Una tentazione

Tanto tempo fa, nel 2012, ho letto nel giro di pochi mesi due libri di Bauman sulla società liquida, un saggio di Franzen e il suo romanzo “Libertà”, e un bellissimo studio di Morozov sull’ingenuità della rete. Le riflessioni che ne erano seguite, la maggior parte delle quali le facevo in autobus tornando a casa dal lavoro con il 18 (non ricordo, invece, nulla di quello che pensavo all’andata, sul 7: misteri della geografia urbana), mi avevano spinto a chiudere il mio profilo su Facebook. In particolare, c’era un’idea nata nei cento metri tra la Fiera di Padova (stile fascista) e il Tribunale di Padova (una fortezza progettata alla fine degli anni settanta, in pieno terrorismo, e che ora ha un aspetto inutilmente minaccioso), che aveva a che fare con il puntinismo. Se non ricordo male quello che pensavo in quei giorni era che ai primi del novecento alcuni pittori realizzavano dei quadri disegnando sul tela dei minuscoli puntini i quali, tutti insieme, contribuivano a costruire un’immagine finale dotata di significato; nei primi anni del ventunesimo secolo, invece, i puntini sono stati sostituiti dai tweet, dai like, dagli aggiornamenti del proprio stati – un continuo flusso di piccole increspature elettroniche, che però, purtroppo, non rientrano in alcun disegno complessivo. Rumore bianco. Arrivato davanti alla Stazione dei treni, quindi due o tre minuti dopo, avevo capito un’altra cosa: le amicizie che si creavano, e si mantenevano, sui social avevano qualcosa di pornografico – c’era l’atto ma non il sentimento.
Il 13 agosto del 2012, quindi, ho chiuso il mio profilo Facebook. L’attività fu penosa: in una delle innumerevoli pagine che ho dovuto compilare, mi invitavano a salutare un’ultima volta gli amici, che, dopo la chiusura, non avrei più visto. Arrivato alla fine, mi hanno rassicurato con questa minaccia: nulla di quello che hai scritto in questi anni verrà cancellato; ti sarà sufficiente accedere una volta per essere riesumato; e non ho potuto fare a meno di pensare che il mio ritorno sarebbe asssomigliato a questa poesia di Montale:

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.

Alcuni amici mi dicevano che mi stavo perdendo delle cose “importanti” legate ai miei libri; se succedeva che qualcuno, inavvertitatamente, ne parlasse bene, c’era sempre qualcuno che molto gentilmente mi girava una schermata per rendermi partecipe. Stavo bene o mi mancava? Mi sentivo come un ex fumatore che resiste in un mondo in cui tutti fumano. Alla fine ci sono tornato, ed era la primavera del 2013.  Mi sono messo delle regole: FB sarebbe stato lo spazio dedicato ai libri, l’unica mia vera grande passione (segue, a parecchia distanza, la politica, alla quale in questi mesi mi sto avvicinando a modo mio; poi, la Juve). Ho cercato di proporre contenuti, con i limiti imposti dallo strumento e dalle mie capacità; di non partecipare a risse, di non insultare, di chiedere e dare rispetto. E il puntinismo? E la pornografia? Non sono considerazioni sbagliate o eccessive; si tratta solo di non confondere il social con la “realtà”. Sono piani diversi. L’amicizia è una cosa, le relazioni su Facebook altre. Ora, con Messenger, posso mantere contatti con persone interessanti che non saprei come raggiungere con altri strumenti. Anche dal punto di vista dei contenuti, mi pare che ci siano diverse cose interessanti. Seguo persone capaci che hanno qualcosa da dire (solo per fare alcuni nomi, quelli che mi vengono in mente senza pensarci troppo: Marco Patrone, Marco Drago, Francesco Romeo, Enrico Macioci, Stefano Sgambati, Max Maestrello, i consigli delle Personal Book Shooppers, Katia Colica, Mauro Maraschi). Ma ora, a sei anni da quei viaggi in autobus, torna quella stessa tentazione.

Cosa succede nella testa delle persone? Come si formano i pensieri? Come si organizzano? Con l’apertura del mio primo blog, nel gennaio del 2006, ho iniziato a guardare il mondo, e a interpretarlo, secondo la struttura di un post la cui lunghezza, nel mio caso, si è assestatat tra i cinquemila e i quindicimila caratteri. Scrivere post è un’attività che consiglierei a tutti: aiuta a organizzare le idee, ad ampliarle e a consolidarle. Si parte da uno spunto e lo si lascia sedimentare; si cercano connessioni, collegamenti: si abbandonano piste che, nonostante le apparenze, non portano a nulla. C’è un lavoro sotterraneo, continuo, accompagnato da una ricerca che ti porta a osservare la realtà con il desiderio di raccontarla senza rinunciare alla complessità che ci sta sotto. E’ evidente che esistono forme di analisi molto più potenti e serie di un post, che è un qualcosa che rimane comunque a un livello dilettantesco – riprendendo la metafora del puntinismo, l’insieme di tutti i post del mondo non è in grado di sostituire il significato che deriva dalle analisi strutturate portate avanti in modo organico da persone preparate e competenti. Tuttavia esistono, all’altro estremo della scala, forme di espressione molto più elementari, che non prevedono alcun tipo di approfondimento, che non richiedono né evoluzione né uno sforzo di organizzazione.
Semplificando moltissimo, il mezzo finisce sempre per determinare, in qualche modo, il contenuto. Se inizi a pensare in termini di cento o duecento caratteri, perché questo è ciò che ti richiedono i social, si perde inevitabilmente qualcosa – qualcosa di importante. Questo è il mio timore. Dopo il mio rientro su Facebook, mi ero detto che avrei continuato a scrivere sul blog con la stessa frequenza; mi accorgo, invece, che ultimamente, quando mi succede qualcosa nella vita reale, cerco di trovare una frase che la riassuma in modo efficace, e mi fermo là. Ho iniziato a ragionare in Facebookese, con tutte le conseguenze del caso. Perchè Facebook ha generato una lingua che gli è propria. Alcune parole (e.g. merda, pompino) non si possono scrivere (qui sì): e a forza di non scriverle, finirò per non pensarle più (ok, non proprio queste).  E non c’è solo questo. Quando ora sono in autobus, invece di leggere i saggi di Bauman, o di riealaborare le cose che ho letto, guardo i post di Facebook. Il piacere che mi danno è piccolo ma immediato; stanno ai libri di Franzen come una zolletta di zucchero sta al gulash che mia suocera cucina secondo le ricette austroungariche che si tramandano nella sua famiglia. E ancora, sto perdendo la capacità di aspettare un treno senza far niente: invece che guardare il cielo o rimuginare su qualcosa che mi ha fatto stare bene o stare male il giorno prima, accendo il telefono e scorro la mia timeline; oppure faccio una foto e la metto su Twitter. Il mio cervello galleggia in questo brodo silenzioso: senza esistere. I pensieri si semplificano così, un po’ alla volta, giorno dopo giorno.

In quello che sto scrivendo non c’è nulla di originale. Sono tutte cose che si sentono dire ovunque, e più o meno da tutti. A volte sembrano irrilevanti; altre volte, parlano di me. Dopo quasi sei anni, torna la tentazione di lasciare Facebook. Già mentre lo scrivo, sento un tuffo al cuore. Mi fa paura, andarmene, perché non è vero che Facebook è un mondo virtuale: esiste, c’è, ed è pieno di contatti, messaggi, interazioni. Chi rinuncerebbe al telefono o alla mail? Ma il punto è che la bilancia ha due piatti ed è indispensabile trovare un equilibrio. I fumatori sognano di fumare due sigarette al giorno e non ci riescono: così finiscono sempre per arrivare al pacchetto, o per smettere definitivamente. Il mio vizio è Facebook.

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5 risposte a "Una tentazione"

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  1. Caro Paolo, sono riflessioni importanti e penso che molti di noi le possano condividere. Anche io ogni tanto penso di chiudere il mio profilo. Negli anni ho conosciuto persone interessanti, alcune molto importanti per una serie di motivi, che non avrebbero saputo raggiungermi o io non avrei saputo raggiungere altrimenti. Ma ho assistito anche a un graduale deterioramento nel modo di interagire di molti. Sembra che certa gente – e parlo di gente istruita, che si spaccia per colta ed equilibrata nella vita – lì dimentichi del tutto le regole elementari del civile vivere. Sono venuta in contatto con persone poi rivelatesi altamente sgradevoli, l’ho visto usare per fare stalking molto pesante, ho assistito a deliri di onnipotenza, risse da gallinaio. Poi ci sono persone che lo usano per dare sfogo alle loro frustrazioni personali e senza criterio, quasi senza rendersi conto di quello che scrivono.Manipolatori che lo usano in modo subdolo a caccia di gente da usare. Gente che dà libero sfogo al proprio narcisismo, gente che racconta le cose più intime a tutto il mondo, come mai farebbe con degli sconosciuti fuori da lì. A volte ti arriva addosso tanta di quella energia sgradevole che è meglio starne lontani.
    Poi però ci sono notizie importanti, link interessanti, dà modo di parlare in privato con gli amici veri, permette contatti e dialoghi con amici lontanissimi.
    Ora poi decide Facebook chi vedi e chi no, chi segui e chi no.
    Di fatto, scrivendo su Facebook, siamo noi che regaliamo contenuti al signor Montagna di Zucchero e lo facciamo guadagnare miliardi di dollari. Per scoprire poi che usa a suo vantaggio e in modo criminoso quello che gli regaliamo ingenuamente.
    Dunque io ho preso la decisione non di cancellarmi, ma di scrivere pochissimo, di condividere solo cose neutre, qualche notizia e qualcosa che mi è piaciuto, ma niente di veramente personale, insomma, di usarlo come bacheca di annunci e tenendo i contatti solo con i pochi amici veri che conosco di persona. Ogni tanto cancello contatti inutili. In realtà già ne ho troppi per i miei gusti. Non accetto “amicizie” di chi non conosco.
    Per scelta non ho cellulari di lusso con connessioni internet e dunque sono collegata solo quando lavoro al pc. Mi basta il mio vecchio cellulare prebellico.
    Come i rapporti umani in generale, e come la rete in generale, Facebook ha il valore che gli si dà e va saputo usare. Altrimenti può diventare un luogo altamente tossico.

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  2. Ho resistito a fb, Twitter e instagram fino ad ora, anche se a volte sono stata tentata, ma poi so che divorerebbero il mio tempo. Col blog invece il desiderio era quello di riprendere confidenza con la scrittura e a quello non rinuncio, anche se poi si è rivelato il tramite per amicizie sia virtuali che concrete; i blog, dicono, sono passati di moda. Io penso che un lettore non si sazia con fb e che in giro per la rete si leggono cose molto belle

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  3. Ho fatto i tuoi stessi ragionamenti e ho preso una decisione più facile di quella di chiudere il profilo. Ho messo una password che non ho segnato da nessuna parte e che ora non ricordo. In qualsiasi momento, posso dire a Facebook che l’ho smarrita e rientrare nel mio profilo, nessun addio strappalacrime. Ho già fatto la finta tonta 3 o 4 volte, per motivi sempre pratici (scrivere a persone di cui non ho altri contatti che tornavo per qualche giorno nella loro città), e al secondo giorno di timeline vista e rivista col dito e libro sul comodino ho riinserito una sequenza casuale di numeri e lettere e ciao. Non ho rimpianti…

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  4. Io sono approdato a Facebook soltanto nel novembre del 2017. Sono ancora in possesso di un cellulare “fossile”. Non frequento altri cd. “social”. Attenzione, la mia non è un’elegia al luddismo, ma una sorta di annegamento nella risacca dei fenomeni tecnologici, quando questi iniziano la loro parabola di obsolescenza. Boh

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  5. Per un po’ ho resistito a Fb poi per motivi legati al lavoro ho dovuto cedere. Credo che il problema di fondo sia il comportamento dell’uomo non il mezzo, il suo uso deviato, materia di oggi sono ormai le Fake News. Concordo sul fatto che il mezzo però porta a pensare e a scrivere in tale maniera, una ricerca magari di una frase ad effetto che possa far arrivare ciò che vogliamo dire in termini social. Questo non mi piace.
    Da qualche parte ho letto che l’attenzione sui social network non va oltre le 8 righe…
    A presto

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