Guasto – di Roberta Garavaglia

Ho letto il primo racconto di Roberta Garavaglia per caso: ero giurato di un concorso al quale avevano partecipato decine di concorrenti tra i quali c’era anche lei. Il racconto mi era piaciuto così tanto che ho chiesto agli organizzatori del concorso di mettermi in contatto con l’autrice che, sulla base delle informazioni che avevo io allora, poteva essere anche un autore. Ma sapevo che era un’autrice. Si dibatte spesso su scrittura femminile e scrittura maschile. Quello che posso dire è che quando mi capita di leggere racconti anonimi (come spesso succede nei concorsi) mi diverto a indovinare il sesso dell’autore. Indovino con una percentuale intorno al 50%, il che significa che se lanciassi una moneta in aria otterrei lo stesso risultato. Ma nel caso di Roberta Garavaglia, mi pareva che ci fosse qualcosa di inequivocabile.
Una volta che sono venuto in contatto con Roberta, le ho chiesto se le andava di mandarmi un racconto. Quando ho ricevuto questo, ho pensato, nuovamente, che nessun uomo avrebbe potuto scriverlo uguale: non tanto per la voce narrante, che è quella di una donna, quanto per il particolare sguardo con il quale i fatti vengono osservati. Mi sto sbagliando?
In ogni caso, al di là di questo dettaglio, il racconto mi è piaciuto moltissimo e sono quindi onorato di ospitarlo qui su Grafemi.
Un
Post Scriptum per gli appassionati di racconti: nelle prossime settimane Grafemi ne ospiterà altri, rimanete in ascolto! 🙂

Guasto
di Roberta Garavaglia

Aveva accompagnato la figlia all’asilo, l’aveva baciata e salutata. E poi ribaciata e risalutata, perché l’aveva vista lì impalata e persa, davanti agli altri bambini già in frenetica attività.
Fuori era talmente umido che davanti casa si era accorta di avere i capelli tutti bagnati. Mentre apriva il portone immaginava che sarebbe corsa ad asciugarseli, e intanto che c’era avrebbe potuto farsi una lunga doccia bollente (è mercoledì, pensava, il mio giorno di riposo). Invece aveva trovato l’ascensore che mandava rumori minacciosi, sembrava occupato da un drago in digestione. E un foglietto, tenuto su da un quadratino di scotch carta, scritto con un pennarello verde, diceva GUASTO. col punto fermo in fondo. Alle sue spalle anche l’uomo del piano di sotto si era fermato a leggerlo. Lei viveva al quarto, l’uomo al terzo. Gli mostrò i capelli bagnati con aria stanca, parlare del tempo è sempre un buon modo per tergiversare. Ma non era rilassata come voleva fare intendere, perché l’uomo più che al piano di sotto, abitava nelle sue fantasie. Mentre scendeva le scale per uscire, a volte, sentiva lo scrosciare dell’acqua corrente, e si fermava a immaginare il corpo nudo dell’uomo, ricoperto di piccole gocce, in ogni goccia un arcobaleno e per ogni arcobaleno una vita immaginaria.
Fino a pochi mesi prima, al piano di sotto ci abitava una sua amica. Poi si era sposata con un brasiliano che faceva l’economista, che aveva un mucchio di soldi e di fascino, e s’era involata con lui e con un bambino che le stava ingrossando la pancia. Lei non aveva voluto sapere dove, esattamente, da quando era nata sua figlia rifuggiva la morte e gli addii, li evitava o li rimuoveva. Così l’uomo acquistò l’appartamento e ci si trasferì. Un giorno lei scese e suonò il campanello per proporgli un caffè, ma l’uomo non era in casa e non lo seppe mai. Ma questa volta, lì davanti all’ascensore guasto, fu l’uomo a invitarla. Ecco, iniziò tutto – o finì tutto – in un giorno molto umido di inizio inverno.

L’uomo del piano di sotto le offrì il suo phon e il bagno degli ospiti, perché si asciugasse e si sistemasse. Lei fece con calma, aprì le antine sopra il lavabo e ci trovò un rasoio elettrico e alcune saponette ancora confezionate. C’era odore di wc net e la finestra era socchiusa. Si affacciò, vide il parcheggio da un’altezza e un’angolazione da cui non l’aveva mai visto, ma era pur sempre un parcheggio (chissà quando è l’ultima volta, pensava, che una donna è stata qui). L’uomo aveva preparato il caffè, sul tavolo aveva messo un piattino con tre pandistelle raffermi. Sul tavolo c’era anche un’alzatina di vetro, vuota ma splendente, come appena portata a casa dal negozio, come appena sfilata dalla scatola. Lei se la sarebbe presa e portata a casa sua, come la sua amica  prendeva saliere e fiori dai ristoranti in cui cenava, le piaceva anche raccontarlo poi. Un giorno o l’altro magari gliel’avrebbe chiesta in regalo, l’alzatina, tanto non sembrava che la usasse, non sembrava proprio il suo ambiente quella cucina. Lei vedeva già pasticcini e biscotti al cioccolato, quattro livelli, sopra la tovaglia rossa che aveva appena comprato.
Mentre lei fingeva di volersene andare, l’uomo la spingeva piano verso il corridoio. La camera da letto sapeva dei suoi calzini sporchi. Un piumone soffice di diverse tinte di blu copriva il materasso, quello non sapeva di calzini sporchi ma di ammorbidente.
«Mi dici, veramente, perché mi hai invitata a casa tua?», gli chiese quasi sottovoce.
«Avevo bisogno di una coperta nuova», rispose l’uomo (detto altrimenti, pensava, sarebbe stato addirittura romantico).
L’uomo prese le caviglie ancora nude di lei tra le mani. Ma all’improvviso le fece notare la lunghezza dei suoi peli.
«Le mie gambe sono casa mia. Non dovresti permetterti.»
«…»
«Se ti dicessi che non mi piace il colore dei tuoi occhi mica te lo cambieresti, no?!» (no non farlo, pensava, sono bellissimi verdi quasi trasparenti)
«Non mi sembra la stessa cosa…»
«Per cambiarsi gli occhi ci sono delle lenti. Una mia amica le metteva a volte, per schiarirseli.»
«Gli occhi sono molto sensibili, bisogna andarci cauti…»
«Anche la pelle! Ci sono donne a cui si riempiono le gambe di puntini rossi, dopo la ceretta.»
L’uomo rimase in silenzio. Gli occhi di lei erano a un palmo dal suo orecchio sinistro, lo osservò, sembrava enorme, forse perché era più piatto di tutti gli orecchi che aveva visto. Oh, non avebbe dovuto, con uno che evitava di accarezzarle le gambe perché aveva visto i suoi peli..!

Tornò su e si lavò, poi si rese conto che non aveva pranzato. In realtà, mentre era dall’uomo del piano di sotto aveva sentito suonare mezzogiorno e aveva pensato: quest’uomo, giro nuda per la sua stanza e non mi offre neanche il pranzo. Ma non aveva molto appetito, così non aveva detto niente. Solo che adesso erano quasi le due e la sua pancia le ricordava i rumori dell’ascensore guasto (se l’ascensore non fosse stato guasto, non sarebbe successo niente, pensava, o sarebbe successo tutto solo nella mia fantasia). Fece in tempo a scaldarsi i tortiglioni avanzati la sera prima, e a cambiarsi, per andare a prendere la figlia all’asilo.
Quella notte sognò che sulle sue gambe crescevano foglie rosse e gialle e che tra loro filtravano calde lame di luce infinite, e si sentì a casa.
L’indomani l’uomo del piano di sotto le mandò un messaggio in tarda mattinata per invitarla per un caffè. Lei rispose solo verso le due, che era già uscita. Era andata a prendere la figlia all’asilo, visto che c’era il sole si sarebbero fermate al parco e più tardi avrebbero preso un gelato, e la figlia le avrebbe detto «grazie, mamma» con la sua voce dolce e lenta, come dolce e lento era quel pomeriggio di sole.


Roberta Garavaglia

 

Roberta Garavaglia, classe 1984. È mattiniera. Le piace il gelato e ascoltare conversazioni altrui. Alcuni suoi racconti si possono leggere su riviste online come Spazinclusi, Reader fo Blind, Tuffi e Inutile

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3 risposte a "Guasto – di Roberta Garavaglia"

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  1. Molto brava, Roberta. Complimenti. Mi sono piaciute le descrizioni, mai monotone. Hai appagato i miei sensi nel leggerti. Sentivo odori, sapori, visto quello che mi hai descritto. E sognato…Brava! Non vedo l’ora di leggere altri racconti. 😊

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  2. Ciò che più mi ha colpito in questo racconto è il punto di vista fanciullesco e sbarazzino della protagonista. È, direi, bambina dentro. La narrazione che altrimenti sarebbe stata cruda (si tratta di un episodio assai squallido) assume tinte fiabesche, immaginifiche e non perde mai leggerezza. In fondo, la protagonista sa bene cosa vuole – anche i bambini, eccome – e non è minimamente scalfitta nella propria dignità e nella propria essenza sognatrice. Anche se vede tutto per quello che è, rimane padrona del proprioNella destino. Nell’originalità di questo personaggio, di questa donna, l’originalità e la bellezza del racconto.

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