La Silvana, Monica e io – di Rina Camporese

Nel febbraio del 1985, quando non avevo ancora 15 anni – il viso ricoperto da una costellazione di brufoli, un inizio di innamoramento con una compagna di classe, una versione di latino e greco al giorno – mi ruppi i legamenti del ginocchio sinistro, in palestra, a scuola, dopo un disastroso impatto con un ciccione di quinta ginnasio. Tenni il gesso per un mese; seguii un percorso di riabilitazione; a giugno, tornato da una giornata in piscina con i miei compagni di classe, la rotula uscì di nuovo dalla sua sede, mentre scambiavo qualche passaggio con un vicino di casa: altro mese di gesso, venti giorni di pausa, quindi un’operazione di plastica teno-legamentosa e altri cinquanta giorni di gesso. Quando questo supplizio finì, non riuscivo più a piegare la gamba.
Per molto tempo uno degli sbocchi più professionali per gli ipovedenti era l’attività di massaggiatore. L’uomo che ogni mattina cercava di farmi recuperare la mobilità del ginocchio era uno di loro. Non era cieco, ma credo che avrebbe avuto qualche difficoltà a distinguermi dall’attaccapanni al quale appendevo la mia giacca jeans da quindicenne. Il suo obiettivo era farmi tornare a camminare normalmente; e poiché l’articolazione era diventata un unico blocco, qualche volta doveva usare la forza. Ma aveva una stragegia, il mio massaggiatore ipovedente: mi faceva distendere, mi metteva a mio agio, mi faceva ridere e quando meno me lo aspettavo, tac, dava un colpo secco.
Rina Camporese, che pure ci vede benissimo, appartiene alla stessa scuola, che è poi quella che caratterizza molti grandi autori di racconti: ti massaggia, ti fa un po’ di solletico, e poi scoperchia il cuore – il suo, e il tuo.

(La foto di copertina è di Guido Andolfato: https://www.flickr.com/photos/andolfato/6925643252/ )

La Silvana, Monica e io
di Rina Camporese

La sera prima ci siamo telefonate, io e Costantina. Una lunga chiacchierata su Tiziano, che piaceva a tutte e due, per mettere a punto una strategia di incontro casuale con probabilità uno. Non doveva andare come la settimana precedente, quando eravamo rimaste mezzora a parlottare a cavallo delle bici davanti alla casa prima, per scoprire poi che Tiziano si era spostato dalla zia, proprio nella casa accanto, e ci aveva osservate tramare per tutto il tempo dalla finestra del tinello. Non volevamo pensare che, se gli fosse piaciuta una, l’altra sarebbe rimasta a bocca asciutta. Era troppo bello avere qualcuno con cui immaginare ad alta voce quanto era carino, quanto era dolce il suo sorriso (mica poi tanto a ripensarci ora). Complicità di giovani avversarie, insomma.
Io ero la brufolosa tonda, ma dotata di Vespa e idee veloci; se volevamo sperare di incastrarlo, dovevo far parte del piano. Non ce l’abbiamo mai fatta, nessuna delle due, a baciarlo. A ballare sì, ci ha invitato più volte, a feste alterne. Tiziano distribuiva sorrisi e balli in parti uguali, come se, preferendone una, scattassero moti di difesa dell’altra. Lusingato e confuso, direi. Oppure attratto e pavido (in questo caso probabilmente più attratto da Costantina e più pavido a causa mia). O semplicemente mosso da compassione per entrambe le squinternate.
Il pomeriggio dopo la telefonata stavamo percorrendo a più riprese il tratto da casa mia alla Madonnina di Maggio, perché di lì sarebbe dovuto passare. Ci avrebbe incontrate per caso, anime pensierose lungo il ciglio tra il fosso e l’asfalto, a passeggio sotto il sole a perpendicolo di un primo pomeriggio estivo. Si sarebbe fermato, senza dubbio. Avrei indossato lo sguardo “a me non la si fa”: occhi socchiusi quasi fosse colpa del sole e rivolti sbadatamente altrove, salvo poi scattare fulminei sopra la radice del naso del giovane obiettivo, ignaro che si trattasse di un trucco per fargli credere di essere fissato con intensità. Ore di prove allo specchio ad affinare la tecnica.
E invece ci viene incontro la Silvana Coéta, amica zitella di mia zia Regina, zitella pure lei.
– Tose, cossa feo in giro a ste ore?
Silenzio.
– Ti te si de Maieti, vero? E ti, de chi sito?
– De Vettore.
– Vetore quaei? I Bisbini.
– No, i Matii.
Sorrisi tirati dalle tempie raggrinzite contro sole.
– Ciò, varda che bea magra che xe a to amiga. Ti no.
Ho continuato a sorridere, come facevo sempre, come faccio ancora quando non resta che incassare il colpo perché la reazione appropriata è socialmente inaccettabile. Non ricordo se Tiziano sia passato o meno.

La sera ho chiesto a zia Regina le storie della Silvana; a lei piaceva tanto sparlare delle sue amiche e io avevo bisogno di demolire quella rospa. Mi ha raccontato di quando sono andate lei, la Silvana e l’Adele, detta Dè-e, per la prima volta al cinema. Nel mezzo di una scena girata sotto la pioggia la Silvana se n’era uscita con “Dè-e, piove a sece roverse e no ghemo gnanca l’ombreo”, “Tasi, insemenia!” Poi ho saputo dei fratelli prepotenti e cialtroni, a cui aveva fatto da sguattera fino a quando non si erano decisi a prender moglie. Abbiamo finito ridendo dei vestiti rammendati da vecchia tirchia e dei baffi (anche mia zia rammendava i vestiti e aveva i baffi, ma un po’ meno).
Una donna da niente, la Silvana, corta di comprendonio, sola. Come mi sentivo io da quando non vedevo più Monica. Con lei si piangeva fino a riderne (o il contrario, tanto ci faceva bene lo stesso) e durante la settimana scrivevamo capitoli di romanzi che poi ci leggevamo a vicenda la domenica pomeriggio. Qualche volta non la capivo e lei mi guardava con un mezzo sorriso, pensando che almeno io ci provavo, a capirla. Dopo che aveva tentato di tagliarsi le vene in seconda media, la famiglia aveva consegnato il suo diario alla maestra delle elementari per vedere se ci capiva qualcosa, e quella aveva lasciato che lo leggesse il figlio. Così era stato Attilio a raccontarmi con un risolino ebete di aver letto i tormenti di Monica. In quel momento, e per anni, ho pensato che fosse un imbecille. Ora mi chiedo come altro avrebbe potuto reagire un dodicenne un po’ crudo a cui era capitato tra le mani il diario di un’anima antica con tendenze suicide, incarnata in una compagna di classe. Quanto a me, non l’ho quasi più incrociata durante l’adolescenza.
Ci siamo ritrovate anni dopo, nella stessa aula di università, in attesa di iniziare la nostra prima lezione; fatalità, c’era anche Lorenza, una pen-friend di Verona a cui per qualche anno ho scritto baggianate, quasi tutte inventate.
Poco tempo dopo Monica ce l’avrebbe fatta a bruciarsi viva. Sua sorella avrebbe narrato tante volte del terribile incidente con l’alcool denaturato troppo vicino al fuoco, tante quante ne sarebbero servite per farne un fatto assodato.
Qualche anno prima i vicini avevano trovato la Silvana morta. C’erano soldi nascosti in tutta la casa; il mucchio più grosso, in cantina dietro un muretto di forati, era stato rosicchiato dai topi. Con i frammenti non si potevano pagare i conti, e i fratelli avevano bestemmiato parecchio prima di scucire un milione e passa per il funerale. Nessuno si è ancora sognato di raccontare la sua storia.

 

 


Per quelli che non parlano il veneto, ecco la traduzione del dialogo in dialetto.

– Ragazze, cosa fate in giro a quest’ora?
Silenzio.
– Tu sei dei Maieti, vero? E tu, di chi sei?
– Dei Vettore.
– Vetore quali? I Bisbini.
– No, i Matii.
Sorrisi tirati dalle tempie raggrinzite contro sole.
– Ehi, guarda che bella magra che è la tua amica. Tu no.


IMG-7042Rina Camporese vive alla periferia di una città di provincia, Padova, il centro del suo raggio d’azione che certe sere si misura in miglia nautiche con numeri a nove cifre. Di gusti retró, sposerebbe Calvino, avrebbe per amante Tolstoj, o forse no, e tornerebbe Pippi Calzelunghe (che certamente si è scritta da sola sotto pseudonimo). Non può farlo: ha una certa età, non si tinge i capelli e impiega molte delle sue ore migliori a pregevole servizio di scartoffie e crocette. Pazienza. Scrive. Quando può, canta.

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5 risposte a "La Silvana, Monica e io – di Rina Camporese"

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  1. Potente e diretto. Sì, un diretto, senza guantone.
    Mi è piaciuto molto l’effetto che fa questo “incastro”, questa sorta di matriosche di persone, ritratti e accadimenti.
    Il tutto intriso di profonda desolazione, un tessuto come solo la vita provincia sa indossare…
    [Anche l’intro-preface, però, merita; va detto]

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  2. Una truffa, bella e buona. Credi di leggere un raccontino rosa su Costantina e Tiziano, e ti trovi alla fine a piangere per Monica e Silvana. Ma non finisce qui, cara Rina. So dove trovarti.

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