Sul mio comodino

Per anni ho avuto un comodino come tutti le altre persone: basso, piccolo, con lo spazio per qualche libro, un bicchiere d’acqua, l’ereader. Poi ho scelto di ingrandirmi. Da Ikea ho preso una libreria a una solo colonna, probabilmente una Billy, una cosa a sei piani, alta, stretta, che sta incastrata tra il letto e il muro. L’espansione dello spazio ha cambiato la funzione di questo comodino, che non contiene più solo i libri in lettura: ora racconta un po’ di me.
Da qualche settimana io e Dunja stiamo sistemando la casa, che con il tempo avevamo lasciato un po’ andare: muri da imbiancare, qualche riparazione, e la sistemazione dei libri sparsi tra le varie librerie. Anni fa, quando avevamo preso possesso della nostra casetta – questo appartamento di 115 metri quadri in un q a uartiere un po’ periferico di Padova – avevo provato a organizzare la disposizione dei nostri libri secondo criteri vagamente filologici: il reparto poesia, quello di politica, la saggistica, la narrativa, religioni e turismo; ma poi l’entropia, la vera livellatrice dell’universo, ha svolto il proprio lavoro per anni e anni, scombussolando ogni progetto, facendo migrare libri da una stanza all’altra. In questa nuova revisione, ho scelto criteri meno stringenti. Tra gli effetti collaterali di queste manovre primaverili, c’è uno scatolone enorme pieno di libri dei quali in qualche modo dovrò liberarmi – prestiti, scambi, crossbooking, donazioni.
E proprio mentre stavo mettendo la parola “fine” a questo lavoro, ho guardato il mio comodino finalmente ordinato e mi sono chiesto: e se qualcuno ora lo guardasse, cosa direbbe? Più in generale, mentre io e Dunja sistemavamo i libri nelle diverse stanze, non ho potuto non notare il narcisismo che sta dietro questa usanza molto borghese di esibire, in un luogo pubblico e centrale come potrebbe essere un salotto, i libri che si sono comprati e letti (e, in certi casi, scritti). E’ una forma di vanità bella e buona, a ben vedere; e non è un caso, ad esempio, che la maggior parte dei romanzi scritti da persone che conosco, sulla cui prima pagina spesso c’è una dedica personale, stiano in uno scaffale in buona vista. Il mio comodino della mia camera da letto, però, è solo per me: se la libreria in soggiorno fossero i miei vestiti, qui stiamo parlando di biancheria intima. Allora mi è venuta la voglia di fare un esperimento: condividere questa foto, con qualche nota a corredo, sfidando chiunque legga questo post a fare lo stesso.

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I primi due piani sono attualmente vuoti, in attesa di nuovi arrivi

Primo piano

Partendo dall’alto a sinistra, come se questo armadio fosse un libro, c’è una raccolta di lettere selezionate di Nabokov in lingua originale, presa grazie a un sito di libri usati (gli altri libri di Nabokov, il mio autore preferito, sono nella libreria del salotto, assieme a quelli di Philip Roth, Martin Amis e Bret Easton Ellis); al suo fiianco tre libri di scacchi – i primi due acquistati alla fine del 2014, quando avevo appena iniziato a lavorare a Roma ed ero intenzionato a imparare a giocare a scacchi durante i lunghi viaggi in treno – avevo comprato anche un software, Fritz, per allenarmi, e il terzo ottenuto in una sessione pubblica di scambio libri, la settimana scorsa, un’esperienza molto bella.
(Ora che guardo meglio, a sinistra delle lettere di Nabokov c’è il catalogo delle opere di Mauro Bonaventura, artista del vetro di Murano – spero di avere presto la possibilità di intervistarlo qui su Grafemi).

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Un’opera di Mauro Bonaventura

Procedendo nella lettura del mio comodino, ecco “L’istinto del linguaggio” di Pinker, pietra miliare nel campo della linguistica divulgativa – è un libro che ho con me da molto tempo, credo dal 2003, quando vivevo a Milano; potrei averlo comprato alla Feltrinelli di Piazza Piemonte o a quella di Piazza Duomo – sono due librerie che, da sole, bastano a farmi venire la nostalgia di Milano. Era un periodo in cui il linguaggio mi interessava davvero molto: Chomsky (lo stesso che si occupa anche di politica), e Ruhlen, l’autore un po’ presuntuoso de “L’origine delle lingue” (anche lui in salotto, dalle parti di “No logo”, “Eroi e figuranti” di Enrico Costa, “Geni, popoli e lingue” di Cavalli-Sforza.
Subito dopo, un libro piuttosto impegnativo e ambizioso: “I segnalati” di Tedoldi, di cui avevo parlato qui. Allora scrivevo:

I segnalati di Giordano Tedoldi è il libro più inquietante che mi sia mai capitato di leggere.

Non credo che lo rileggerò mai. Però mi fa piacere che dorma accanto a me. E’ un invito a guardare sempre in alto.

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Un dettaglio del primo piano

Quindi “2666” di Roberto Bolaño. Me lo regalò mio padre a Natale, cinque o sei anni fa, su mia precisa indicazione. Libro meraviglioso, che non ho mai finito. Me lo tengo accanto sperando che mi torni la voglia di arrivare fino alla fine, come è successo con il suo vicino di posto, “La versione di Barney” di Richler, che mi regalarono Alessio, Patrizia e Fabio per i miei 31 anni, festeggiati alla Trattoria al Capitello, sopra Torreglia, nel luglio del 2001. L’avevo iniziato subito, e l’avevo lasciato dopo trenta pagine. Due o tre anni dopo l’ho ripreso in mano, e niente. Però sapevo che era un libro per me. Nel 2010 finalmente ho superato le 50 pagine e non mi sono più fermato. Gran bel libro!
Collasso” di Diamond è un saggio sulle società che si sono estinte – quella che abitava le isole di Pasqua, gli Scandinavi che avevano colonizzato la Groenlandia, i Maya, certi popoli della Polinesia. Diamond ha scritto uno dei due o tre saggi più belli di tutti i tempi, il celebre “Armi, acciaio e malattie”. Questo gli è inferiore, e di molto, ma è comunque un libro pieno di notizie interessanti, organizzate in modo coerente.
Siamo quasi arrivati alla fine del primo piano: “Le ore” di Cunningham, che mi aveva suggerito Patrizia Caffiero, scrittrice leccese, nel 2007, e che io ho iniziato a leggere senza riuscire ad andare oltre pagina cinquanta (per limiti miei, o forse perchè avevo commesso l’errore di leggerlo dopo aver visto il film con la Kidman, la Moore e la Streep), e accanto un monumento gigantesco, “Il mulino di Amleto” di Santillana. Non ci sono molti libri che ho amato più di questo. E’ un sogno ad occhi aperti, un viaggio nel tempo, una cavalcata tra secoli e popoli. Sicuramente è impegnativo, ma come tutte le cose che valgono. Un capolavoro come questo andrebbe letto due o tre volte nella vita.
E accanto? Cosa chiude la fila? Un piccolo cimelio ritrovato oggi per caso, che continuo a dimenticare, ritrovare, perdere, scoprire. E’ un racconto che avevo scritto nel 1988, a scuola, quando facevo la seconda liceo; è un giallo che si svolge in Germania, che avevo battuto a macchina nella cucina dell’appartamento in cui abitavamo a quei tempi, di sera (condividevo la camera con mio fratello più piccolo, e il salotto confinava con la camera da letto dei miei genitori, che allora avevano un udito finissimo, specialmente mio padre – mi ricordo che ogni sabato sera ci diceva, prima che andassimo a dormire, di non sospirare la mattina presto, per evitare di svegliarlo, e io non ho mai capito né in che modo sospirassimo, allora, né come potesse bastare così poco per non farlo dormire).  Ricordo anche che, mentre lo battevo a macchina, mio padre era venuto in cucina per dirmi che aveva finito di leggere “Lo scherzo” di Milan Kundera, che gli avevo congliato io, dicendomi che era un libro nel quale il talento non era all’altezza delle aspirazioni dell’autore. La storia è ingenua; nel finale c’è un accenno di meta-narrativa – l’ispettore, prendendo per mano la figlia della vittima, le chiede se vorrebbe trasferirsi in un racconto rosa. Questa mattina Dunja ha ritrovato i dentini di Jurij e Matija, conservati in una scatolina. L’analogia è abbastanza precisa.

Secondo piano

Il secondo piano inizia con un libro che non ho mai letto, che non ricordo di aver mai comprato né avuto: “I misteri del tempo” di Paul Davies. Un libro di Dunja? Uno di mio padre finito qui per caso? Lo leggerò mai? Il titolo sempra interessante…
Accanto, “Oblio” di David Foster Wallace. Wallace ha scritto romanzi (pochi, ma uno di questi era “Infinite Jest”), raccolte di saggi (il meraviglioso “Considera l’aragosta”, ad esempio) e raccolte di racconti come queste. Oggi, mentre bevevo una birretta con Alessandro, al Nazionale, in centro a Padova, avevamo condiviso il fatto che gli scrittori francesi che negli anni sessanta avevano focalizzato il loro sforzo sullo stile, non hanno lasciato una grande eredità: anche i famosi “Esercizi di stile” di Queneau, in fondo non sono che esercizi di stile, e nient’altro che questo. Anche Wallace esplorò le variegate possibilità del linguaggio; sotto, però, c’erano ossessioni, passioni, convinzioni, che emergevano sempre. Di questo libro, basterebbero le tre pagine di “Incarnazioni di bambini bruciati” per consigliarne l’acquisto; e sono sufficienti le prime tre righe di ogni racconto per far venire voglia di scrivere a chiunque.
Andando avanti, “Io sono Red Baker” di Robert Ward. Ho visto la presentazione di questo libro alla libreria Marco Polo di Venezia, in un locale in grado di contenere, forse, quindici persone. Lui, un signore sulla sessantina, era l’uomo più felice del mondo: era in giro per l’Italia da non so quanti giorni, e ovunque riceveva un sacco di attenzioni. Il merito era tutto di Nicola Manuppelli, scrittore e traduttore straordinario, e persona piena di valore….

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Poi: “La strada blu (viaggio in Canada)” di Kenneth White. E’ un regalo che mi ha fatto l’editore che ha pubblicato il libro, Amos Edizioni – eravamo entrambi autori in un’antologia uscita diversi anni fa. E’ un libro piccolo ma prezioso. Anche l’edizione è molto curata. E vale la pena fare un salto sul sito dell’editore.
Quindi Carver, con “Vuoi stare zitta, per favore?“. E’ quindi giunto il momento di fare coming out: io, praticamente, non ho letto quasi nulla di Carver. Di questo libro, ad esempio, credo di aver letto tre racconti; di un altro, il bellissimo e assai famoso “Una cosa piccola ma buona”, che si trova anche in rete, credo. Cosa mi trattiene? Lo considero un grande. Forse lo temo, mi impaurisce la capacità di influenzare chi tenta di trovare una propria voce. Tra l’altro, appena l’avevo comprato l’avevo prestato a un tizio al quale mi univa il solo fatto che eravamo entrambi fornitori della stessa azienda. Mi ero fatto ingannare dall’aspetto un po’ alternativo (alternativo rispetto agli standard delle aziende di informatica che lavorano in una banca: aveva i capelli un po’ lunghi, e le occhiaie scure – stop) e mi ero convinto che avrebbe apprezzato. Me l’ha restituito dopo due anni, e solo perché glielo ho chiesto. Credo che non sia andato oltre pagina quindici.
Ma dopo Carver, ecco quello che sta tra i miei cinque migliori libri di sempre: “L’informazione” di Martin Amis. Letto la prima volta nel 2010, mentre ero in vacanza a Grado, regalata la mia unica copia due anni dopo in un impeto apostolico evangelico (volevo condividere il piacere di quella lettura con qualcuno), consigliato a tutto il mondo, in ogni occasione (continuo a credere che potrebbe piacere molto ad Angelo Biasella e a Stefano Sgambati, che però snobbano questo mio consiglio), ricomprato, usato, in rete (perché l’edizione che avevo letto io è uscita di commercio), è uno di quei romanzi che periodicamente rileggo, anche non tutto intero, per il mio privatissimo piacere. Contiene tutto quello che cerco: lingua pazzesca, personaggi vivi e grotteschi, ironia, umorismo, tragedia. Parla di due scrittori, uno superficiale e famosissimo, l’altro molto impegnato e fallito, e dell’invidia mortale del secondo verso il primo. Con il tempo ho capito che Martin Amis non piace a molti; tuttavia, quelli che lo amano, non ne possono fare a meno. Probabilmente si rivolge a una particolare categoria dello spirito che non tutti possiedono nella stessa misura – nessuna classifica, in questo, ma solo una semplice constatazione.
Segue poi “Il soccombente” di Thomas Bernhard. Consiglio congiunto di Mauro Maraschi e Federica De Paolis – se ne parlava a settembre del 2014, dopo una cena a Ponte Milvio, nel ristorante accanto a Pallotta. Bernhard ha tutte le caratteristiche per piacermi – un po’ come Carver – e un po’ come succede con Carver, non riesco ad arrivare fino alla fine. Questo libro è grandissimo, mi ha entusiasmato, l’ho trovato geniale, e me lo ricordo bene in ogni suo dettaglio. Eppure mi sono fermato poco dopo pagina 100. Rimane nel mio comodino per ricordarmi che prima o poi dovrò decidermi di diventare un Bernhardiano di ferro.
I racconti e i romanzi di Joyce sono un regalo, credo anche questa volta di mio padre. Mai letti, se non il solito “The dead”. Fino a poco tempo fa c’era anche il meridiano di “Ulisse”. Ho letto con grande piacere i primi capitoli, trovandone grande ispirazione. Poi mi sono un po’ perso. Leggendo le note, ho avuto l’impressione di essere come un tizio che sfoglia un libro di illustrazioni con un discreto piacere, salvo scoprire, una volta arrivato a metà, che era una raccolta di rebus. Forse certe cose andrebbero lette con uno spirito più leggero.
Seguono poi due libri “gemelli”: “Veduta di pianura con dame” di Muriel Pavoni, e “Le ali in tasca” di Elena Girardin. Entrambi pubblicati da “La meridiana”, rientrano in una collana dedicata a donne in qualche modo “eroiche” – e si tratta infatti di racconti ispirati a vite di donne realmente esistite (in Emilia per il primo, in Veneto per il secondo: tutti i volumi della collana fanno riferimento a una regione), che siano state capaci di segnare la storia – la prima donna laureata, la prima donna medico, una partigiana, una maestra che ha cambiato il modo di insegnare. Avrei sempre desiderato organizzare una presentazione a Padova, di entrambi i libri, e non ci sono mai riuscito per mia pigrizia. Probabilmente alla “Libreria delle Donne” avrebbero piacere. Rimangono quindi sul comodino per ricordarmi che prima o poi ci riuscirò.
La scala a chiocciola” di Annarosa Maria Tonin. Con Annarosa c’è un bel rapporto che va avanti da diversi anni, basato, io spero, sulla reciproca stima. Era stata ospite anche alla “Maratona tra le righe”, la piccola manifestazione che l’anno scorso, proprio in questo periodo, io, Alessandro Busi e Barbara Della Libreria Zabarella (i librai e le libraie perdono, con il tempo, il cognome ereditato dai genitori per assumere quello della libreria che hanno fondato) avevamo organizzato a Padova – dieci ore di presentazioni consecutive per parlare con tutti i soggetti coinvolti nella realizzazione di un libro. Allora ci aveva parlato di come nasce un’idea e di come questa diventa una storia. Annarosa è un’autrice vera, una che sta seguendo un percorso chiaro e definito. A breve, ormai questione di giorni, uscirà “Le visitatrici” per le edizioni La Gru, sei racconti nati dal ritrovamento, reale, di alcune lettere famigliari. Stay tuned!
Accanto ad Annarosa, c’è Giuseppe Ottomano, con il suo “Il volo di Volodja“, edizioni Miraggi. Se non ricordo male, è stato lo stesso Giuseppe a regalarmelo. E’ la storia di un celebre atleta russo che divenne campione europeo di salto in alto, nel 1978, saltando alla “vecchia maniera”, cioè di pancia. Aveva un recordo personale di 2.34, una misura assolutamente considerevole. Mi era piaciuto molto – il genere “libri su grandi atleti” mi appassiona sempre molto.
Accanto (siamo quasi arrivati alla fine del secondo piano), quattro romanzi di Saul Bellow, uno dopo l’altro! Da qualche anno, Bellow è entrato nell’olimpo dei miei autori più amati. Ma di questi quattro libri, tre non li ho ancora letti: mi mancano “Herzog“, che molti considerano il suo capolavoro, “Un uomo in bilico“, la sua opera prima, e “Il pianeta di Mr Sandler“. Herzog l’ho iniziato almeno tre volte, ed è curioso che non riesca a leggerlo. Cosa mi frena, ogni volta? Un’aria un po’ troppo anni sessanta. Paradossalmente, mi sembra più moderno “Le avventure di Augie March“, che Bellow aveva pubblicato dieci anni prima. L’uomo in bilico, invece, non mi tenta. Non ne parlano male, ma ho il sospetto che non aggiungerebbe nulla alla mia comprensione di questo autore gigantesco. “Il pianeta di Mr Sandler”, invece, che mi ha caldamente consigliato anche l’amico Francesco Romeo,  mi tenta proprio tanto! Ed è sicuramente tra i prossimi libri che leggerò. Il quarto, quello che ho letto, è “Il dono di Humboldt”. Mi è capitato anche di rileggerlo. E’ un romanzo bellissimo e complesso, ricco di suggestioni. Ricordo una notte dalle parti di Nocera, a casa di Francesco Coscioni – era ancora in costruzione, e ci accampammo in salotto – e io avvolto nelle coperte che lo leggevo, dopo una delle prime presentazioni, nel 2011…. Ogni libro si porta dietro qualcosa, un’esperienza, no?
Chiude il secondo piano “Ciò che si muove ai margini“, di Mirella Vallone ed edito da Aguaplano. Non l’ho letto e uno dei motivi per cui si trova nel mio comodino condominiale è perché prima o poi vorrei rimediare.

Terzo piano

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In verticale si leggono meglio

Siamo a poco più di metà di questo viaggio che, onestamente, non immaginavo così lungo… Sempre da sinistra a destra: Daniele Pasquini con “Io volevo Ringo Starr“, della Intermezzi. E’ un libro molto amato dagli editori che stanno dietro a Intermezzi, Manuele e Chiara. Pasquini, come si dice, ha una penna molto felice – costruisce facilmente storie, personaggi e ambientazioni.
Poi “Sebastiano Barozzi e la sua cronaca del popolo” di Giuliano Galletti e Paolo Stefan. Giuliano Galletti è uno scrittore che, per motivi che a mio parere sono inspiegabili, non è molto conosciuto. Questo libro non l’ho ancora letto – aspetta al terzo piano il suo momento – ma almeno due dei precedenti di Giuliano sono assolutamente da leggere: “Il volo del mugnaio Simone”, ma soprattutto “Il nostro tempo migliore“, che su IBS arriva in tre giorni: è un romanzo struggente su un amore impossibile, capace di resistere per decenni. Senza esagerare, è uno dei libri italiani più intensi e toccanti che io abbia mai letto. E mi pento, ora, di non averne mai parlato in modo “strutturato” qui su Grafemi, spero di rimediare presto.
Segue un piccolo gioiello introvabile: “Le morose vece” di Armando Lenotti, sessanta sonetti in veronese dedicati alle sessanta morose che l’autore ha avuto nella sua vita: me li ha regalati Guariente Guarienti, amico di Verona e coetano del poeta. Grazia, ironia, leggerezza, divertimento… Lenotti e Guarienti (che insieme superano i 140 anni) vanno in giro per Verona a leggere queste poesie. Ogni tanto me le rileggo anch’io.
Falce e sberleffo” di Ben Lewis, giornalista inglese, è un saggio, ben scritto, che cerca di capire se le barzellette hanno avuto un qualche ruolo nell’erodere il potere del potere sovietico. L’analisi, ovviamente, viene accompagnata da esempi pratici di barzellette russe, dagli anni dieci del novecento a quelle in piena era Putin. E’ un libro divertente e che per molto tempo ho tenuto nella mensolina accanto al cesso di casa mia, luogo di letture rapide; ma al di là delle molte risate, il tema è davvero molto interessante e ben raccontato. Tra i pochi libri sulla spinta di un impulso (per questo, ero alla Lovat di Padova, quando ancora esisteva, pochi giorni prima di Natale), questo è di gran lunga il mio preferito e il più convincente.
Cosa posso dire di “Altre inquisizioni” di Borges? Libro rubato nella libreria di mio padre diversi anni fa, lo leggo e lo rileggo. Piacere allo stato puro. Miniera di idee strabilianti. Eleganza, intelligenza, bellezza. Il peso specifico di queste pagine è simile a quello dell’uranio, e l’energia che se ne ricava è più o meno la stessa. Credo che in ogni buon liceo questo dovrebbe diventare libro di testo, per far capire cosa significa la cultura, e a cosa serve: sostanzialmente a niente, ma quel niente è il punto più alto raggiunto dall’essere umano nella sua storia.
Fight club” di Chuck Palahnjuk. Visto il film nel 1999: usci dal cinema illuminato. Stavo cambiando vita, e pelle, in quei mesi – poco dopo sarei andato a Milano, lasciando tutto quello che avevo a Padova (poco, a dire il vero, in quel momento: una casa comprata con la persona sbagliata, una chiesa prenotata per il 2 settembre, ecc ecc). Mi serviva una scossa simile, sentire che si poteva andare oltre, in qualsiasi modo. Gettarsi nella mischia. Essere la fottuta merda canticchiante del mondo. Il libro venne qualche mese dopo, ma lo lessi che ero già cambiato. Poi l’ho perso, l’ho ritrovato, riperso, come succede con molti dei miei libri, nessuno dei quali amo in modo carnale. Infine l’ho ritrovato, e per sicurezza me lo tengo vicino.
Di Pennac avevo letto un solo libro, credo “La fata carabina” (non ci ho mai capito nulla con i suoi titoli), in un giorno d’agosto del 1996, durante un viaggio di 18 ore da Siracusa a Padova – partenza ore 6, arrivo alle 24. In quello stesso giorno avevo letto Follett (penso “Il codice Rebecca“, se è quello che si svogle nel Nord Africa durante la seconda guerra mondiale) e “Il giudice e il suo boia” di Durrenmat (o era già “La promessa”?). Dei tre, preferii quest’ultimo, anche se le avventure di Malaussene mi divertirono molto e, forse, lasciarono un segno profondo nel mio immaginario. Qualche settimana fa girovagavo per la Feltrinelli di Padova, oziosamente, come raramente riesco a fare, ho deciso di colmare una di quelle ritengo essere una mia lacuna. C’erano due o tre cosine che mi tentavano (nessuna delle quali ora riesco a ricordare – ah sì, le poesie di Emily Dickinson: queste pulizie di primavera, però, hanno fatto riemergere un vecchio volume che contiene praticamente tutto quello che ha scritto) e alla fine ho preso questo. Non l’ho ancora iniziato. Lo leggerò, penso.
E poi, un altro libro iniziato e poi lasciato là dopo venti pagine: “Canto dalla pianura” di Kent Haruf. Mi è chiaro che si tratta di un libro adatto a me, ai miei gusti, alle cose che ho letto. Ma non fa ridere, ecco, e non è neppure scritto in una lingua che mi sconvolge. Gli mancano due cose sulle due che cerco. E questo, di recente, è diventato un problema importante, per me. Di storie incredibilmente tristi, scritte in un tono incredibilmente dimesso, ne ho fatto il pieno per diversi anni. Sono sicuro che mi tornerà la voglia di immergermi in questi crepuscoli grigi (stile Padova in aprile), ma per il momento guardo altrove. Haruf, perdonami dall’alto dei cieli.
E quindi, uno dei libri più importanti per me: “Realismo e letteratura” di Bertoni.  Testo per me fondamentale, mi ha aiutato a capire in modo molto più profondo la letteratura. Ha cambiato il mio sguardo sui libri. Non mi dilungo molto su questo, ma se dovessi consigliare a qualcuno un libro di critica letteraria, questo sarebbe il primo nome che farei. Il secondo, o forse il terzo, invece è quello immediatamente dopo: “Trame” di Peter Brooks. La sua lettura della trama secondo i paradigmi di Freud non mi convince fino in fondo, ma la quantità di riflessioni che riempiono questo volumetto denso è impressionante. Si dibatte molto sulla trama; gli autori più raffinati dicono che non serve a niente, che è volgare, altri, invece, forse più sanguigni, dicono che è tutto. Probabilmente hanno ragione entrambi, in letteratura possono convivere posizioni opposte (volendo dire anche la mia, un libro con una buona trama e scritto male, è un romanzo di poco valore, ma un libro scritto bene e privo di trama, non è nemmeno un romanzo).
Finita la sezione della critica letteraria, si riprende con “1986“, anche questo di Giuseppe Ottomano. Romanzo che meriterebbe più attenzioni. Se riesco, ne torno a parlare con la dovuta attenzione. Su “Metastasi” di Alessandro Di Giuseppe, raccolta di racconti, c’è una storia curiosa. Nel 2014, quando avevo iniziato a lavorare a Roma, facendo avanti e indietro da Padova, avevo deciso di approfittare di quei soggiorni coatti (in tutti i sensi) per vedere quante più persone possibili. Una sera di dicembre, ho deciso di invitare a una cena in un ristorantino (bruttino, a dire il vero) in via Flaminia, proprio davanti al capolinea del tram numero 2, un bel po’ di persone, la maggior parte delle quali conoscevo solo via Facebook. E’ stata una cena esilarante e piena di sorprese. Ci si potrebbe girare un film, su cose come queste. Ad un certo punto, arrivano Emanuele Kraushaar (che conoscevo) e Alessandro Di Giuseppe (che non avevo mai visto). Mi sorprendo del fatto che si conoscessero, e glielo dico; loro, un po’ perplessi, sorridono. Parlo con loro per una decina di minuti. Quindi, arriva un altro degli invitati, mi si avvicina e mi dice: “piacere, sono Alessandro Di Giuseppe”. A oggi, non so ancora chi fosse il tizio che era con Kraushaar. In quell’occasione, comunque, Alessandro mi ha regalato questo libro, che da allora è sul mio comodino, con il suo titolo un po’ inquietante. Con il passare del tempo, ho letto i racconti. Sono un po’ “giovanili” (il suo autore è anagraficamente giovane, non è una cosa strana), ma il ragazzo si farà, di questo sono abbastanza sicuro.
Accanto ad Alessandro, John Fante e il suo alter-ego Arturo Bandini. Tutti mi parlano bene di John Fante, tanto che qualche mese fa ho chiesto su Facebook di consigliarmi un suo libro. L’esito del mega sondaggio mi ha portato a comprare, in digitale, “Aspettando primavera” (o qualcosa del genere). Ho iniziato a leggerlo e… niente, neanche questo. Ormai finisco un libro su tre, se va bene. Fa ridere, e quindi siamo già a metà di quello che serve per farmi felice… ma non è scattato nulla. Mi pare una versione povera di Nathanael West. Ma so di sbagliarmi. Per questo, quando sono andato a fare lo scambio di libri di sabato scorso, ho preso questo volume. Quando sarò in pensione, e non avrò tutte queste incombenze lavorative, avrò legna per il mio camino, come si dice. A proposito, come funziona lo scambio di libri? Porti un po’ di libri dei quali ti vuoi liberare, e in cambio ti vengono date delle fiches, con le quali puoi comprare, virtualmente, libri portati da altre persone come te – io ho ceduto un libro molto triste del quale non ricordo il nome, uno Hrabal causa doppio regalo, altre due o tre cosine comprate per sbaglio, e in cambio ho preso il manuale degli scacchi che ora si trova al primo piano del mio comodino, questo di Fante, un libro di Philip Dick con una copertina orribile e un volume di ricette da fare con la frutta, pubblicato negli anni settanta – ne avrà dentro duecento, nessuna delle quali, credo, sia più commestibile.
Accanto, un libro di Claudio Morandini, “A gran giornate“, che l’autore mi ha regalato dopo una presentazione di “Neve cane piede” alla libreria Zabarella di Padova. E’ una raccolta di racconti uno più spassoso dell’altro. Morandini è proprio bravo: voce, idee, solidità, costruzione delle storie, originalità. Ha tutto.
Completamente diverso, ma altrettanto brillante, è Francesco D’Isa, che dà prova del suo particolare talento ne “La stanza di Therese“, un romanzo epistolare che usa il rapporto famigliare tra due sorelle per parlare di filosofia, in senso per niente lato. Ecco uno che osa, penso io. Non è un caso che sia uscito con Tunuè, questo libro. Non è per tutti, bisogna ammetterlo. Ma è un gioiello che sono felice di tenere accanto al letto (anche se a breve dovrò salutarlo, perchè conto di prestarlo giovedì a un amico con il quale ne abbiamo parlato recentemente).
Segue l’autobiografia di Isadora Duncan, “La mia vita“, comprato alla penultima fiera del libro di Roma, quella della piccola editoria. Dietro, c’è un progetto che mi piacerebbe portare avanti, ma che probabilmente richiede un tempo che io non ho. Il piano si chiude con tre libri sugli animali (manca, evidentemente, il quarto, il più grosso, sui mammiferi, che in questi giorni non è proprio venuto fuori). Perché ce li ho? Nel 2011 ero stato invitato a Cagliari, città bellissima che non conoscevo, per due presentazioni. Gli organizzatori mi avevano affittato un bellissimo B&B un po’ in periferia, una casetta tutta per me. Dentro c’erano un po’ di libri, tra i quali questi quattro. Ho passato la notte leggendomi tutto il primo, che abbonda di vermi e parassiti. Arrivato a Padova l’ho cercato: era fuori catalogo, ma un tizio aveva messo in vendita le sue copie (magari era proprio il proprietario del B&B: chi lo sa) e io le ho comprate. E’ una lettura che spesso riprendo in mano. Lo consiglierei anche a quegli scrittori che tendono a pensare che le idee vengano sempre e solo dalla vita degli esseri umani. Con gli uccelli, comunque, è finito anche il terzo piano, il che ci permette di passare all’ultimo, il quarto… Che faticaccia!

Quarto piano

Siamo arrivati alla fine! 🙂

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Quarto e ultimo piano

Devo per forza accelerare, domani riprende la settimana lavorativa e non potrò più scrivere.
Da sinistra: “Stagioni diverse“, raccolta di Stepehen King, l’autore preferito dallo scrittore Enrico Macioci. Dentro, c’è anche il racconto da cui è stato tratto il film “Stand by me“. Del re della letteratura horror (so che è riduttivo), ho letto lo splendido “Il miglio verde” per il quale ho versato un ettolitro di lacrime (era venerdì 12 maggio 2016, sul treno da Roma a Padova). Anche il racconto che ho letto di questa raccolta è bellissimo. Altro di lui non conosco.
Correndo con le forbici in mano” di Augusteen Burroughs è un romanzo molto divertente, uscito per Alet nel 2011, che Giulia Belloni mi aveva regalato durante il Salone del Libro di quell’anno. Sparito per anni nei meandri di casa mia, ricomparso l’altro giorno, rimesso sul comodino perché non si sa mai che mi venga la voglia di rileggerlo.
Nascosto, altro libro di Joyce – dovrebbero esssere i primi tre capitoli dell’Ulisse con un super commento. Vedi sopra.
Poi due libri per imparare a scrivere un film: “La sceneggiatura” di Syd Field e “Il viaggio dell’eroe” di Christopher Vogler. E’ un piccolo sogno che prima o poi vorrei realizzare – anche in questo caso, come per Isadora Duncan, serve molto più tempo.
Segue “Villaggi” di John Updike (da qualche parte a casa mia c’è anche “Io odio John Updike” di Tedoldi, giusto per non farmi mancare nulla). E’ un libro che mi è piaciuto davvero molto ma che non è riuscito ad accendermi la passione per questo scrittore che, sempre il mio amico Francesco Romeo, considera un gigante. Ho iniziato “Coppie“, da qualche parte ho una delle tante puntate dei libri dedicati al Coniglio… Anche questo per la pensione. Oppure quando cambierà qualcosa.
Il libricino di Dino Buzzati ha un valore affettivo immenso. Da bambino, quando ero in montagna, la ragazza ci faceva da baby sitter, una certa Franca, diciotto anni, mezza rivoluzionaria, ci leggeva i racconti di Buzzati, mostrandoci i suoi singolarissimi quadri. Alcuni di questi compaiono in questa curiosa raccolta: io li guardo e mi emoziono, con quel particolare organo così sensibile ai ricordi del passato, un coso misterioso che sta a metà strada da cuore e cervello.
Subito dopo “Domani nella battaglia pensa a me” di Javier Marias. Mio giudizio? Non so. L’ho iniziato nel 2008. Credevo che mi sarebbe piaciuto tantissimo. Non l’ho mai finito. C’è qualcosa di artefatto, e insieme qualcosa di notevolissimo. Dovrebbe calarmi qualche “senso” – quello dell’olfatto, che riconosce un po’ di mestiere? Rimandato a settembre, ma non bocciato.
Sottomissione” di Houellebecq è un libro che ho letto molto volentieri, e con grande facilità, come tutti i libri di Houellebecq. L’ho trovato superiore alle mie aspettative, bassine a dire il vero – meno cinico, un po’ più vero. Non lo rileggerò mai. Non escludo che finisca tra i libri da regalare. Ma comunque un bel libro.
Vacanze matte” di Powell è uno dei libri più comici che io abbia mai letto – è un regalo dell’amica Silvia, che mi ha sorpreso per la sua freschezza. Esilarante, mai banale. Estivo. Lo consiglio vivamente. Perchè se ne sta nel mio comodino? Non ne ho la minima idea. I libri si muovono per casa secondo le loro esigenze. Questo evidentemente mi voleva stare più vicino. Stessa domanda per “Il pirata” di Conrad, un libro che prima di scattare questa foto non sapevo neppure di avere. Mai letto. Di Conrad adoro alcune cose, come “Cuore di tenebra” e quello sul tifone (che forse si chiama proprio “Tifone”) e quello sulla linea che separa l’età dell’adolescenza da quella adulta. Questo, però, non so proprio cosa sia. Anche la copertina fa pensare a un libro da ragazzi. Mistero.
E finalmente sono arrivato alla fine! “La vita lontana” di Paolo Pecere. Viene a Padova sabato 21 aprile, cioè tra cinque giorni, e io sarò il moderatore – libreria Zabarella, ore 19. Libro incredibilmente bello, oltre ogni immaginazione. Ne parlerò presto, spero. Ma sono sicuro che cercando in giro si troveranno solo commenti superlativi.

Arrivato alla fine, quali conclusioni? E’ bello avere un posto dove tenere le proprie cose – un luogo grande, capiente, generoso. E’ bello anche poter vivere una certa prossimità con i libri che in qualche modo abbiamo incrociato durante la nostra vita. Alcuni di questi occupano un posto speciale; e per quasi tutti c’è un ricordo che gli appartiene in modo esclusivo. La mia casa non è grande, ma questa è solo una piccola porzione del tesoro che custodisco, e, per certi versi, neppure il più rappresentativo – manca qualsiasi traccia di quelle passioni che mi hanno sempre infiammato, e che sopra ho accennato. E non ci sono i tanti, troppi libri che accumulo nel mio ereader – una lista che meriterebbe un post ancora più lungo di questo.

Ma se siete arrivati a questo punto, siete pronti per raccogliere la sfida. Cosa tenete sul vostro comodino?

 

 

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6 risposte a "Sul mio comodino"

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  1. Ma ciao!
    Questo post mi fa sentire meno cacchetta!
    Accetto la sfida e parto così.
    Nelle immediate vicinanze, come compagni di letto ( sono promiscua assai ) ho
    -L’Aleph di Borges abbastanza ostico ma lo affronto con coraggio;
    -Pronto dottore? Ho un dolore intercostiero, in sostanza è una raccolta di strafalcioni tratta dai centralini ospedalieri toscani ( mi serve da antidrepressivo );
    -Una stanza tutta per sè, Virginia Wolf che prima o poi leggerò;
    -Dannazione di Palahniuk, credo di amarlo, lui Chuk, si legge che è un piacere.

    Il comodino è un altro capitolo osceno:
    -Paura di Čechov che mi terrorizza ma sta lì;
    -Il teorema del pappagallo di Guedj, bello eh, ci mancherebbe, ma in filo macchinoso. Me ne parlò un caro amico e incuriosita me lo sono comprato. Lo leggo a fasi alterne per salvaguardare quei due o tre neuroni funzionanti. Lo finirò;
    – Propulsioni d’improbabilità… insomma sai cosa è!
    – Cosmocopia di Di Filippo. Lo devo leggere perché conosco Paul personalmente e quando lo ribecco in Italia mica posso fare la figura della barbona,no?!;
    -Il sistema riproduttivo di J.T. Sladek. Trovato su una bancarella e m’ha ispirato-

    Tra gli iniziati e mollati, traslocati sulla scrivania, c’è Carver col suo – Orientarsi con le stelle -, assieme a Saviano e Lilin, accompagnati dalla raccolta di racconti di Dick che è veramente troooopa roba.

    Mi fermo qua perché mi vergogno un pochino, però sappi che mi ha sollevato leggerti 😀

    P.S. A titolo informativo ho anche una libreria detta – caos –

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  2. Io so solo che ora vorrei tenere moltissimi dei titoli che ci hai descritto, che disastro… Sono lontana da mesi dal comodino dei libri iniziati, ricordo qualcosa per l’infanzia sulla dislessia, Donne che corrono coi lupi, molti libri rossi e molti blu (Fante, stessa tua edizione, letta tutta la trilogia di seguito, ma mi mancano le introduzioni), un diario giovanile di Klee imprestatomi da un’amica che voglio leggere con a fianco un enciclopedia aperta alla pagina dei nomi dei colori, Karen Blixen (racconti su carta sottilissima) e poesia russa contemporanea tradotta da Massimo Maurizio, poi anche Pavese credo, e Cloudspotting ora. E qualcosa sulla gentrification? Chissà… Meditavo di fare un post simile al tuo tempo fa, ma ora eccomi qui

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  3. Primo: ogni volta che si leggono le “liste” di libri altrui ci si sente persi, per quanto si legga ci si rende conto di essere naufraghi nell’oceano.

    Secondo: felice di sapere che non sono la sola ad aver iniziato e abbandonato più di una volta “la versione di Barney”

    Terzo: la mia casa è più piccola della tua e dovessi tenere sul comodino tutti quei libri, uscirei io. Inoltre io e mia sorella e prima ancora i miei abbiamo librerie interscambiabili e adoro San Gaetano ( a parte il caldo asfissiante). Al momento sul mio comodino ci sono . Mio caro serial killer di Alicia Giménez Bartlett perché adoro Pedra Delicado; le assaggiatrici della Postorino; Continuare di Laurarent Mauvignier che mi sono stati consigliati dal mio spacciatore di fiducia in rete. E naturalmente ho appena riposto Vite che non sono la mia di Carrère che “qualcuno” mi ha spinto a leggere e che mi ha travolto, struggendomi e rovesciandomi come un calzino.

    Piace a 1 persona

    1. Caspita dimenticavo una vera perla!
      Valerio Grutt “dammi tue notizie e un bacio a tutti” versi bellissimi editi con finanziamento dal basso da interno poesia. Leggo e rileggo e mai mi stanco e spesso, nuovamente, mi ritrovo

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  4. Grazie davvero per il viaggio tra le pagine di questi libri. Devo direi he ora la mia lista dei desideri è sempre più lunga, ho preso nota di parecchi testi che non conoscevo e sono stato felice di aver incontrato alcuni che sono anche nella mia libreria.
    Il Mio comodino non o vedo da parecchio tempo completamente ricoperto da libri che in un determinato momento di attirano e magari vengono di diritto a stare vicino a me. E’ una sorta di passaggio, una porta.
    Questi per ora
    Scritti a mano – Matteo Motolese
    Il lungo Esodo – Raoul Pupo
    Settantasette la rivoluzione che viene
    Donald Trump – Johnston
    L’uomo che scrisse il romanzo perfetto
    Andar per libri
    La geografia del genio
    Il libro dei secoli
    XXI Secolo
    Lussuria
    Per dieci minuti
    La scuola è libertà
    La vita davanti a sé
    Gli irriducibili
    1960L’anno migliore della nostra vita
    Notti in bianco baci a colazione
    Non sperate di liberarvi dai libri
    Propizio è avere ove recarsi
    Al paese dei libri
    Maledizioni, processi sequestri censure a scrittori in Italia…

    Un comodino un po’ nel delirio diciamo
    a presto

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  5. Il mio comodino è una minuscola cassettiera dove conservo taccuini di pensieri personali. Sopra ci sono le letture correnti: 1984 Orwell, Viaggio in Portogallo Saramago. Divertente questo viaggio, grazie

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