La commedia secondo me

Se due o tre anni fa qualcuno mi avese chiesto di dare una definizione di ciò che faccio nella vita, e mi avesse obbligato a usare una sola parola, probabilmente avrei detto “ingegnere”; termine, per inciso abbastanza generico, che indica una categoria vastissima di professioni – da chi fa strade o progetta edifici, a chi costruisce impianti chimici, disegna motori industriali, fino ad arrivare a quelli come me, che sguazzano nel mondo piuttosto confuso, e spesso male interpretato, dell’informatica. Ma il tempo passa – non solo il mio personale: pure il mondo cambia sotto la spinta dei secoli. Per capirci: ai funerali dei miei due nonni veneziani, avvenuti a distanza di poco più di due anni l’uno dall’altro, avevo girovagato, adolescente curioso e sottilmente inquieto, per i grandi stand (nessuna mancanza di rispetto: non so quale sia il loro termine tecnico… padiglioni?) dello splendido cimitero (un ossimoro!) di Venezia, leggendo, come si usa fare in questi casi, le lapidi dei defunti. Al di là delle considerazioni sulle morti precoci – tisi, difterite, appendiciti, cibo mal conservato – mi avevano colpito le parole che riassumevano, in poche righe, le vite tutte simili tra loro dei borghesi veneziani di fine ottocento: oltre alle naturali considerazioni su paternità, figliolanza e matrimoni, si citava sempre la professione esercitata, pure quando era umile. “Abile imprenditore”, “instancabile operaio”, “giudice equanime”, “illuminato direttore”. Quei tizi morti nel secolo che ha posto, per la prima volta nella storia, il lavoro al centro della vita di ognuno, avevano ricevuto un cognome, un nome e poi un impiego, le tre coordinate che, insieme, identificavano un essere umano. Ora, evidentemente, non è più così, o non più così per molti. Si lavora per mangiare, per pagare il mutuo, i telefonini e le telefonate, per farsi una settimana o due di vacanza all’anno, per aziende che continuano a cambiare management, sede, ragione sociale. Solo questo. Nessuno appartiene a un’azienda e nessuna azienda offre una prospettiva ultraterrena ai propri dipendenti. Di per sé, tutto questo non è necessariamente male. Il contratto a tempo indeterminato non assomiglia più a un matrimonio, ma a uno scambio di servizi: io lavoro e tu mi paghi.
Come spesso mi succede, però, sto divagando – questa volta parecchio. Tra pochi giorni, il 3 maggio, esce un mio nuovo romanzo, il quarto dopo “La felicità esiste”, “XXI secolo” e “La Passione secondo Matteo”. Mi fa ancora una certa impressione, dire “esce un mio nuovo romanzo”: ci si abitua, ma non del tutto, non fino in fondo. Questo, che si intitola “Tutto male finché dura”, è stato scritto dopo “XXI Secolo”, che nelle mie intenzioni voleva essere un libro che faceva ridere (una sera, tipo a dicembre del 2015, ho provato a rileggerlo – cosa che fino ad allora non ero mai riuscito a fare: mi è calata una tale angoscia nel cuore che il giorno dopo, giuro, sono dovuto andare in ospedale per un’aritmia). Da pochissimo avevo iniziato a scrivere un libro nuovo, una cosa alla quale stavo pensando da diverso tempo. Volevo che questa volta fosse qualcosa che davvero facesse ridere. Una commedia, ma secondo me – quindi un po’ ruvida, grottesca, con un po’ di thriller e un po’ di noir, e soprattutto senza un ripudio del mio modo di vedere e raccontare il mondo, con le sue città, il lavoro, la famiglia e l’amore.  Si ride (così spero) e un po’ ci si commuove (così spero). Ci sono padri inadatti e mamme che non si arrendono; la ridicolaggine della pornografia e una bambina misteriosamente intelligente; degli strozzini che inseguono un uomo senza dargli tregua, un centro commerciale grande come un palazzo progettato da Hitler, qualche sberla che vola, e la storia di Phineas Gage. Volutamente, non c’è l’introspezione dei libri precedenti – il personaggio principale ha opposto ogni possibile resistenza ai miei tentativi di studiarlo; in cambio, ci sono tutte le cose tipiche che si trovano nelle commedie: intreccio, piccoli colpi di scena e un po’ di suspense. Gli autori che avevo in mente non erano Nabokov e Philip Roth, ma Martin Amis, Romain Gary e Nicola Pezzoli, dei quali volevo avere la capacità di far ridere raccontando storie per niente convenzionali né tantomeno rassicuranti.

Mancano cinque giorni all’uscita e sento una certa apprensione, che ritengo naturale. Credo di non essere mai stato così soddisfatto di un mio libro, e allo stesso tempo ho la sensazione che questo cambio di genere (per come lo sento io, piuttosto deciso) potrà spiazzare chi, magari, si era abituato ad altro. Andrà come dovrà andare: ho la barba grigia, due figli, progetti per il futuro, e spalle larghe. So di essere stato onesto e coraggioso fino in fondo. Nel mio piccolo, nessun compromesso; e per la prima volta, se qualcuno mi chiedesse di definirmi con una sola parola, direi “scrittore”.

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Copertina di Gianluca Foli

Approfitto per buttare giù le date delle prime presentazioni, per chi avesse voglia di passare a salutarmi! 🙂

Giovedì 3 maggio 2018, giorno dell’uscita, ore 20.42: Ubik di Castelfranco Veneto, modera Carlo Vanin (che moderato non è mai stato, per fortuna).

Mercoledì 9 maggio 2018, ore 18.00: Feltrinelli di Padova centro, modera l’ing. Valentina Berengo.

Venerdì 11 maggio 2018, ore 20.00: Libreria Pantaleon, Torino, Salone Off, modera Alessio Cuffaro

Giovedì 17 maggio, ore 18.00: Feltrinelli di Verona (centro), modera l’amico Guariente Guarienti.

Mercoledì 30 maggio, ore 18.00: Conegliano Veneto (più avanti maggiori dettagli).

Le altre date in un prossimo post.

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12 risposte a "La commedia secondo me"

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  1. Dear Paul, non me la racconti giusta. In un post precedente ci hai fatto lacrimare, commossi & partecipi, per i crudeli ingranaggi della vita quotidiana che ci sottraggono tempo ed energie (quanto hai ragione!) che impiegheremmo volentieri in modo più creativo… e poi tiri fuori dal cilindro questa storia, così godibile e lieve – ma precisa nella scelta di ogni parola -, con un protagonista fetente e bugiardo (“Aveva una fantasia priva di freni, che non serviva a nulla: gli piaceva mentire per il gusto di stupire, di strappare un sorriso o un briciolo di attenzione. A volte lo sentiva parlare con il gatto, e mentiva pure a lui, che lo guardava con i suoi occhietti storti, facendo le fusa.”) e una galleria di personaggi surreali e divertenti. Il finale è degno dei migliori romanzi, dove le ultime mosse ricordano le poche tessere mancanti di un puzzle che vanno a coprire i buchi rimasti. Insomma, sono molto arrabbiato. Ti prendi gioco di noi e non è bello. Ah, ma la prossima volta non ci casco, eh…

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