Quello che vedi tu – un racconto di Andrea Siviero

Primo maggio, festa dei lavoratori. Quando ero piccolo, a casa mia girava la copertina di un disco in cui c’era l’orologio del lavoratore: 8 ore per lavorare, 8 ore per studiare, 8 ore per dormire. Altri tempi, che onestamente un po’ rimpiango: è finita la voglia di diventare persone migliori attraverso la conoscenza. Però io sento di aver passato un primo maggio produttivo: ho letto un po’ di Saul Bellow (il molto conservatore e molto bello “Il pianeta di Mr Sammler”), ho comprato il giornale (cosa che faccio piuttosto raramente), ma sopratrutto ho letto tre racconti di autori ai quali avevo chiesto, nel corso degli ultimi mesi, se avevano voglia di mandarmi un regalo. E’ stata una bella esperienza, e la mia speranza è di riuscire a metterli tutti e tre qui su Grafemi, per il piacere della condivisione (d’altra parte, fin dall’inizio questo blog ha avuto, come icona, il simbolo di un’ape che succhia il nettare da un girasole – una foto un po’ sgranata che avevo scattato nel 2007 in Slovenia – e che poi (ma questo non lo si vede nella foto) si alza in volo e si sposta su un altro fiore, portando con sé il polline fecondo…).
Intanto, ho ricevuto l’ok per il primo racconto. Conosco Andrea Siviero, il suo autore, da due anni. Con lui ho fatto diverse chiacchierate, tutte molto interessanti. E in questi due anni ho assistito alla sua crescita come autore. Questo racconto mi ha fatto venire la pelle d’oca (e non è il primo, dei suoi, che mi fa questo effetto). Lo metto qui perché penso che un ottimo modo di impiegare una piccola porzione delle otto ore da dedicare al nostro miglioramento personale sia leggere cose così belle. Buon primo maggio, con il pugno chiuso e alzato!

 

Quello che vedi tu
di Andrea Siviero

«Con il contratto nuovo ci concederanno il mutuo», ti dice. «Finalmente la casa sarà nostra».
Alberto ti sta guardando dall’altro lato del tavolo della cucina e si sta pulendo la bocca con il tovagliolo. Ha ancora addosso l’abito del lavoro. Si è solo tolto la giacca per appoggiarla allo schienale della sedia. Un po’ come se fosse ancora in ufficio, pensi.
«Ci pensi?», ti dice mentre ti alzi dal tavolo con i piatti sporchi e vai verso il lavandino. «Di colpo sarà tutto una formalità. La casa, le rate della macchina, il matrimonio. Tutto sarà più semplice».
È finito il detersivo per la lavastoviglie, ti tocca lavare tutto a mano. Apri l’acqua e la lasci scorrere fissando i residui che scivolano via da quello che pochi minuti fa era un piatto di spaghetti al ragù. Non hai ancora detto niente. Adesso Alberto è un’immagine nitida riflessa nel vetro della finestra che hai di fronte. Ti sta fissando la schiena con l’espressione di chi aspetta almeno un cenno d’assenso.
«Non vuoi sapere com’è andata?», ti dice. Ti giri di tre quarti e fai un lieve cenno d’assenso con la testa mentre fingi di grattarti la punta del naso con il dorso della mano. Non hai davvero prurito, ma è che vuoi fargli notare che se non rispondi è solo perché vuoi finire al più presto di mettere tutto a posto.
«Hai presente la Ferraro? Quella che quando ero in stage mi ha fatto da tutor? Be’, da febbraio è in pensione». Poi fa una piccola pausa, lo vedi mentre si rilassa sullo schienale della sedia e aggiunge: «Insomma, i capi hanno deciso di offrirmi l’indeterminato. Non è una grande fortuna?».
Fortuna, ti dici, ne avete parlato per mesi di fortuna. Solo che vi siete sempre detti che non esiste la fortuna, altrimenti avreste dovuto ammettere che la vostra era proprio sfortuna. Non c’è fortuna: c’è solo il duro lavoro, dicevano i tuoi genitori. Ti hanno tirata su con quella filosofia, e anche Alberto a quanto pare è stato educato così. Da quando lo conosci ha sempre parlato di “lavorare sodo”, che poi è un’espressione che ti è sempre sembrata un po’ da sogno americano. Ma adesso Alberto ha parlato di fortuna e gli chiedi perché.
«Be’, prima di tutto la Ferraro che va in pensione e si libera un posto proprio quando stava per scadere il contratto. E poi perché hanno scelto me e non quel Sabatini».
Non hai mai visto quel Sabatini, ma ti sembra di conoscerlo come uno di famiglia. Alberto ne ha fatto una malattia negli ultimi mesi. Era in competizione con quel Sabatini per il posto e sembrava che quel Sabatini avesse già il posto assicurato.
«E invece i capi hanno scelto me. Sai perché?»
Non lo sopporti quando fa così. Ma fai no no con la testa per fargli capire di andare avanti.
«Perché ho talento nel problem solving», ti dice, «E sono stato l’unico tra tutti i candidati a non averlo scritto nel curriculum. “Ha saputo dimostrare le sue qualità con i fatti”, mi hanno detto, “per questo ha meritato il posto fisso”». Poi fa un’altra piccola pausa teatrale. Si allenta la cravatta con la mano destra e aggiunge: «Assurdo, no? A suo tempo mi ero solo dimenticato di scriverlo. Ho avuto fortuna, insomma».
Adesso Alberto sa di essere al centro dell’attenzione e ne approfitta per alzarsi e avvicinarsi: «Allora hai presente tutte le cose che potremo fare d’ora in poi?», ti dice abbracciandoti.
E in quel momento pensare a tutte le cose che potrete fare insieme grazie al suo posto fisso ti fa venire in mente una domenica pomeriggio di un mese fa. Fuori pioveva. Così siete rimasti a casa: un pomeriggio sdraiati sul divano a guardare film. Ne avete guardato uno in cui i protagonisti erano due giovani musicisti squattrinati. Lui suonava la chitarra, lei il pianoforte e intorno a loro una Dublino in recessione economica: pochi soldi, niente lavoro, solo grandi sogni da realizzare. Una variante europea del sogno americano, pensi, se non fosse stato per il fatto che non andava a finire poi tutto così bene.
Sui titoli di coda del film stavi pensando ancora a una scena in cui i protagonisti erano davanti a una di quelle maestose scogliere irlandesi. Guardavano entrambi verso il mare, ma in direzioni diverse, ognuno verso il proprio infinito. Di fronte a quella scena hai detto che ti sembrava di avere le ali e i piedi di cemento. Hai aggiunto che se foste stati davvero senza nulla da perdere sareste riusciti a combinare qualcosa di decente. Che era da troppo tempo che ve ne stavate lì a contemplare il mondo che vi scivolava attorno. Alberto ti ha sorriso, ha detto solo: «è vero», e poi ti ha stretta in un abbraccio. Hai interpretato che da quel momento in poi avreste pensato di più alle vostre ambizioni. Era questo che intendevi con quella storia delle ali e dei piedi di cemento.
Poi avevate fatto l’amore lì, sul divano. A pensarci adesso ti sembra l’ultima volta che ti sei lasciata davvero andare.
Ora Alberto ti sta baciando il collo. Cerca di farti capire come intende festeggiare la promozione. Ma rispondi che deve aspettare, che adesso non è il momento. Però pieghi lo stesso la testa e scopri alla sua bocca una superficie più ampia di pelle. Ma guardi lontano: fuori la notte è limpida, senza luna. Quattro piani sotto: le luci dei lampioni, i tram vuoti che hanno appena scaricato gli ultimi lavoratori e il traffico di chi ha deciso di passare la serata fuori. Di fronte, invece, solo un muro nero dove dovrebbe esserci la collina. Guardando tutto quel nero pensi che anche tu hai qualcosa da dire. Ma Alberto ricomincia a parlare del suo lavoro e delle nuove prospettive che avete davanti. Ti ha lasciata di nuovo libera e adesso cammina avanti e indietro per la cucina. Si è deciso a darti una mano a sparecchiare le ultime cose dalla tavola. Lo vedi ingrandirsi e rimpicciolirsi nel riflesso sul vetro a seconda che venga verso di te o si allontani. Mentre lo guardi noti che oltre la finestra, lontano, in un punto sul crinale della collina adesso c’è una luce rossastra. Alberto ti sta spiegando che con il nuovo contratto è previsto anche un piccolo aumento, ma non lo stai ascoltando bene, perdi alcuni pezzi del discorso perché ti stai domandando se c’è sempre stata quella luce rossa lassù. Pensi che potresti chiedere ad Alberto, ma non lo fai.
«Sai cosa facciamo per festeggiare?», ti dice Alberto. Ora ti ha appoggiato le mani sulle spalle e ha iniziato a massaggiarti la nuca con un movimento circolare dei pollici. «Ci regaliamo un bel weekend. Andiamo a Londra, che dici? Lo desideriamo da un po’, mi pare».
Londra ti dici. Londra è quello che hai pensato quel pomeriggio mentre uscivi dall’ufficio del tuo capo. Basta, ti sei detta, basta con l’illusione di riuscire ad arrivare da qualche parte camminando in equilibrio su un filo. Se deve essere tutto precario, che lo sia fino in fondo, e che riesca a togliermi qualche soddisfazione, realizzare qualche sogno. Così hai pensato a Londra. Forse un po’ banale. Ma piuttosto che startene ferma ancora lì a recitare la parte di chi elemosina, meglio la banalità. Ti eri anche preparata il discorso da fare ad Alberto, gli avresti detto che quel pomeriggio anche il tuo capo ti aveva convocata. Gli avresti detto che il tuo capo si era dimostrato amichevole nei tuoi confronti. Si era alzato in piedi quando eri entrata nell’ufficio, aveva fatto il giro della scrivania e ti aveva invitato a sederti toccandoti lievemente la spalla. Poi si era seduto di nuovo composto nella sua poltrona di capo. Gli avresti raccontato quello che ti aveva detto, che poi sono le stesse cose che ti ripete da tre anni a questa parte: che sei brava, Chiara. Che sei una delle migliori editor che abbia mai avuto la casa editrice. Che vorrebbe proprio passarti a tempo indeterminato, ma il momento è ancora delicato, c’è la crisi…
Adesso pensi che tutto quello che ti sei preparata è inutile. È inutile il discorso che avevi preparato per convincere Alberto a fare come te, a licenziarsi e prendere quello che avete da parte e partire. Se poi Londra o cosa non lo sai, ma almeno fare qualcosa. Finirla di stare lì ad aspettare. E invece adesso ti rendi conto che Alberto sta già guardando verso una direzione opposta alla tua.
«E vediamo tutto quello che c’è da vedere. Basta avere paura per i soldi. Basta con quell’ossessione. Anzi, sai cosa facciamo? Niente bed and breakfast, ci prenotiamo un buon albergo. Sarà anche il nostro regalo di Natale, che dici?»
Tu lasci cadere un Shoreditch, che poi è il posto in cui ti piacerebbe andare a vivere. Alberto si ferma un attimo. Ti guarda, sorride. Dice: «Non so dove sia… ma cazzo! Andremo anche lì!»
Ti giri verso di lui. Hai finito di lavare i piatti e non puoi più stare lì a fissarlo nel riflesso della finestra. Lo guardi, lui ti sta ancora sorridendo mentre elenca le attrazioni turistiche di Londra. Prima che si avvicini di nuovo ti accorgi che sul bancone della cucina c’è una scatola di Maalox. Senti che devi prendere una compressa adesso. È un buon modo per far capire ad Alberto che stasera non stai tanto bene. Alberto conosce bene il tuo mal di stomaco. Allora prendi uno dei bicchieri che hai appena sciacquato, lo riempi con un po’ d’acqua e chiedi ad Alberto di passarti la scatola. Lui è sorpreso, dimentica per un attimo Londra e ti chiede se stai bene. Fai così così con la testa. Poi tiri fuori una compressa dal blister e la mandi giù aiutandoti con un sorso d’acqua. Infine chiedi scusa, e dici che devi andare subito a metterti a letto. Gli dici che di Londra ne riparlerete con calma domani.

Più tardi, nel letto, con il respiro profondo di Alberto nelle orecchie, ti chiedi perché non te l’ha detto subito. Chissà perché è entrato in casa, come al solito ha svuotato le tasche dalle chiavi e dal portafoglio, si è tolto solo la giacca e si è seduto a tavola. Chissà perché ha mangiato come tutte le altre sere, guardando in silenzio le notizie del telegiornale. Chissà perché ti ha detto la notizia solo dopo la cena. Chissà perché anche Alberto come te ha dovuto prepararsi un discorso. E ti chiedi perché invece tu non hai detto niente.
Alberto dorme, ma tu non riesci proprio a prendere sonno. Allora ti alzi, torni in cucina per farti una camomilla. Prendi un pentolino dallo scolapiatti e lo riempi con l’acqua del lavandino. Sei di nuovo di fronte alla finestra e guardi fuori. Ora c’è una lunga striscia rossa lungo il crinale della collina. Pare proprio un grosso incendio. Ma a te viene in mente un confine, uno di quelli segnati sulle carte geografiche che sfogliavi quando eri bambina. Allora non significavano niente, i confini. Poi ti accorgi anche che non c’è nessuna sirena dei vigili del fuoco, e nessun lampeggiante che sale verso l’incendio. La città, quattro piani sotto i tuoi piedi, è tranquilla e ti sembra impossibile. E adesso pensi che dovresti proprio svegliare Alberto per chiedergli se anche lui riesce a vedere quello che vedi tu.


Andrea Siviero

Andrea Siviero è nato a Moncalieri (TO) nel 1986. Vive vicino a Rovigo. Copywriter, per mestiere scrive di argomenti medici e scientifici. Qualche volta si dedica alla narrativa: insegue il gioco del rovescio e gli anelli di Möbius. Progressivamente leopardiano, soffre della malattia dell’infinito. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Inutile, ChronicaLibri, La Voce di Calibano. Fa parte della redazione della rivista letteraria Tre Racconti e collabora con Racconta un libraio.

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