sprovveduto, su questo non c’è dubbio; credevo di essere sempre sul punto di realizzare qualcosa di importante, ma in realtà per me era solo un gioco, un esperimento, una partita. Di quel periodo rimpiango l’incredibile energia fisica e mentale che avevo. Una cosa pazzesca, con il senno di poi. Immaginate di avere 47 anni e di aver giocato a calcio fino a 30, e di riguardare i filmati in cui partivate con la palla al piede e arrivavate fino all’altra parte del campo facendo gol: per quanto siate rimasti in forma, credo che ognuno di voi avrebbe la sensazione che un certo tipo specifico di forza, di resistenza, di potenza, si è volatilizzato – faded, come direbbero i Tears for Fears.  Comunque, al di là dell’energia che avevo, e che ora non riesco più a senitre e trovare, le mie passioni sono diventate altre. Leggevo molto anche allora, ma la scrittura era marginale, in secondo piano. Ho trovato vecchie storie, abbozzi di racconti, inizi di romanzi, dei quali non avevo conservato alcun ricordo. Quando dico che ho iniziato a scrivere a 36 anni, ora lo so, racconto solo una porzione della verità. Scrivevo anche prima. I miei file sui dischi di backup sono lì a dimostrarmelo. Sono cose terribili, davvero. Me ne vergogno. D’altra parte, ero totalmente solo, in quell’attività. Non c’era nessuno con il quale potevo confrontarmi… Ora vedo che i ragazzi di trent’anni scrivono in riviste, leggono i racconti degli altri, si confrontano. Internet (che banalità) ha trasformato il modo di avvicinarsi alla scrittura. Che cosa direi ora a uno che scrive come scrivevo io nel 2002? Abbandona i modelli che hai in testa; sii onesto, non imitare uno stile che non è il tuo; cerca di capire chi sei – e quando l’avrai capito, raccontati.
Non avevo una sola idea sulla letteratura, eppure volevo scrivere un romanzo. Non sapevo come procedere. Mi mancava tutto. Rileggermi mi ha fatto sorridere, certo, ma mi ha anche fatto venire un po’ di malinconia. So di aver perso molti anni: ho iniziato tardi, volendo essere concreti. Troppo tardi. Ma non è che tra dieci anni, riprendendo in mano le cose che scrivo ora, penserò esattamente quello che penso del tizio che ha riempito i miei dischi di backup di foto, progetti lavorativi mezzi iniziati e orribili racconti?
Vorrei avere più tempo. Lo dimostra anche il fatto che questo blog, che per un po’ è stato il centro del mio mondo intellettuale, è una marmotta che sta prolungando il suo ritorno il più a lungo possibile; ancora di più lo dimostra questo post, dove faccio fatica a trovare un filo conduttore. Avrei voluto parlare di politica, del risultato delle ultime elezioni – e avrei molto da dire. Ma ho iniziato a scrivere alle cinque del pomeriggio, ora sono le nove di sera ed è come se avessi fatto una maratona. In generale ho diversi progetti in testa ma se va bene riuscirò a realizzarne un decimo. Ieri pomeriggio ho giocato una schedina del superenalotto, e per dieci minuti ho immaginato la mia vita da milionario, e mi è piaciuta. Non sono avido e non ho amo il lusso – non sono mai riuscito a permettermelo, sarà per questo – ma mano a mano che cala la forza, ho bisogno di giornate più lunghe, con meno impegni. Con meno lavoro. Guardo un fim (tipo Magnolia, che non avevo mai visto) e penso: ecco, ora io vorrei scrivere un libro così, con quell’impianto, quelle idee; poi leggo l’ultimo libro di Ernesto Aloia e mi dico che mi piacerebbe dedicarmi a un progetto di questo tipo. Ho altri due romanzi da leggere, in coda, e un po’ di saggi che ho acquistato e che non vedo l’ora di leggere. Ho deciso di iscrivermi a un partito, e lo farò, ma non so quando. Dovrei riprendere anche a scrivere su Grafemi. Ci provo. Mi comprerò un orologio nuovo.

Annunci

4 risposte a "Tempo"

Add yours

  1. Caro Paolo, praticamente hai scritto un racconto. Grazie, davvero. Mettersi in gioco, raccontare se stessi in modo così aperto, anche lieve, è sintomo di coraggio ed è una conquista per te e una ricchezza per chi legge.

    Piace a 1 persona

  2. A me è mancato leggerti, e trovo che tra le cinque e le nove tu sia invece riuscito a raccontare un viaggio bellissimo nella tua vita… e come nella vita vera, il filo conduttore siamo solo noi.

    Mi piace

  3. “Ho deciso di iscrivermi ad un partito”: questa sì è una rivoluzione oggi.
    Il tempo, le cose. Chi col passare del tempo continua a dare molta importanza alle cose, forse non ha ancora fatto i conti con se stesso.

    Mi piace

  4. Ho iniziato a scrivere perché ho smesso di fotografare, ma il mio modo di guardare dentro il riquadro è lo stesso, ho solo cambiato supporto passando dal mirino al foglio. Ho iniziato tardi e mi manca il tempo per tutto, sempre. Dimmi quando vai a comprare l’orologio che magari ti raggiungo :-).

    Piace a 1 persona

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

Bhutadarma

Nothing is impossible (at least that does not violate the laws of physics). When you can..violate the laws of physics!

Lumiere Racconti

Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce. L. Tolstòj

XFOLTRIX PRODUCTION

Che la musica sia con te

Pensieri in patchwork

Come quelle coperte, formate da tante pezze colorate, cucite insieme tra loro. Tessuti diversi, di colore e materiale eterogeneo, uniti in un unico risultato finale: la coperta. Così il mio blog, fatto di tanti aspetti della vita quotidiana, sempre la mia.

alemarcotti

io e la mia vita con la sclerosi multipla

Penitenziagite! (Un cadavere nella Rete)

La prima Social Network Novel in assoluto

RdC: la rubrica del complimento

Mi prendo in giro da sempre. Perchè smettere proprio ora?

Settepazzi

Riflessioni sulla letteratura Latinoamericana di Antonio Panico

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: