Saul Bellow e la difesa dell’Occidente

E’ curioso come gli scrittori che amo di più siano accomunati dal fatto di essere, più o meno tutti, dei conservatori – del genere intelligente, certo, il che li rende comunque creature rare, ma la sostanza del mio problema non cambia: esiste qualche legame tra arte e politica? E se sì, perché proprio nel modo meno prevedibile, almeno per me che da sempre sono di sinistra?
Flaubert, ne L’educazione sentimentale, distrugge il mito dei moti rivoluzionari; in Pastorale americana (che con L’edudazione sentimentale ha più di qualcosa in comune) Philip Roth assiste, sgomento, al declino della piccola e medio borghese molto bene sotto i colpi della rivoluzione generazionale del 1968; Martin Amis, be’, Martin Amis è stato di destra praticamente tutta la vita e non ha perso mai l’occasione di dirlo, così come Céline, che però lo era in modo mostruoso e ridicolo, in uno stato di inspiegabile contaddizione dei suoi libri nichlisti e proletari. Forse Cechov aveva un cuore che oggi batterebbe a sinistra. Non me ne vengono in mente altri. Mentre un altro grande, un gigante del ventesimo secolo colpevolmente trascurato in Italia, con gli anni ha dimostrato questa correlazione (non saprei dire qual è la causa e quale l’effetto): Saul Bellow.

Come molti altri autori, da principio non sembra interessato alla “cosa pubblica”. In Augie March, la voce narrante sembra felicemente innamorata del sogno americano e delle innumerevoli possibilità che offre a chiunque abbia voglia di coglierle. Con il passare degli anni, però, i suoi libri si incupiscono; i personaggi principali, che spesso raccontano le loro storie in prima persona, rivolgono un ghigno pieno di disprezzo verso un mondo in veloce cambiamento. Non si dovrebbe mai commettere l’errore di far coinciidere i punti di vista espressi nei romanzi con il pensiero dei loro autori, ma nel caso di Bellow non si corre il rischio di sbagliare: accanto alla narrativa, infatti, ha prodotto una discreta quantità di saggi dove, se possibile, rincara la dose. Misogino, misantropo, sottilmente razzista, classista… un miscuglio di tutte queste cose.

Eppure (o nonostante questo? mi rimane ancora il dubbio) i suoi libri sono meravigliosi. L’oggetto della narrazione conta poco, in certi casi. Se uno scrittore decide di far parlare un uomo sessualmente ossessionato, da una dodicenne, il risultato può essere immondo o sublime. Ciò che conta è il talento. La bellezza. La capacità di stupire, e forse provocare, il lettore. Una tensione costante tra la pagina e chi la legge. In Bellow è sempre così. Se fosse l’avvocato dei benpensanti, potrebbe quasi convincermi. Ne Il pianeta di Mr Sammler c’è un equilibrio perfetto tra politica e arte. Sammler, fuggito dall’Europa terribile degli anni quaranta, osserva l’America degli anni sessanta, con i suoi eccessi e la sua fremente rivoluzione, schierandosi con il vecchio mondo. Le riflessioni che ne vengono fuori sono, ovviamente, nel caso di Bellow, altissime: è un romanzo con un peso specifico per pagina prossimo a quello dell’uranio. Lo si legge una pagina al giorno, si torna indietro, e si passa poi la notte a rielaborare. Non lo finirò mai, in questo modo, ma la cosa non mi dispiace. Non sono poi molti i romanzi di Bellow che devo ancora leggere (non fu prolifico, nonostante la lunga vita), e sarei dispiaciuto di finirli tutti adesso.

In ogni caso, a pagina 34 della mia edizione Feltrinelli del maggio 1971, tradotta dalla brava Letizia Ciotti Miller (che fu anche traduttrice valente del primo Roth e, credo, di Edgar Lee Master: come fu la sua vita? qualcuno sa che ne è stato di lei?), c’è un pezzo che mi ha fatto pensare parecchio. Se i valori dell’Occidente sono quelli di riconoscera a ogni cultura la stessa dignità, come salverà la propria unicità? Possiamo essere moralmente relativisti quando difendiamo il relativismo morale? E’ una buona provocazione, la cui semplificazione, a tratti miserabile, ha occupato anche la cronaca politica italiana, europea e americana di questi anni. Non ho una risposta, per fortuna. Mi limito qui a copiare il brano, sperando che a qualcun’altro venga voglia di leggere questo libro meraviglioso (anche per mille altre cose). Buona lettura!

Da “Il pianeta di Mr Sammler” di Saul Bellow – traduzione di Letizia Ciotti Miller

Come molte persone che avevano visto il mondo crollare una volta, Mr Sammler intratteneva il pensiero che potesse crollare due. Non conveniva con amici, profughi anche loro, che quel destino fosse inevitabile, ma sembrava, comunque, che il liberalismo non avesse la capacità di auto-difesa, e il disfacimento si annusava nell’aria. Gli impulsi suicidi della civilizzazione che premevano con veemenza erano visibili ad occhio nudo. Ci si domandava se questa cultura occidentale sarebbe sopravvissuta alla divulgazione universale – se soltanto la sua scienza e la sua tecnologia o le sue pratiche amministrative si sarebbero diffuse, sarebbero state adottate da altre società. Ovvero se i nemici peggiori della civiltà non si rivelassero i suoi stessi coccolati intellettuali che la attaccavano nei momenti di maggiore debolezza – la attaccavano nel nome della rivoluzione proletaria, in nome della ragione, e in nome dell’irrazionalità, in nome della profondità viscerale, in nome del sesso, in nome della perfetta istantanea libertà. Perché in fondo si riduceva tutto a una illimitata esigenza – insaziabilità, rifiuto da parte della creatura predestinata (la morte essendo sicura e definitiva) a lasciare, inappagata, questa terra. E di conseguena ciascun individuo presentava un completo progetto di legge in cui venivano dichiarate le sue richieste e le sue lamentele. Non-negoziabile. Non riconosceva alcuna scarsità di ‘offerte’ in alcun dipartimento umano. Illuminismo? Meraviglioso! Però un po’ fuori controllo, no?

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