Anna e François, di Elena Rui

Io ed Elena condividiamo lo stesso problema: entrambi scriviamo racconti nei quali il sesso, l’esperienza sessuale, il desiderio, l’ambiguità che qualche volta l’accompagna, il suo insinuarsi di soppiatto nelle vite delle persone, assumono un ruolo centrale. Ne parlavamo la settimana scorsa, a Torino, tra un caffè e una birretta, e ci domandavamo, ridendo: e di cos’altro si dovrebbe parlare? Su livelli molto più alti dei nostri, Philip Roth si interrogava sulla difficoltà di rappresentare la realtà contemporanea (nel suo caso, quella americana dei primi anni sessanta); e in un celebre saggio, a un certo punto diceva:  Ma quale dovrebbe essere, allora, il soggetto della sua scrittura? Il paesaggio?
Questo racconto di Elena parla (ovviamente?) di sesso, mentre trascura paesaggi (Nabokov si dispiacerebbe), la difficile situazione dei lavoratori precari (qui tocca a Dickens, versare una lacrimuccia) e il bullismo, l’anoressia degli adolescenti, la distopia e l’ucronia. Ci sono solo due persone che lottano tra di loro per amore. Per alcuni lettori, l’argomento è di scarso interesse; oppure infastidisce, imbarazza, annoia. Io credo, invece, che, assieme alla morte, il desiderio sia l’argomento centrale di tutta la letteratura – nascosto, non dichiarato, rimosso, ma presente in ogni luogo.

 

Anna e François
di Elena Rui

Doveva sentirsi un idiota. Si sentiva sicuramente un idiota ora che la rabbia era sbollita. Lo si capiva dallo sguardo basso e dalle mani ficcate in fondo alle tasche. Doveva dirsi che aveva commesso l’irreparabile per via del silenzio calato sulla loro cena, che durava nelle stradine attigue alla Place de Clichy e non si sarebbe interrotto neppure nel breve tragitto verso l’appartamento. E se Anna camminava a un metro da lui senza curarsi delle sue sbirciate speranzose era per l’umiliazione subita, ma anche per un inconfessato desiderio di vendetta: i termini che François aveva impiegato quella sera tradivano rancori con cui non aveva previsto di fare i conti al  Bistro des dames, a lume di candela, il giorno del loro anniversario.
Episodi di quella natura si erano prodotti spesso nei primi mesi per poi diradarsi  fino a dare l’impressione di scomparire. Ora Anna, incredula, stordita, cercava in quel torrente di oscenità l’espressione precisa che era riuscita a imporporarle le guance a quarant’anni anni suonati: “Gli uomini che si sono puliti il cazzo su di te”? “Fartelo mettere in culo da degli stronzi pieni di soldi”? Erano volgarità puerili, gelosie infantili, sintomi di un’insicurezza che avrebbe dovuto rassicurarla dell’amore folle e acerbo di quel ragazzo.
Davanti al portone, mentre trafficava in cerca delle chiavi, diede un’occhiata furtiva al giovane viso mal rasato e non si stupì del luccichio che il lampione rivelava nei suoi occhi. Si vedeva che non era così sicuro che lei gli avrebbe permesso di entrare. Esitava fra l’abozzare un saluto e fare un passo nella hall. Ed era vero che Anna non aveva nulla da dirgli, che non sarebbe riuscita a toccarlo né a lasciarsi toccare, che non sentiva niente di riconducibile all’amore, ma gli fece cenno di seguirlo, in un silenzio sempre più pesante, interrotto da rumori quotidiani: il cigolio dei cavi dell’ascensore, la serratura, la porta, il tonfo delle sue decolleté sul parquet, l’acqua del rubinetto, lo sciacquone, lo scricchiolio delle assi sotto i piedi nudi, le molle del divano, il fruscio delle pagine del libro che si mise a leggere per evitare di incrociare il suo sguardo.
– Insomma, non mi vuoi proprio parlare – aveva esordito inaspettatamente sedendosi accanto a lei.
– Non so davvero cosa dirti – aveva risposto Anna nascondendosi di nuovo nel suo libro.
Allora François si alzò e attraversò la stanza per uscirne e ritornare con un foglio che lei non poteva vedere ma che percepì dal fruscio della carta e poi dal  tichettio nervoso della biro sul marmo del ripiano della cucina. Provò fastidio: non aveva voglia di ascoltarlo, in nessuna forma, neppure scritta.
François riempì concitatamente il foglio, si alzò, ne cercò un altro, lo affrontò a capo chino – fronte poi retro – restò in silenzio, lo stracciò, si alzò, ne prese un altro lo riempì, si rialzò e dopo otto pagine e cinque tragitti emise un lungo sospiro soddisfatto.
Anna evitava di guardare nella sua direzione fingendo di non capire. Avvertì che si era voltato verso di lei e che la fissava silenzioso, ma non reagì, lasciandolo impalato e supplicante per diversi secondi: non intedeva concedergli la possibilità di spiegarsi. François tratteneva il respiro in attesa di un verdetto; i suoi ventiquattro anni non gli permettevano di capire che Anna non aveva deciso proprio nulla. L’irreparabile richiede tempo: l’estate era alle porte e lui non le aveva ancora visto addosso il vestito corto comprato tre giorni prima, non l’aveva raggiunta il 2 agosto nell’appartamento di Gallipoli, non le aveva  sfilato le mutandine di pizzo che aveva scelto perché si indovinassero appena sotto la gonna di lino bianco un po’ troppo trasparente. L’amore si consuma dall’interno, inesorabilmente, come un corpo malato, e a poco serve la lucidità che permette di riconoscere in anticipo tutti i sintomi della fine.
Le venne voglia di sollevare le gambe sul divano e una volta alzate prese a studiarle con ostentazione: erano inguainate nelle autoreggenti che aveva indossato per provocare un’intimità ora impossibile. Quando l’attenzione innaturale per i suoi collant cominciò a sembrarle ridicola, chiuse gli occhi abbandonandosi a un dormiveglia che le permetteva ancora di riconoscere lo stridore dello sgabello, i passi di lui fino al divano, la sua massa in piedi a pochi centimetri, ostinata, silenziosa.
Ebbe l’impressione che si stesse sbottonando la camicia, ma era troppo vicino per poterlo spiare di sottecchi. Se lo figurò in piedi con la camicia aperta sul torso allenato e liscio. L’immagine la turbò. Non si mosse di un millimetro, in ascolto del proprio battito cardiaco leggermente accelerato e di tutti i rumori che anche a occhi chiusi avrebbero potuto chiarire le intenzioni del ragazzo. François fece tintinnare la cintura, un gesto che da sempre induceva in lei un riflesso pavloviano. Anna ebbe l’impressione di tradirsi deglutendo con fatica e avvampando: di certo aveva indovinato il grumo caldo che le si disfaceva fra le gambe e la sensazione di non poterlo arrestare. Ormai poteva aprire gli occhi su quel corpo indecentemente giovane e bello, sull’erezione sfrontata a pochi centimetri dal suo viso. Si scambiarono un lungo sguardo torbido, poi Anna si sollevò e gli offrì la bocca con un’arrendevolezza consapevole e non fu sorpresa di sentire la mano di lui afferrarle i capelli obbligandola a seguire i movimenti del suo bacino. Gli percorse la schiena e le natiche in un sospiro. François si interruppe, fece un passo indietro accarezzandole la guancia:
– Mi perdoni?
– No – rispose Anna – ti amo.


elena_rui_photoElena Rui è nata a Padova ma vive nell’immediata periferia di Parigi, nella zona del mercato delle Pulci.Nel 2013 ha vinto il Premio Malerba per la narrativa con la raccolta di racconti Fiale, pubblicata l’anno successivo dalla casa editrice MUP.

Altri suoi racconti si trovano sulla rivista Inutile ( Flora ) e su Flanerì ( MATTEO 19, 13-15 )Grafemi ospita anche  Insonnieinserito successivamente nel n° 68 della rivista letteraria Nuova Prosa.

 

Nella vita faccio la traduttrice/redattrice, l’insegnante d’italiano e il Community Manager.


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7 risposte a "Anna e François, di Elena Rui"

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  1. Questo racconto mi piace e mi disturba. Enormemente. E non è solo questione di invidia. E non è nemmeno il fatto che sia una scrittrice a farmi capire che P. Roth non è un ossessionato maschilista. Mi smonta e mi entusiasma, nel suo farmi trovare l’amore in fondo alla catena che a volte faccio finta di non vedere, ma unisce indissolubilmente oscenità, sesso e desiderio in un vortice che può essere espressivo e virtuoso. Perché non è un modo efficace di chiudere un racconto, no. E’ tutto vero. E’ pura verità. E’ comunicazione. Uno schiaffo alla limitatezza dei miei sensi e della mia comprensione. E tutto si raggruma e si libera proprio lì, in quell’ultima parola. Che nobilita ogni atto e ogni intenzione.

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  2. Già, di cosa si potrebbe scrivere se non di ciò che fa girare il mondo?
    Però nel tuo ” il signor Bovary” il sesso è triste e plumbeo.
    Complimenti alla signora Rui per questo racconto pregno di sensualità poco ragionata.

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  3. Nell’informatica esistono dei comandi per cancellare tutti i file in una cartella, e sono pure ricorsivi cioè cancellano i file e tutte le sotto cartelle. Servirebbe uno di questi per cancellare i muri mentali fatti di scuse, alibi, paturnie, paure, ipocrisie, bigottismo.
    Più dell’atto sessuale (brutta espressione , proprio da bigotta ), raccontato limpidamente come si può raccontare di un mero incontro tra due al caffè, mi ha fatto riflettere sorridendo l’amore tra due persone di età così diversa in cui la donna quarantenne (milf in gergo maschilista globale) sembra avere eseguito il comando di cancellazione detto prima.
    E a questo punto, dopo ogni buona lettura, invece di avere risposte o ancora più domande. Io sarei in grado di farlo? Sarei in grado di digitare il comando?

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