La prima cosa da fare – Andrea Brancolini

Nelle chiacchiere, brevi ma mai superficiali, tra me e l’autore di questo racconto, Andrea Brancolini, una volta è venuto fuori il concetto di “dignità”: la scrittura richiede “dignità”, anche nel senso di essere “degni di scrivere”. Personalmente, sono convinto che prima o poi si debba avere l’incoscienza di buttarsi: che in fondo sia meglio scrivere un racconto orribile, che non aver mai provato a scriverne uno. Ma Andrea, che negli ultimi 15 anni ha scritto numerose recensioni (Bombasicilia, Lankelot, Lankenauta), si accosta alla letteratura, e alla scrittura, con un rispetto rarissimo, e quindi prezioso. Ammetto di aver dovuto insistere per avere un suo racconto; ma ne è valsa la pena.

La prima cosa da fare
di Andrea Brancolini

Mentre ascolta Robert Smith cantare In the heat of the night the animals scream arriva alla rotonda dove l’insegna della Vanni e figli srl sembra osservare tutto ciò che avviene nei paraggi. Lo stabilimento da poco rimodernato mantiene la vecchia scritta che la notte si illumina di un viola che trova inquietante. Quando aveva conosciuto Roberto, che lavorava lì da qualche anno, gli aveva chiesto se conoscesse il motivo di quel colore, ma lui non aveva saputo rispondergli. Poi, a quel punto vivevano già insieme, una mattina a colazione tirò fuori di nuovo quella storia:«Sai, alla fine l’ho chiesto a Lorenzo, quella cosa del colore. Rosso porpora, non viola, mi ha detto. È diverso. Lo scelse Remo, suo nonno. Si fece promettere da Mario di non cambiarlo, e Mario ha già avvertito anche lui della cosa. Non sa perché. Lui pensa che il nonno gli voleva far scontare la vendita del negozio, l’avvio della nuova attività. Lynch ci andrebbe a nozze». Un ratto attraversa correndo la strada e lui rallenta: gli sembra di vederlo fermarsi sul ciglio della strada e voltarsi. Il suo cane non fu così fortunato. Un brivido per un attimo lo scuote. Curva e nello specchietto retrovisore l’insegna non è più visibile.
Altri cinque minuti di strada e arriva a casa. Mette la macchina in garage, la spegne. Chiude gli occhi un attimo, respira profondamente. È stanco, ma le endorfine post calcetto lo rendono di buon umore. Ha segnato, dispensato assist, e ora ha voglia solo di baci. Le sue labbra li immaginano già. Le labbra di suo marito, la guancia di sua figlia, la sua famiglia: che parole strane fino a pochi anni fa. Esce, prende il borsone dal sedile posteriore e si dirige verso la porta. Chiude il garage, tira fuori le chiavi di tasca e infila quella giusta nella serratura. Di solito Roberto e Erika guardano un film, più spesso lo dormono. Entra e lascia la borsa lì di fianco, sotto l’attaccapanni. La tv è l’unica fonte di luce, e gli mostra i contorni del divano con la testa di Roberto che fa capolino, piegata su un lato; Erika dev’essere stesa sulle sue gambe, appisolata come sempre. Pubblicità di shampoo e un volume così basso da non sentire quasi niente, probabilmente per non turbare il sonno della bimba. Lui non si gira, non l’ha sentito. Dormirà.
Si avvicina in silenzio e si mette in ginocchio di fronte a loro: li osserva e sorride. Entrambi con gli occhi chiusi, come aveva pensato. Lei, sdraiata, è coperta dal plaid “supercaldo”, con la testa appoggiata sul cuscino col gufo che Roberto si è messo sulle gambe per farla stare più comoda.. Bacia prima la fronte della figlia, poi quella del marito. Si blocca, non capisce.
La fronte è fredda, troppo. Un altro bacio. Uno sulle labbra, fredde. Le luci dello schermo che riverberano sul volto lo confondono. Cerca il battito al polso, al collo. Vorrebbe gridare ma non lo fa. Due lacrime, le asciuga. La televisione gli sussurra parole indistinte, le ombre li accerchiano. Chiude gli occhi, respira. Passano minuti. Riapre gli occhi, il brusio e le ombre sono di nuovo normali. Prende Erika delicatamente in braccio e la porta al piano di sopra, in camera sua, ci ripensa, la mette nel lettone. Vuole esserle vicino al risveglio. Torna da Roberto e lo abbraccia, lo stringe, lo scuote. Niente.
Lo guarda, comincia a singhiozzare, sospira. Non vuole correre il rischio di svegliare la bambina. Lo bacia, preme, ma le loro lingue non si toccano; stringe il suo volto tra le mani, lo accarezza per trattenerlo nelle dita, nel palmo, nella pelle, dentro sé. Si alza, cerca il cellulare nelle tasche del giacchetto, lo trova, lo fissa cercando di capire cosa fare. Roberto cosa farebbe al suo posto? Scorre la rubrica da cima a fondo, una, due volte. Genitori, parenti, amici. E poi ci sono da contattare le onoranze funebri, scegliere la bara, la veglia. Voleva essere cremato, ma l’aveva scritto da qualche parte? Va sul profilo facebook di Roberto, avrà dato indicazioni al riguardo? L’ultima foto è di questa sera: il dannato televisore con i titoli di testa di Elliott il drago invisibile – la sua voce che dice «È ancora piccola per Potter» – e il commento: Serata cinema con la mia piccola Erika (Fabio torna presto!) e emoji sorridente. Era contrario alle foto con bambini in rete, per principio. Secondo lui era un’esagerazione e bastava non caricarne troppe, ma si era adeguato. Avevano molti occhi addosso: qualcuno nel vicinato, qualcuno alla materna, qualcuno anche da lui a scuola. Dove lavora Roberto invece niente, o chissà. Erika doveva però sopportare una situazione non facile. E domani? Cosa sarebbe accaduto domani?
Lo abbraccia, lo stringe forte. Niente. Nessuna reazione. Si siede accanto a lui. Gli prende la mano sinistra, fredda. Lo guarda, quindi si volta verso lo schermo e capisce che le immagini non corrispondono al film scelto: Erika si deve essere addormentata presto e Roberto deve avere deciso di togliere il dvd e guardare altro. Tenta di concentrarsi ma non ci sono più contorni, linee nette, ogni oggetto sfuma in quello accanto. Poi la mano che stringe gli sembra calda. Roberto è immobile. Lo fissa. Potrebbe spogliarlo, potrebbe spogliarsi e mettere il proprio corpo caldo a contatto con il suo, rendergli calore, farlo in qualche modo ripartire. Rimane fermo anche lui e immagina come potrebbe essere stare per sempre lì, su quel divano in quel momento. Una composizione statuaria, in marmo di Carrara. Ecco Roberto e il suo corpo michelangiolesco. Questo pensiero, si accorge, lo eccita. Vorrebbe fare l’amore con lui un’ultima volta. Vorrebbe farlo adesso. Risvegliarlo in un orgasmo.
Lascia la mano di suo marito e riprende il cellulare. Se lo rigira tra le mani, senza una volontà. Scorre di nuovo la rubrica. I nomi gli passano sotto gli occhi inconoscibili. Si alza e torna verso la porta. Si mette nella stessa posizione di quando è entrato e scatta una foto. Inquadra la fonte di luce dello schermo, il divano, la testa piegata di Roberto. Perché non l’aveva fatto appena tornato? Corre su da Erika che dorme beata, la guarda e pensa a domani. Le scatta una foto. Domani sarà un’apocalisse. Ma la morte è atto naturale. Va in bagno e si lava il viso. Nello specchio non si riconosce, si avvicina a quel volto e lo osserva: non è lui. È lui. Non sarà più lui. Deve esserlo, per lei. Controlla come sono venute le ultime foto, mediocri, ma meglio non è possibile fare. Torna in camera, prende la bimba e la porta nel suo letto, la copre. Lo farà sempre da solo, d’ora in poi. Farà molte cose da solo, d’ora in poi. Ma lei ci sarà. Loro due ci saranno. Forse sarà meglio, un pensiero improvviso che lo spaventa. La guarda e gli viene da piangere, scende.
Cerca di caricarsi Roberto sulle spalle, ma è pesante, e non sta fermo, non si fa prendere. È sempre stato un bastian contrario. La posizione sul divano dovrebbe aiutarlo ma non è come pensava, è più difficile. Il freddo è attenuato dai vestiti, ma il peso no. Lo spoglia, con cura. Comincia a sudare, mentre quel freddo gli sembra, ancora, impossibile. Decide di trascinarlo, come si vede fare nei film, ma nessuno dice «ciak» o «stop» o «buona la prima» o quel che è: è da solo ed è reale. Lo prende sotto le ascelle ma pesa troppo. Il povero Rocky pesava molto meno, pensa, ma era un cane, già. Gli allarga le gambe e vi si siede in mezzo, mette le sue braccia sulle spalle e cerca di alzarsi. Al terzo tentativo ce la fa, e piegato, piano piano, sale le due rampe di scale. Nel cammino verso la camera gli sembra quasi di sentirlo rimproverare «Perché non salti una partita ogni tanto? Mica hai l’obbligo di essere l’unico a farle tutte?». Gli viene voglia di lasciarlo lì, a metà strada. Continua.
Arriva al loro letto, finalmente. Ce lo lascia scivolare sopra. Lo aggiusta, con pazienza. Eccolo lì, il suo uomo. Nudo nel loro letto. Gli scatta un’altra foto. Lo bacia. Lo copre, poi va in bagno. Piscia e gli viene in mente quella stupida poesia di Brautigan. Sorride. Si lava i denti e torna in camera. Si spoglia, si infila una maglietta e si stende. Si gira e piange, fa per colpirlo con un pugno ma si ferma. Lo accarezza. Lo bacia.
Domani mattina sarà: Fabio sveglia Erika e quando Roberto non arriva lei dice «vado a chiamare papà» e tu dici «vado io, tu intanto fai colazione che è già tardi» e dopo tu non torni e lei viene alla porta e tu stai piangendo e le corri intorno e la porti via e succede tutto.
Ora però siete soli e potete parlare, così cominci: «Vaffanculo Roberto, vaffanculo. Vaffanculo…»


brancolini-pastrengoAndrea Brancolini, nato nel 1978 a Pistoia, per ora non morto. Ha fatto parte di Bombasicilia (2004-2007) e Lankelot (2006-2016). Ora in Lankenauta (erede si spera degno di Lankelot). Suoi testi compaiono sporadicamente qua e là.

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