Le sottili pareti del cuore

Una coppia un po’ avanti con gli anni decide di cambiare casa. Quella in cui vivono, infatti, una villetta costruita all’inizio del novecento, presenta tutti i segni del tempo: tubature marce, impianto elettrico non a norma, cattivi odori che provengono dal bagno, e insetti che si infilano in tutte le stanze, topi in dispensa, tarli, falene notturne, pipistrelli. Ritengono che la scelta di spostarsi in campagna, presa appena sposati, sia stata buona, perché ha consentito loro di far crescere i due figli in spazi aperti; ma ora che sono rimasti soli, è diventato tutto troppo faticoso. A ben guardare, esiste almeno un’altra ragione per la quale hanno deciso di comprare un appartamento in un condominio: sentono di non essere più felici, e come spesso accade in queste situazioni, pensano che la soluzione sia un cambiamento, il più forte possibile. A maggio, quindi, dopo aver concluso la vendita della casa e il simultaneo acquisto di un appartamento di centodieci metri quadrati nella prima periferia, contattano una ditta di traslochi che nel giro di due giorni sposta da una parte all’altra della città tutto quello che avevano accumulato durante la loro vita – mobili, libri, vestiti, pentole, piatti, un pianoforte, e altre cianfrusaglie. Il processo con il quale i quattro uomini, tutti dell’Europa dell’Est, hanno smontato una casa per rimontarla, sostanzialmente identica, da un’altra parte, fa pensare a un teletrasporto su scala ridotta. Alla fine del trasloco, la coppia entra nell’appartamento ed esplora tutte le stanze. Qualche giorno prima avevano fatto un’ultima ricognizione, appuntando, sulle pareti, minuscoli segni che li avrebbero aiutati nel fornire indicazioni ai facchini; ora, con i mobili sistemati al loro posto, sembra tutto diverso. Perfino l’eco è cambiata.
Entrambi, senza dirlo, sentono che forse quello spostamento può davvero trasformare le loro giornate. Ora, infatti, ogni singolo gesto appare sotto una nuova luce: la colazione alla mattina con il sole che entra dalla grande finestra (prima la cucina era rivolta verso nord, e la luce era coperta da una fitta barriera di arbusti), i vasi dei fiori disposti in terrazza, il bagno caldo, i pavimenti di legno lucido… Per qualche settimana hanno l’impressione di vivere una seconda giovinezza. Invitano a cena i figli con i loro nipotini, gli ex colleghi del lavoro, una cugina con la quale sono stati sempre in ottimi rapporti. Tutti apprezzano il calore del nuovo appartamento; solo uno dei due figli fa notare come la zona non sia bellissima: sotto casa, dice, passano spesso macchine a tutta velocità e la particolare pavimentazione della strada, un pavé irregolare, unita all’altezza dei palazzi, che costruiscono una sorta di canyon artificiale, causa un rumore che è impossibile non sentire.
Nei giorni successivi prestano attenzione ai suoni che, fino a quel momento, non avevano mai notato. La mattina, ad esempio, poco prima delle sei, si accende la caldaia: dapprima si sente il motore che parte, poi l’acqua che scorre lungo i tubi, fino a riempire i termosifoni; nell’appartamento accanto, ogni volta c’è un gorgoglio che dura qualche minuto, e poi il rumore di una goccia che cade, a intervalli di tempo sempre più ampi, fino a fermarsi. Tra le sei e mezza e le sette passa il camion della nettezza urbana che svuota i bidoni sotto casa; una volta ogni tre giorni si occupa anche del contenitore del vetro e il fragore delle bottiglie che esplodono è impressionante. Alle sette e dieci si sente il trillo di una sveglia; allora inizia lo scalpiccio dei piedi della coppia che vive sopra di loro, un trascinarsi di pantofole, la pioggerella della doccia nel bagno piccolo, il ticchettio delle scarpe, l’aspirapolvere che lei passa in cucina prima di uscire, la porta di casa che si chiude alle loro spalle, il silenzio che dura fino a sera. Assomiglia, quella loro paziente attività di ascolto, a un’ecografia che scandaglia il contenuto di un corpo nel quale è impossibile entrare. Alla fine di quell’analisi, concludono che il rumore delle macchine che passano sotto casa è stato ampiamente sopravvalutato dal figlio: lo si sente solo di giorno, dal salotto, tenendo le finestre aperte. Il loro orecchio, tuttavia, si è affinato e ora è in grado di percepire ogni più piccola vibrazione prodotta all’interno del condominio. Attraverso le sottili pareti della casa arrivano tracce delle vite altrui.
Dopo un mese, entrambi ritengono che il cambiamento di casa sia stata una scelta positiva; sebbene talvolta rimpiangano i tramonti che potevano ammirare seduti nel loro giardino incolto, sentono che le comodità dell’appartamento compensano ampiamente quanto hanno perduto. Tuttavia, la felicità che si erano ripromessi di trovare non arriva: il vuoto che avvertivano in campagna si è trasferito tale e quale fino a quell’appartamento, come se i facchini, assieme ai mobili e alla montagna di effetti personali, avessero portato pure quello. Lei, più riflessiva, cerca di comprendere le ragioni per le quali non avvertono più il sentimento che, ne è sicura, li aveva accompagnati per molti anni; lui, più irruente, al limite del sanguigno, scalpita dalla mattina alla sera; spesso sbatte le porte, oppure esce e torna dopo un’ora (“avevo bisogno di schiarirmi le idee”), si lamenta per sciocchezze. Talvolta lei, guardandolo, ha l’impressione di vedere un topo in gabbia.
Una domenica, però, dopo aver cenato e aver visto un film su Sky, quando sono già distesi a letto, sentono provenire dei rumori dalla camera sopra la loro: dapprima dei fruscii, poi alcuni lamenti e infine dei colpi che si susseguono a ritmo crescente. Nessuno dei due dice nulla. Dopo venti minuti, i suoni si interrompono di colpo. Nel silenzio del condominio, ora si sente solo una risata che mescola tenerezza e complicità. Quella notte lui fa fatica a dormire. La mattina dopo si sveglia di buon’ora, prepara la colazione per entrambi e la porta a sua moglie che ancora sta dormendo.
Ti va di andare a Venezia, oggi? È molto tempo che non ci andiamo”.
Lei sorride, e accetta. Passano la giornata a scattare foto con il telefonino di lei, che poi mandano ai figli. Comprano una mozzarella in carrozza in un bar dalle parti di Rialto; bevono anche un bicchiere di vino e a metà pomeriggio mangiano un gelato al pistacchio. Sul ponte dell’Accademia si fermano a contemplare il Canal Grande che si apre verso San Marco. Arrivati in stazione fanno una corsa per prendere un treno al volo; pochi minuti dopo, in carrozza, ridono per quello sforzo che li ha lasciati senza fiato. Una volta a casa, preparano insieme la cena, poi guardano un film su Sky e quindi vanno in camera a dormire. Entrambi rimangono svegli e in silenzio. Quella sera, però, non succede nulla e dopo mezz’ora si addormentano tenendosi per mano. Il giorno dopo, è lei a preparare la colazione e a portargliela a letto. La mattina vanno in centro e comprano, al mercato, una pianta di azalea che poi sistemano in terrazza, tra i crochi, le fresie e delle splendide gerbere color lilla. Pranzano con dei panzerotti che hanno comprato in una panetteria; riposano mezz’ora e poi tornano a passeggiare. Rincasando, incontrano la coppia che vive nell’appartamento sopra l’altro: hanno meno di quarant’anni, lei è piccola e magra, lui più robusto, gioviale, con un bel sorriso. Con la scusa di un’assemblea condominiale convocata dall’amministratore per la settimana successiva, scambiano due parole. Nonostante la differenza di età, scherzano amabilmente.
La sera, prima di andare a dormire, lui pensa alle gambe della donna del piano di sopra, alle calze che indossava quando si sono incontrati, alle scarpe lucide e con il tacco, al seno che ha intravisto sotto la giacca. Poco dopo, riconosce i fruscii che provengono dal piano superiore. Trattiene il respiro. Anche sua moglie si accorge di qualcosa, perché gli si fa più vicina; quando iniziano i mugolii, gli accarezza il petto e la pancia, gli prende una mano e se la porta al seno. Quindi lo bacia sulla guancia; lui gira il viso verso di lei. Quanto partono i colpi ritmici, lei si toglie i pantaloni di pigiama di flanella, si sfila le mutande e si mette sopra di lui. Sono entrambi appesantiti dal tempo. Lui le passa le mani sulle gambe. Ha un’erezione un po’ incerta ma tutto sommato sufficiente. Fanno l’amore. Non dura molto ma finiscono più o meno nello stesso momento in cui i vicini raggiungono l’orgasmo.
Il giorno successivo lo passano a casa di uno dei due figli: il piccolo si è ammalato e non può andare all’asilo, così loro fanno da baby sitter. Tornano a casa in autobus. Per le scale incrociano di nuovo il vicino che sta portando giù la spazzatura. Si salutano. Poi cenano, guardano un film e vanno a dormire. Questa volta è lui che si fa sotto: le accarezza le guance, i capelli, le labbra; poi scende e lei inizia a sospirare: il suo ansimare riempe la stanza e si propaga lungo la struttura del condominio. Lui continua. Poco dopo dal piano di sopra arrivano dei rumori. Lei gli prende il sesso in mano e i rumori di sopra aumentano. Per un attimo trattengono il respiro; anche i vicini si fermano. Riprendono tutti insieme, accordando respiri, movimenti, cambi di ritmo. Concludono insieme, come la sera prima.
Una settimana dopo si incontrano all’assemblea condominiale. Qualcuno litiga; loro quattro, invece, scherzano come vecchi amici. Li invitano a cena per la sera dopo e i vicini accettano. Trascorrono il pomeriggio del giorno successivo a cucinare. Quando suonano il campanello, è tutto pronto. Il vicino ha portato una bottiglia di vino rosso e una di champagne. Mentre mangiano, si raccontano le loro vite. I due sono entrambi medici, lei non può avere figli ma non è un grosso problema perché probabilmente non li avrebbero voluti: considerano il loro lavoro come una priorità e sono sereni per questo. Hanno girato il mondo e amano viaggiare. Raccontano anche della famiglia che abitava là prima che loro arrivassero: il capofamiglia doveva avere avuto qualche problema con la giustizia perché ogni tanto venivano i carabinieri a trovarlo; non poteva guidare la macchina ma non aveva mai spiegato perché. La moglie era una danese che a ogni figlio prendeva dieci chili. Avevano anche un cane, un pastore tedesco, che faceva la cacca in terrazza. I condomini avevano cercato più volte di mandarli via, ma senza successo. Alla fine erano stati cacciati perché non pagavano l’affitto da due anni. La casa, dentro, era un disastro e i proprietari avevano dovuto investire parecchio per sistemarla.
Loro invece raccontano dei lori figli, di come siano cresciuti in campagna, in un ambiente poco stimolante ma protetto e sicuro. Si sono laureati entrambi; li vedono quasi tutte le settimane.
Quando arrivano al dolce, tirano fuori dal frigo la bottiglia di champagne.
A cosa brindiamo?” chiede lei.
A noi quattro!” dice la vicina alzando il bicchiere.
Poi lei prepara il caffè e lo serve a tavola assieme a una crostata che ha preparato.
Cucini molto bene” dice il vicino.
Mi piace, è un po’ la mia passione”.
Potreste aprire un ristorante”.
Non ci abbiamo mai pensato, ma potrebbe essere un’idea”. Ridono tutti e quattro.
Noi, invece, forse dovremo trasferirci a Roma, per lavoro”.
Oh, davvero?”
Ci dispiacerebbe. I nostri legami affettivi sono tutti qui”.
Parlano ancora un po’, fino a quando il vicino inizia a guardare l’orologio. “Domani ci dobbiamo svegliare presto…” dice come per scusarsi.
Mentre il vicino va in bagno, la vicina insiste per aiutarli a sparecchiare. Intorno alle undici si salutano e i vicini tornano a casa. Sotto, la coppia un po’ avanti con gli anni sente i tacchi di lei che si muovono dall’entrata verso il corridoio, e poi in bagno; si spostano anche loro, seguendo quel ticchettio. La vicina fa pipì mentre suo marito sposta qualcosa in salotto. Poco dopo, vanno tutti in camera. Le pareti sottili che separano gli appartamenti sono membrane permeabili: nel silenzio, si possono sentire i battiti di quei cuori che accelerano. Mezz’ora dopo, quanto tutto è finito, lei, distesa accanto a lui, gli mette una mano sul petto.
È bella, questa casa” gli dice sottovoce.
“Non siamo più soli” le risponde, socchiudendo gli occhi. Da qualche parte, sente che sta tornando la felicità.

 
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