Il bambino interiore al campeggio – di Gianluigi Bodi

Continua, qui su Grafemi, la proposta di racconti – questa volta è il turno di Gianluigi Bodi, che oltre ad aver creato Senzaudio, blog letterario con la passione per le case editrici indipendenti, è anche uno scrittore dotato di un talento pari solo alla sua modestia, notoriamente elevata. Felice di ospitare qui una storia che ci prepara all’estate. Buona lettura!

Il bambino interiore al campeggio
di Gianluigi Bodi

Eravamo appena usciti dall’acqua. Io avevo dato un’occhiata al bagnino, nell’ultima mezz’ora non aveva cambiato posizione: Sotto gli occhiali da sole stava dormendo. E sapevamo il motivo. Franco era poco più indietro e borbottava parole confuse contro la torretta. Il concetto alla base del suo ragionamento è che di notte non devi fare il leone se poi la mattina ti svegli coglione.
In realtà Franco ce l’aveva con il bagnino per un motivo molto semplice. C’era di mezzo una ragazza. Non è che Franco fosse un brutto tipo. Visto sotto una certa luce lo si poteva considerare piacente. È che appena apriva bocca ti disintegrava di chiacchiere. Inoltre, la maggior parte delle cose che diceva verteva attorno allo scopare. Sembrava sempre in astinenza da anni. Se poi per caso una sera gli andava bene, il giorno dopo parlava solo di quello. Alla lunga stancava. Stancava anche me che ero il suo migliore amico lì dentro. Comunque contro Roberto, il bagnino, non c’era storia. La ragazza lo aveva preferito a Franco. Roberto ci aveva fatto un resoconto minuzioso su cosa fosse entrato dove, cosa avesse chiesto lei e su quanti preservativi aveva buttato nella pineta. Loro non se ne accorgevano, ma erano simili.

Lavorare e vivere in campeggio non erano niente di speciale ma erano l’unica opportunità per chi come me e Franco veniva da fuori. La direzione non chiedeva nessun tipo di contributo per l’alloggio e noi avevamo lo sconto in tutti i locali e i chioschi. Poi eravamo giovani e questa era indubbiamente la cosa più importante. Io all’epoca abitavo a Bolzano con mia madre, Franco veniva da un paese vicino a Rovigo. Non so come c’eravamo presi, non ricordo nemmeno se fosse stata una cosa istintiva o se fosse stata graduale. Ci siamo stati simpatici o forse avevamo idea che ci saremmo sopportati, non ci saremmo pestati troppo i piedi e cose così. Se vivi per tutta l’estate in una stanza di nemmeno dieci metri quadrati e ogni volta che vai in bagno il tuo compagno di stanza, ma anche tutto il piano, ti sente, beh devi avere una buona sintonia.

Il lavoro era semplice e tutto sommato piacevole. Ci facevano pattugliare il campeggio in bicicletta. Giravamo tra strade e stradine con l’occhio da C.H.I.P.S. a controllare che i clienti non avessero montato troppa roba. Un camper e una tendina sì. Un camper e una veranda sì, ma allora niente tendina. Due tende sì, ma solo se una piccola e l’altra grande. C’era una specie di decalogo, ma non so chi lo avesse stilato. A inizio stagione ti davano questa lista di combinazioni possibili e tu dovevi memorizzarla. Questo il primo anno, poi gli anni successivi veniva tutto automatico. La lista non cambiava mai. Io e Franco macinavamo chilometri su chilometri sopra quelle biciclette. Ce le portavamo dietro da un anno all’altro. Avevamo inciso i nostri nomi sotto la sella per essere sicuri di riprendere sempre le stesse. C’eravamo affezionati, o forse speravamo che i sellini prendessero la forma dei nostri culi.
Giravamo senza una vera meta e quando faceva davvero caldo ci nascondevamo dietro ad un chiosco a bere una birra e a fare due chiacchiere con l’idiota del padrone. Le giornate passavano così.

L’unico vero problema di quel posto era il direttore. Uno che era capace di spuntare da dietro una siepe con la bicicletta nera al suo fianco come fosse un ninja nonostante l’abbondanza di chili che si erano ammucchiati attorno al suo girovita. Un palermitano bastardo che appena si scaldava lasciava la strada impervia dell’italiano per offenderti a colpi di dialetto. Uno che veniva a chiederti quanto sapevi parlare bene l’inglese solo per farti spostare delle transenne. Franco lo odiava. A pensarci bene Franco odiava un sacco di gente. Io, se devo essere sincero, erano più le volte in cui mi faceva pena. Vedevo il direttore tornare al suo alloggio, la sera, con il buio, senza nessuno che lo stesse aspettando. La donna delle pulizie raccontava che appena le serate diventavano calde e afose lo si poteva veder girare per casa in mutande. Un fisico sfatto, distrutto, piegato dagli anni e da una pessima alimentazione. Una patina di sudore giallognolo e la tendenza forse inconscia a grattarsi le chiappe. Cercavo di non essere troppo cattivo alle sue spalle. Nessuno osava tenergli testa, ma molti amavano prendelo per il culo quando non c’era. Si può dire che lo temessimo, ma non lo rispettassimo. Io ero uno di loro, solo che per qualche strana ragione con me non se la prendeva mai troppo. Franco mi diceva che probabilmente vedeva in me qualcosa di quello che era stato. Lo diceva per prendermi in giro, ma forse aveva ragione. Negli anni avevo scoperto che eravamo entrambi figli di divorziati e una sera, durante la festa di fine stagione, gli avevo sentito dire a una turista che non aveva mai percepito la stima del padre. Questi pensieri mi facevano paura. Non avevo tutta questa voglia di tornare in un alloggio tutto solo e di girare in mutande mostrando a tutti quando poco rispetto avessi avuto del mio corpo.

Se riuscivi a schivare il direttore passavi una giornata perfetta. Se eravamo fortunati un turista ci lasciava qualche marco per tenere occupata una piazzola per un amico o perché semplicemente avevi chiuso un occhio o anche tutti e due. Poi finivi in spiaggia a berti i soldi duramente estorti e ti facevi un bagno in mare. Era come essere in vacanza, ma meglio.

Poi il direttore morì. Lo trovarono appoggiato su una siepe con la sua bicicletta tra le gambe. Come se la morte lo avesse colto nel tentativo di saltare sul sellino. La cosa che mi colpì maggiormente fu che le persone che più parlavano male alle sue spalle furono anche quelle che piansero di più. Anche Franco pianse. Era sempre stato uno di quelli con la lacrima facile nonostante cercasse di atteggiarsi da duro. A me il fatto lasciò quasi indifferente. Se cerco di ricordarmi il primo pensiero dopo aver appreso la notizia credo di poter dire di aver pensato al sostituto. A chi avrebbe potuto prendere il suo posto nell’alloggio. Non sapevo se c’era una lotta per la successione, ma credevo che sarebbe stato giusto che ci fosse. Franco non capiva il mio distacco e io non capivo le sue lacrime così gli chiesi molto direttamente perché diavolo piangesse per una persona di cui non aveva la minima stima. Perché quando muore un adulto, un vecchio, muore anche il bambino che aveva dentro, ecco perché continuava a soffiarsi il naso nel fazzoletto. Secondo Franco quel bambino interiore intrappolato dentro agli strati di grasso in eccesso se avesse potuto sarebbe uscito, avrebbe guardato il direttore in faccia e gli avrebbe sputato in un occhio. Perché secondo lui il minimo che potrebbe fare quel bambino scoprendo la vita e la morte di merda che gli erano capitati in sorte sarebbe stato quello di incazzarsi come una iena, urlare in faccia al direttore tutto il suo disgusto e prenderlo anche a calci. Se avesse capito che era quello il suo destino si sarebbe impiccato prima. Ed era bello sentire parlare Franco tra una tirata di naso e l’altra perché Franco non è che avesse molti argomenti interessanti, se si escludeva il suo rapporto con il sesso. Era bello sentirlo argomentare la sua teoria anche se la reputavo una cazzata. Perché se il direttore avesse avuto davvero un bambino interiore sarebbe stato un bambino stronzo, arrogante e pieno di sé. Più che il bambino interiore sarebbe stato il figlio perfetto.

Il funerale fu celebrato nel piazzale del campeggio. Tutti i dipendenti, esclusi quelli in servizio, erano presenti. C’erano anche i guardiani notturni con l’aria assonnata e gli occhiali grandi come schermi televisivi. Avevano chiamato il parroco di un paese vicino e gli avevano allestito un altare di fortuna con due tavolini della pizzeria. L’alta densità di pini marittimi creava una zona d’ombra che rendeva tutto sopportabile. Erano arrivati anche i soci proprietari. Non tutti a dire il vero, solo quella che si definirebbe “una nutrita rappresentanza”. Erano in prima fila, con i volti seri e tirati. Mentre noi eravano raggruppati dietro come fossimo esseri inferiori. E lo eravamo. Se qualcuno avesse avuto voglia di scattare una foto avrebbe notato subito il contrasto tra i vestiti eleganti e costosi della prima fila e le divise sgualcite composte da polo azzurra e pantaloni corti bianchi. Sembrava fosse morto il grande puffo.

La zona centrale era stata transennata, tutto intorno si erano stipati i turisti. C’è una cosa che accomuna tutti i turisti che frequentano la stessa località per anni. Ad un certo punto tendono a credere di far parte di una famiglia o di una società o qualcosa di simile. Tendono a pensare che la loro presenza valorizzi il campeggio. Sbagliano. La loro faccia vale quella di un altro. Il buco lasciato libero da loro verrà riempito da un altro coglione qualsiasi e i soldi sono soldi da qualsiasi parte del mondo arrivino. Però il loro diventa anche un attaccamento affettivo per cui c’erano più persone davvero interessate a presenziare alle esequie tra i turisti che tra i dipendenti.

Non riuscivo a seguire le parole del parroco. Mi distraevano tutte quelle pance prominenti, lucide di olio abbronzante, sudate dal sole. Che strana cattedrale era quel posto piantato tra gli alberi e il mare. Che strana fede era quella del Dio vacanza. Magari non me n’ero reso conto ma con la morte del direttore era crepata una divinità. Forse era Franco quello sveglio dei due. Forse lui aveva capito la grandezza e la complessità della cosa seppur tirando in ballo teorie strampalate di bambini interiori.

Poi quella notte il bambino interiore mi fece visita. Non l’avevo sentito arrivare e quando mi si avvicinò di soppiatto mi spaventai.  Si scusò di avermi preso alla sprovvista anche se il suo sorriso beffardo sembrava testimoniare il contrario. Mentre parlava riconobbi quell’accento palermitano pronto ad uscire al primo sbalzo di pressione e mi sembrò che i suoi lineamenti si trasfigurassero in quelli del  direttore. I capelli ricci, ma di un colore brillante come il sole, gli occhi azzurri non ancora annacquati, il fisico robusto, ma non ancora arreso al grasso. Non c’erano dubbi. Quel cazzo di bambino che mi stava parlando era il cazzo di bambino interiore che Franco piangeva tanto.
Mi faceva strano appiccicare all’immagine consumata del direttore l’eccesso di vitalità infantile che avevo davanti. Erano un prima e un dopo la caduta, ma erano pur sempre la stessa persona. Il bambino era comparso per dirmi che  aveva scelto di essere il mio bambino interiore. Che non importava la differenza di accento o la fisionomia diversa, a lui non interessava. Il direttore aveva avuto dei progetti su di me quando era in vita e ora il bambino interiore voleva plasmarmi e farmi diventare il suo successore. Toccava a me ospitarlo e con il suo aiuto sarei riuscito a diventare ciò che il direttore aveva deciso che io fossi. Mi sentivo scosso, non riuscivo a parlare. Poi fui scosso davvero. Franco mi stava spingendo contro il muro della stanza. Parlavo nel sonno e gli rompevo i coglioni.

Non ero una persona facilmente suggestionabile, ma le parole di Franco avevano evidentemente fatto breccia. Nel dormiveglia dovevo aver raccolto qualche pezzo qua e là e poi la pizza quattro formaggi con la birra media e il caldo avevano fatto il resto. C’era da scherzarci, da riderci su. Ma non lo feci. Non volevo dare a Franco la soddisfazione di aver contribuito a creare un incubo. E poi avevo paura.

La stagione estiva proseguì senza altri intoppi. Ogni fine settimana iniziava una nuova processione negli uffici della direzione. I turisti arrivavano, chiedevano di poter salutare il direttore e qualcuno gli indicava un campo santo situato a qualche migliaia di chilometri dal campeggio. Il direttore era stato spedito a Palermo e seppellito in un cimitero enorme ai piedi di una montagna in una zona nella quale non si poteva nemmeno andare a causa del pericolo frane. I soci decisero di promuovere il vice direttore. Scelta che mi sembrò logica. Evidentemente loro non avevano alcun piano per il mio futuro. Cosa buffa. Non ce l’avevo nemmeno io. Ero in quel campeggio da cinque anni e non avevo pensato un attimo al fatto che girare in bicicletta tutto il giorno, a redarguire dei bambini che si tiravano i gavettoni o il turista scemo che per fare il barbecue rischiava di dare fuoco agli alberi, non poteva essere il lavoro della mia vita. Ci doveva pur essere qualcosa al di fuori di quel paradiso verde e azzurro. Non potevo girare in pantaloncini corti per tutta la vita. Ero ancora giovane, potevo trovarmi un altro spazio nel mondo da abitare.

Arrivò la fine della stagione. Dopo un agosto di caldo estremo e afa tropicale spuntò un settembre tutto sommato sopportabile. Un parente alla lontana di aprile. Si ricominciava a riposare di notte. Mano a mano che i turisti abbandonavano le piazzole i pensieri si facevano più limpidi.
L’ultima sera comunicai a Franco la mia decisione. C’avevo pensato su molto e avevo deciso che l’anno seguente non sarei ritornato. Inizialmente Franco si mise a ridere, credeva che lo stessi prendendo in giro. Poi capì che ero serio e allora si fece triste. Non provò a farmi cambiare idea. Lui aveva qualche anno più di me. C’era già passato. Aveva già valutato la possibilità di cercarsi un futuro diverso e aveva deciso che preferiva lasciare le cose così come stavano. Forse in quel momento ha pensato al suo bambino interiore, forse da dentro il petto ha sentito un urlo e qualche lacrima. O forse no, forse andava davvero bene così.

Rivedo ancora Franco. Ogni tanto torno al campeggio, in vacanza, con la mia famiglia. Mia figlia Aurora adora girare in bicicletta per le piazzole. Allora io le racconto di quando era il papà a farlo e le spiego i punti migliori per nascondersi. Claudio, il piccolo, adora il mare. Passerebbe le ore a sguazzare tra le onde. Non ha paura di nulla. Mia moglie se ne sta sotto l’ombrellone a leggere un libro. Io cerco di non perdere di vista i piccoli in mezzo a tutto quel via vai di persone abbronzate e felici. Sono loro il mio bambino interiore. Poi, quando finisce il turno, arriva Franco. Butta l’asciugamano vicino ai nostri e si distende. Non prima di aver dato un’occhiata di traverso al bagnino.


bodi

Gianluigi Bodi è il creatore del blog di letteratura Senzaudio che si occupa della promozione del lavoro delle case editrici indipendenti. Scrive racconti perché al momento va così, in futuro non si sa. E’ tra i finalisti dell’edizione 2018 del concorso 8×8. Nel frattempo cerca di far pace con il mare.

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3 risposte a "Il bambino interiore al campeggio – di Gianluigi Bodi"

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  1. Aspettavo questo racconto da venerdì! Interessante, piacevole, l’ho buttato giù come un sorso di birra fresca dopo un pomeriggio al Salone. Complimenti Gianluigi 🙂

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